La guerra che non esiste

Chi scrive è nato nel 1993, un anno pieno di eventi significativi per la storia dell’uomo.

Dal disarmo nucleare al disastro di Lerwick, dall’arresto di Riina all’uccisione di Pablo Emilio Escobar Gaviria, dallo scioglimento della DC alla nascita dell’Unione Europea, dal debutto del Late Show di David Letterman all’uscita nelle sale di Carlito’s way, dal primo successo di Ayrton Senna al primo three-peat dei Chicago Bulls di Michael Jordan.

Chi scrive è nato 78 giorni prima della gara-6 giocata all’America West Arena di Phoenix, AZ. 78 giorni dopo il tiro di John Paxon, quello che regala il terzo titolo di fila ai Bulls, aprendo una leggendaria dinastia. Tutto questo solo per dire che chi scrive ha sì vissuto temporalmente l’epoca Jordan ma allo stesso tempo non può affermare di aver vissuto emotivamente l’epoca Jordan.

È una premessa fondamentale, soprattutto in un giorno come questo. Ho spesso affrontato i discorsi sulle diverse ere della NBA con mio padre, un attempato signore di ormai 60 anni che, dai gloriosi anni ’80 in poi, ha fatto esattamente quello che ora faccio io: provo a vivere la NBA a distanza, io con tutti i mezzi che ora ho a disposizione, lui con le riviste, la radio e le prime VHS. Il mondo è davvero cambiato.

Quando ripenso ai nostri ragionamenti, alle nostre discussioni a cena o semplicemente ai commenti che ci scambiamo oggi quando guardiamo insieme una partita NBA – con i suoi occhi sempre più provati dalla qualità delle immagini e dai replay in 3D – ripenso ad uno dei dialoghi più intensi che il cinema abbia mai regalato. I personaggi sono Will Hunting e il professor Sean Maguire, al secolo Matt Damon e Robin Williams. Il dialogo fa più o meno così:

Se ti chiedessi sull’arte probabilmente mi citeresti tutti i libri di arte mai scritti… Michelangelo.. Sai tante cose su di lui: le sue opere, le aspirazioni politiche, lui e il Papa, le sue tendenze sessuali, tutto quanto vero? Ma scommetto che non sai dirmi che odore c’è nella Cappella Sistina. Non sei mai stato lì con la testa rivolta verso quel bellissimo soffitto… Mai visto. Se ti chiedessi sulle donne, probabilmente mi faresti un compendio sulle tue preferenze, potrai perfino aver scopato qualche volta… ma non sai dirmi che cosa si prova a risvegliarsi accanto a una donna e sentirsi veramente felici. […] E se ti chiedessi sulla guerra probabilmente mi getteresti Shakespeare in faccia eh? “Ancora una volta sulla breccia, cari amici!”… ma non ne hai mai sfiorata una. Non hai mai tenuto in grembo la testa del tuo migliore amico vedendolo esalare l’ultimo respiro mentre con lo sguardo chiede aiuto. Se ti chiedessi sull’amore probabilmente mi diresti un sonetto. Ma guardando una donna non sei mai stato del tutto vulnerabile… non ne conosci una che ti risollevi con gli occhi, sentendo che Dio ha mandato un angelo sulla terra solo per te, per salvarti dagli abissi dell’Inferno. […]  Personalmente, me ne strafrego di tutto questo, perché, sai una cosa, non c’è niente che possa imparare da te che non legga in qualche libro del cazzo. A meno che tu non voglia parlare di te. Di chi sei. Allora la cosa mi affascina. Ci sto. A te la mossa, capo“.

Se dovessi spiegarvi il motivo per il quale penso e ripenso a quel meraviglioso spezzone di film, forse vi direi che Will Hunting e Sean Maguire siamo concettualmente io e mio padre, chi ha vissuto Jordan e chi ha visto Jordan. È una differente ideologia quella che ci separa, una diversa visione del mondo per certi versi, un mondo che ognuno di noi sente minacciato da qualcosa che fino ad ora è (e rimarrà) considerato sacro.

La parte più significativa del confronto tra i due protagonisti della pellicola di Gus Van Sant è ciò che avviene qualche sequenza dopo le parole dello psicologo di Southie. I due, in costante conflitto, si aprono e smettono di farsi la guerra. Forse è questo il principale motivo per il quale penso a mio padre che mi parla e vedo in lui Robin Williams. La guerra che si è creata, in un giorno speciale come questo, dovrebbe raggiungere il suo apice.

Le parole dell’uno e dell’altro, le dichiarazioni su cosa sia più importante vincere, sull’individualità e sulla forza di una squadra, sulla qualità degli avversari, sul circo mediatico che c’è dietro alle diverse epoche storiche, sul confronto numerico, sulle bacheche più o meno piene e più o meno vuote. Su tutto quello che praticamente vi possa passare per la testa. Sulla miglior percentuale dal campo in carriera di LeBron e sul percorso netto di Jordan nella Finals, sul maggior numero di assist e rimbalzi di LBJ al numero più basso di partite giocate da MJ. Ci saranno altri mille criteri per valutare due giocatori che hanno fatto la storia.

Ma il confronto è davvero così utile? Questa guerra tra chi etichetta uno come “the ghost that played in Chicago” e chi, ad ogni attacco, sbatte in faccia all’altro i sei anelli vinti è davvero classificabile come una guerra?

La guerra tra Michael Jeffrey Jordan e LeBron Raymone James, soprattutto in questo giorno, non esiste. Non è mai esistita. Troppe le differenze, troppi i luoghi comuni da fronteggiare, troppe le chiacchiere da bar lasciate qua e là per vantarsi di aver vissuto un’epoca migliore di quella dei nostri padri. La guerra tra Jordan e James, tra Will e Sean, tra me e mio padre non è mai esistita. Sono tutti rappresentazioni di momenti storici che non torneranno mai più e che solo chi sa apprezzare, sa capire fino in fondo. Sedersi ad un tavolo e ragionare su chi sia il più grande di sempre, il GOAT, non porta a nulla. Anzi. Il pensiero distorto di una guerra commercialmente allettante, ma idealmente mai esista, è il peggior nemico dei veri amanti di questo sport.

Nessuno dei due ha bisogno di dimostrare chi è il più grande e nessuno di noi dovrebbe pensare di accostare due dei più grandi manifesti di questo sport. Schierarsi da una parte o dall’altra non dà nessun vantaggio, non dà nessuna agevolazione perché una parte giusta e una parte sbagliata non esiste e non esisterà mai. L’importanza di essere il più grande di tutti i tempi non arricchisce nessuno dei due. Va depositata un’ascia di guerra che non è mai stata di grande utilità se non per fomentare folle che vedono il testa-a-testa come unica ragione di vita in un contesto sportivo.

Provo ad immaginare la stessa scena di Will e Sean, traslando i due attori con un figlio adottivo del North Carolina di 56 anni e un ragazzo di 34, uno di quelli che porta i segni di un contesto difficile nel quale è cresciuto. Li vedo sulla stessa panchina, li immagino mentre riflettono senza parlare, come due rivali che si rispettano. Nessuno dei due ha il coraggio di rompere il ghiaccio ma la saggezza di Michael è l’unico modo per far iniziare un dialogo. Jordan con le sue tesi: il ricordo del primo titolo, degli insegnamenti di Dean Smith, di quella gara-6 contro Barkley, delle insidie di Stockton e Malone, dei due three-peat, dell’intervista esilarante di Kerr dopo la parata del ’97, delle idee zen di Phil Jackson, delle rivincite personali, del Dream Team di Barcellona, ma anche il baseball (Bag it, Michael), le scommesse, il golf e tanto altro ancora.
L’altro ascolta, perché quando parla una persona con quella storia, con quel background, non hai la forza di interromperlo. Ma, a differenza di Will, LeBron non resta muto. Ha qualche freccia al suo arco: ha il primo titolo con Miami, ha la vittoria contro gli Spurs di Pop, ha la promessa sportiva mantenuta più grande di tutti i tempi, ha i due ori olimpici, ha tutto ciò che ha fatto fuori dal campo ma anche l’incubo dei Mavs, le sconfitte nella sua primordiale Cleveland, The Decision e tanto altro.

Immagino il silenzio rumoroso alla fine di questo confronto, in cui entrambi si “denudano” delle proprie intime ambizioni, dei propri sbagli, dei propri traguardi e delle proprie ossessioni: la vittoria, il lavoro, la cura dei dettagli, l’altruismo, la vittoria ancora. Sono su quella panchina, in religioso silenzio. Ed è lì che immagino le dichiarazioni che stanotte James ha rilasciato dopo la partita:

Non hai assolutamente idea di cosa tu abbia rappresentato per me e per tanti come me. È pazzesco. Per un ragazzino di Akron, a 45’ di volo da Chicago, senza soldi, senza un padre vicino, che aveva bisogno di un’ispirazione, tu eri l’uomo giusto.  Volevo essere come te, tirare la lingua di fuori come te, portare le scarpe come te, essere un modello per i ragazzi come lo sei stato tu. Spesso avevo la sensazione che non ce l’avresti fatta il giorno dopo. E io ti ringrazio, molto più di quanto tu possa immaginare. Sei stata la più grande motivazione e la più grande fonte di ispirazione“.

La risposta del saggio non si farebbe attendere. Non è un uomo abituato a stare davanti ai microfoni, a digitare su una tastiera o a romanzare. MJ è diretto e lo sarebbe anche in questo caso:

Non esiste una guerra. Non esiste un conflitto. Non esiste il GOAT. Non esiste un James vs Jordan. Non esiste un LeBron vs Mike. Esiste lo sport e i suoi migliori rappresentanti. I punti, i numeri, gli anelli, i titoli, seppelliteli insieme all’ascia di guerra, la stessa che oggi vi divide dall’essere amanti di questo meraviglioso Gioco.

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