À la guerre comme à la guerre

Alzi la mano chi conosce Enes Kanter. Tutti? Molto bene. E invece chi conosce Fethullah Gülen? Nessuno? Beh, è comprensibile. Eppure il secondo ha un ruolo fondamentale nella vita del primo.

Perché Fethullah Gülen è un imām. Un imām turco per la precisione, politicamente molto attivo e divenuto famoso come fedele alleato del Presidente Recep Tayyip Erdoğan. Il loro rapporto si ruppe nel 2013, a seguito dello scandalo riguardante la corruzione che sconvolse il paese.
Erdoğan accusò Gülen di aver dato inizio al caso che coinvolse gli uomini del partito del presidente stesso. Il movente? Una sorta di vendetta dell’imām a seguito della chiusura, voluta dal governo, di molte strutture private d’insegnamento pre-universitario, create dallo stesso Gülen: l’uomo si sarebbe sentito in dovere di rivelare alle autorità tutto lo sporco che alcune cariche dello stato nascondevano sotto il tappeto.

Nella visione di Fethullah Gülen, la Turchia dovrebbe diventare l’avanguardia di un moderno mondo musulmano di “coesistenza pacifica e dialogo tra civiltà”. Visione che, vista l’attuale situazione sociopolitica, pare puramente utopica. Attualmente l’ex alleato del Presidente è il principale ricercato dalla giustizia turca, accusato di terrorismo e di essere a capo di quella corrente che i responsabili al potere chiamano Organizzazione del Terrore Gülenista (FETÖ). Inutile dire come oggi Gülen rappresenti il principale oppositore di Erdoğan, e le sue idee siano condivise da molti personaggi turchi particolarmente in vista. Tra questi c’è anche Enes Kanter.

Il centro dei New York Knicks arrivò in NBA nel 2011, chiamato con la terza scelta al draft dagli Utah Jazz. Fu tra i primi a schierarsi dalla parte di Gülen dopo lo scandalo del 2013 e le conseguenti accuse del presidente. Iniziarono i primi scontri con l’opinione pubblica turca pro-regime, fino ad allora completamente estranea alle vicende del giocatore di basket.
All’epoca la visibilità di Kanter era relativa o comunque non ancora “sufficiente” da potersi inquadrare in un’ottica di scomodità per Erdoğan. Tutto cominciò però a complicarsi a seguito del fallimentare colpo di Stato in Turchia del 2016: il Presidente e l’imām, ormai recluso negli Stati Uniti d’America, iniziarono a rimbalzarsi le colpe dell’accaduto, in un classico gioco delle parti strettamente politico. Nel dibattito, estesosi ai media di tutto il mondo, decise di inserirsi anche Enes, attraverso il suo account twitter, dove si schierava apertamente contro il capo di stato del suo paese. Il ragazzo in quei 3 anni di visibilità se n’era guadagnata. E parecchia, anche. Ora sì che la sua presa di posizione poteva diventare molto scomoda per qualcuno. In poche ore il suo account fu bloccato in Turchia.

“Fredoom is not free”

La risposta del governo si fece sentire quasi subito e la famiglia di Kanter, presa di mira dall’opinione pubblica, si sentì in dovere di reagire. A cavallo tra il luglio e l’agosto del 2016, in piena estate, il padre, sentitosi disonorato dal figlio, decise di diseredarlo pubblicamente, chiedendogli anche di cambiare il cognome. Il centro dei Knicks decise di seguire il consiglio e diventò, solo formalmente, Enes Gülen: «Tengo più a Gülen che alla mia stessa famiglia» fu il suo commento, laconico, alla vicenda. Nessun rancore. Eppure, nonostante la presa di distanza pubblica, il padre fu allontanato dalla sua cattedra all’università in settembre dal governo turco, di fatto rimanendo senza lavoro. Ma non fu solo la famiglia di Kanter a subire ingiustizie: il suo dentista fu incarcerato, insieme alla moglie, per essersi fatto fotografare con il giocatore fuori dalla sua clinica; un comico fu arrestato per aver scambiato alcuni tweet con Enes; secondo lo stesso cestista, il governo turco avrebbe distrutto la scuola del fratello.

Il primo vero attacco avvenne mentre Enes si trovava in Indonesia, in un campus di basket. Venne avvisato di essere ricercato dalle autorità locali, che minacciavano di catturarlo per rispedirlo in patria. Kanter, costretto a scappare, prese il primo volo disponibile e finì in Romania. Lì scoprì che il governo turco aveva bloccato il suo passaporto, e che le forze dell’ordine di Bucarest lo avrebbero arrestato per riconsegnarlo a Erdoğan. Intervenne il governo statunitense: dapprima lo aiutò a raggiungere Londra, e poi a tornare in America. Solo sei giorni dopo la fuga dall’Europa, il governo turco emise di un mandato di arresto per cospirazione e tradimento, a seguito dell’accusa mossa verso lo stesso Kanter di far parte un gruppo terroristico. Enes, dopo aver di fatto perso una famiglia, perse anche la propria nazionalità, diventando apolide.

«Non andrò con la mia squadra a Londra, perché se lo facessi correrei il rischio di essere assassinato. Non potrò svolgere il mio lavoro a causa di quel maniaco lunatico del presidente».

L’ultima pagina di questa storia si apre con questa dichiarazione dello stesso giocatore. Un annuncio arrivato a seguito di una partita, vinta, contro i Lakers, che ha scatenato i media statunitensi ed europei. Un annuncio seguito (notizia di questi giorni) dalla richiesta del governo turco all’Interpol di eseguire un arresto nei confronti dello stesso giocatore, accusato di terrorismo.
Kanter ha nuovamente riportato alla luce e alle menti dei più, a distanza di quasi due anni, l’esistenza di un regime come quello di Erdoğan, troppo spesso dimenticato o sottovalutato.

Enes si è sempre ritenuto fortunato. La sua condizione di giocatore della NBA gli ha sempre permesso di poter parlare senza correre grossi rischi. È il primo a diffondere e a dare voce a coloro che si oppongono al regime. Come al Turkish Purge, un sito web gestito da giovani giornalisti turchi, di cui Kanter cita alcuni dati in un articolo che ha scritto sul Time.
La Turchia è il paese con più giornalisti incarcerati al mondo: ben 319. Sono 189 gli organi d’informazione fatti chiudere dal governo. Erdoğan ha fatto arrestare più di 80000 persone durante il suo regime.

L’NBA è abituata a dover gestire situazioni politicamente scomode. Anche recentemente molti giocatori hanno espresso il loro dissenso verso l’attuale governo degli Stati Uniti, rifiutandosi di partecipare alla premiazione alla Casa Bianca. Mai, però, si è trovata immischiata in situazioni come questa, dove un giocatore si schiera apertamente contro un regime, e rinuncia a partecipare a un evento organizzato dalla lega stessa per paura di venire ucciso. La scelta di Kanter, condivisibile o meno, è una scelta coraggiosa. Ha deciso di dare voce agli oppressi e portare alla luce dell’opinione pubblica occidentale ingiustizie che spesso vengono ignorate. La totale assenza di testate giornalistiche indipendenti nel paese e il blocco quasi totale dei social network rendono difficile la reale percezione di ciò che accada in Turchia. Rendono impossibile fare opposizione dall’interno del paese. Una battaglia che vede come obiettivi la democrazia, la libertà di parola e di stampa, attualmente inesistenti in Turchia. Ed evidentemente questa sua battaglia qualche effetto lo sta avendo. Cosa volete che sia saltare una partita di regular season.

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