Couch Ballers – Xmas Edition

Il pranzo è finalmente concluso, siete sul divano e state aspettando l’inizio delle partite NBA con le funzioni vitali ridotte al lumicino ed è proprio quello il momento in cui fate l’Errore. Le festività vi hanno restituito fiducia nell’umanità, i grassi ingeriti hanno rallentato i vostri riflessi e l’alcool ha annebbiato la vostra mente. Un mix letale. L’esatto istante in cui noi colpiremo, subdolamente. Torna Couch Ballers per uno speciale di Natale e voi non potete farci niente. Mentre siete su quel divano aspettando le partite vi viene in mente di scorrere un po’ la bacheca e, incapaci di impedire a voi stessi di cliccare su quel link, senza nemmeno rendervene conto adesso siete qui. E ormai cosa volete fare, se non leggere le nostre storie natalizie?

Si comincia con le cose serie, un breve riassunto delle vicende che hanno portato la stagione 2011-2012 a iniziare il giorno di Natale.

#NbaXmasDay ma non solo. Il 25 dicembre è una data significativa anche per uno degli eventi che sconvolse la Lega sotto ogni aspetto: il Lockout del 2011, terminato proprio la sera di Natale e celebrato con uno dei commercial più iconici di sempre. Mai come quella volta le posizioni di giocatori e proprietari furono agli antipodi: i primi volevano una NBA più simile alla Major League Baseball, con lauti stipendi garantiti in ogni caso; i secondi puntavano al modello NFL, con salari più bassi, maggiori “revenue sharing” e la possibilità di lasciare andare i giocatori se non avessero giocano con una certa continuità. Insomma si trattava di apportare modifiche sostanziali e non secondarie al CBA, con l’inizio della regular season posticipato a data da destinarsi come conseguenza naturale di un accordo difficile da trovare in tempi brevi.

La situazione, per capirci, era questa…

La fumata bianca, non a caso, arrivò quando quasi nessuno ci sperava più: il 25 Novembre la trattativa riprese, giungendo a conclusione dopo una riunione-fiume di oltre 15 ore. Il 26 l’ inizio della stagione venne fissato al giorno di Natale, con una RS da 66 gare invece che le canoniche da 82. L’intera preseason di 114 partite e le prime due settimane della stagione regolare vennero annullate. La perdita di 100 partite di regular season programmate per il 14 novembre costò ai giocatori circa $ 170 milioni di salari e, probabilmente, un costo ancora maggiore in termini di consenso popolare, con i camerieri degli esercizi commerciali nelle zone di downtown limitrofe alle arene che spedivano quotidianamente lettere livorose in cui lamentavano la diminuzione, sostanziale e sostanziosa, di tutte quelle mance del game day che permettevano loro di sopravvivere pur tra mille difficoltà.

E i giocatori? Tanti atleti, seppur non di primo livello, decisero di firmare contratti all’estero per poi uscirne e ritornare in NBA. Leggendaria l’esperienza di J.R. Smith in Cina (vedere per credere), soltanto ipotizzata quella di Kobe Bryant in Italia con la maglia della Virtus Bologna, naufragata poi tra burocrazia, contratti troppo difficili da strutturare e un calendario non più modificabile. Ma questa, come cantava Pino Daniele, è davvero “tutta un’altra storia”.

E adesso, la più grande prestazione offensiva natalizia di sempre: al Madison Square Garden, con buona pace di Kanter e LeBron, l’unico King sarà sempre Bernard. La mente dietro questo subdolo ritorno di Couch Ballers, che per motivi di ordine pubblico chiameremo “J.P.”, vi racconta la partita in cui il Re di New York ne ha segnati 60; o meglio “SESSANTA.”, perchè oltre i 35 i punteggi si scrivono in caps lock col punto alla fine.

Ci troviamo in un’epoca in cui Ronald Reagan era presidente degli Stati Uniti d’America, in un anno in cui si erano appena concluse le Olimpiadi estive in quel di Los Angeles, ed in radio circolava “Jump” dei Van Halen. Proprio questo pezzo risuonava al “Madison Square Garden” prima della palla due tra i New York Knickerbockers ed i New Jersey Nets martedì 25 dicembre 1984. Una sfida intrigante, affascinante e sentita tra due squadre che si erano affrontate nei playoffs l’anno precedente, vittoria dei Knicks al primo turno per 2-0, ma in crisi di risultati e decimate dagli infortuni tra cui quello del compianto Darryl Dawkins e di un certo Albert King. Egli giocò per nove stagioni in NBA (1981-1989; 1991) e passò anche per Milano, nel 1989, ma soprattutto è il fratello di uno tra i giocatori più forti ad aver calcato i parquet nella NBA degli anni ottanta: Bernard King. La partita inizia e l’iconico numero trenta dei New York Knicks inizia a sprigionare il suo arsenale offensivo, aiutato dall’assenza di suo fratello e Darwin Cook, le due ali piccole più importanti dei Nets. Per prima cosa carica di falli il rookie Jeff Turner, che ne spende quattro in poco meno di cinque minuti, e così fece anche con Kevin McKenna. Il risultato? Nel primo tempo King domina. Grazie alla sua fisicità, pericolosità dalla media, velocità nell’uno contro uno ed alla sua capacità di giocare in post, Bernard King termina il primo tempo con quaranta punti a referto. Sì, avete letto bene, quaranta, record all-time di franchigia. Nella ripresa, iniziata con il punteggio di 64-54, il classe 56′ parte forte con tre canestri ma inizia a rallentare quando il coach avversario, Stan Albeck, decide di mettere prima il feroce Buck Williams, tre volte All-Star nell’ 1982, ’83 e ’86, e poi il fisico George Johnson che riescono a limitare il prodotto della University of Tennessee a soli venti punti nel secondo tempo, per un totale di sessanta a referto. Sembra dunque essere un finale perfetto per i Knicks e dolce come lo zucchero a velo nel pandoro ma i New Jersey Nets riescono ad espugnare il Garden, 114-120, grazie alla incredibile performance prodotta dal talento sconfinato di Micheal Ray “Sugar” Richardson: trentasei punti, cinque rimbalzi e quattro assist per lui. Successivamente, nel marzo del 1985, King ebbe un gravissimo infortunio al ginocchio reputato da career-ending, di conseguenza i Knicks finirono la stagione con un record di 24-58. New York draftò Patrick Ewing, King tornò a giocare superando quel terribile incidente e riuscì nell’impresa, a trentacinque anni, di tornare all’All-Star Game nel 1991, dopo essere stato convocato nel 1982, ’84 ed ’85.

 

Ultimo inserto storico prima delle preview – lo sappiamo che siete qui per quelle, ma vi abbiamo un po’ clickbaitati – il molto poco natalizio primo incontro fra Shaq e Kobe dopo lo scambio del Diesel. Spoiler: non si sono scambiati presenti.

“Why can’t we be friends?”. Già. Perché Kobe Bryant e Shaquille O’Neal non potevano più essere amici? La domanda, in egual misura antecedente e successiva all’implosione contro i Detroit Pistons delle Finals 2004, si sarebbe trascinata fino alla successiva partita di Natale – perché David Stern sapeva bene quello che faceva: quindi niente rematch delle finali precedenti ma “The Clash of the Titans” allo Staples –, la prima da uomini contro. Che fosse una questione di “Two egos one ball”, di Phil Jackson esautorato per volere dell’8 poi 24 dopo che era stato lo stesso Shaq, a suo tempo, ad imporlo ai due Buss  o, più banalmente, di soldi promessi e (non) dati – quell’estate a Kobe era stato proposto un rinnovo da 136 milioni in 7 anni mentre l’estensione del “Diesel” si era rivelata fin da subito più problematica del previsto – cambia relativamente: del resto sul crepuscolo dei Lakers del three peat si è talmente detto e scritto che tutto può essere indifferentemente vero o falso. Anche perché, in fondo, a contare è solo quel che segue. Quindi la partita che tutti si aspettano, perfettamente aderente alla visione, tipicamente, americana, del confronto da 400 colpi a round tra due pesi massimi del gioco, con tutti gli elementi previsti:

  • Kobe (42 per i soli parziali, con 12/30 al tiro, 5/13 da tre, 100% dalla lunetta) che eccede nella sua personalissima interpretazione della pallacanestro di tipo “liberista” del povero Tomjanovich;
  • Il povero Eddie Jones che è dai tempi della high school che si vede andar via questo qua con la #8 sul primo passo di ogni possesso in cui si trova in situazioni di single coverage;      
  • Shaq che piazza sapientemente un paio di “Shaw-Shaq redemption”, utili ai successivi “can you dig it?” rivolti verso le tribune dello Staples;
  • L’inevitabile martirizzazione del povero Chris Mihm;
  • L’espulsione del #32 a 2:15 dall’ultima sirena, con il sesto fallo che arriva per evitare l’attacco al ferro di KB (Eddie Jones non pervenuto, ma questo rientra, come detto, nella sceneggiatura);
  • La vittoria degli Heat al supplementare (qui il tabellino della gara) nonostante gli 8 punti di Lamar Odom (che, con Butler e Brian Grant, faceva parte del pacchetto partito da Miami Beach in direzione di L.A. in cambio del “Most Dominant Ever”). Inevitabile per una squadra che aveva vinto le 11 partire precedenti – e che si fermerà solo a gara-7 delle Finali della Eastern Conference – e che si trovava al cospetto di un avversario da 14-12 nel “Wild Wild West” e che, ad aprile, i playoff li avrebbe guardati da casa.

 

Ed ecco, finalmente, le preview. Buon Natale NBA da tutta la nostra sgangherata redazione!

L’edizione 2018 del Christmas Day dell’NBA inizierà in quel del Madison Square Garden in cui si affronteranno, alle 18:00 ora italiana, i New York Knicks (9-25) ed i Milwaukee Bucks (22-10). È una sorta di testacoda visto che la franchigia del Wisconsin è attualmente seconda nella Eastern Conference mentre i Knickerbockers si trovano in penultima posizione nella stessa graduatoria. Sono due squadre che stanno vivendo momenti esattamente opposti visto che i padroni di casa sono reduci da ben nove sconfitte nelle precedenti uscite, al contrario gli ospiti hanno trionfato in quattro occasioni nelle ultime cinque partite. Per quanto riguarda i dati si può sottolineare il fatto che i Bucks sono una squadra che si trova a proprio agio nel pitturato visto che sono primi in percentuale da due, poiché tirano con il 57.3% da dentro l’arco, e terzi in NBA per “Points in the Paint” con 53.9 punti a partita. Inoltre si sta facendo sentire la filosofia di gioco del coach Mike Budenholzer perché Milwaukee è il roster che, escludendo gli Houston Rockets, ha tentato il maggior numero di triple a partita (39.8). Per ciò che riguarda i Knicks si può affermare che siano una squadra in modalità tanking, vista l’indisponibilità della stella di Kristaps Porziņģis, ma se c’è un fattore vantaggioso che hanno rispetto agli avversari in questa sfida è la capacità di catturare rimbalzi in attacco. La squadra allenata dal coach David Fizdale può contare su buoni rimbalzisti come Enes Kanter, il rookie Kevin Knox e Noah Vonleh ma per strappare una soddisfazione al pubblico di casa sarà necessario che uno tra Tim Hardaway Jr., Emmanuel Mudiay o Trey Burke vivrà una serata in stato di grazia. Sicuramente l’uomo più atteso è Giannīs Antetokounmpo il quale è attualmente in pole position per aggiudicarsi il prestigioso premio di MVP. Attualmente segna 26.2 punti, cattura 12.8 rimbalzi e distribuisce 6.0 assist ad allacciata di scarpe ed è un vero e proprio incubo per moltissime menti dell’NBA. Per quanto riguarda la situazione infortuni i Knicks, oltre all’assenza di Porziņģis, dovranno fare a meno del centro di Mitchell Robinson mentre è in dubbio la presenza di Alonzo Trier così come quella di Malcolm Brogdon per i Bucks. Invece è certa per gli ospiti l’assenza di Ersan İlyasova, out poichè si è operato al naso. Nella stagione attuale le due compagini si sono incrociate già due volte: la prima al Fiserv Forum di Milwaukee il 22 ottobre in cui i Bucks, grazie ai trentuno e quindici di Antetokounmpo ed ai trenta di Khris Middleton, hanno vinto 124-113 mentre nella seconda occasione sono stati i Knicks a spuntarla, dopo un overtime, con il punteggio di 136-134, dinanzi il loro pubblico amico.

Dopo la sfida del MSG, il programma prosegue con la partita delle 21:00 tra gli Houston Rockets (17-15) e gli Oklahoma City Thunder (21-11), rispettivamente ottava e terza forza della Western Conference. In quel del Toyota Center si affrontano due squadre in forma visto che i texani hanno esultato in sei delle ultime sette uscite ma la franchigia dell’Oklahoma non è da meno visto le quattro affermazioni nelle ultime gare. Sarà una partita molto interessante soprattutto per quanto riguarda il ritmo di gioco. Infatti OKC è quinta per PACE (102.4), ovvero il numero di possessi a partita che una squadra è in grado di generare, invece Houston si colloca al penultimo posto (95.5). Un altro aspetto molto importante sarà la battaglia a rimbalzo in cui è ancora OKC ad avere un vantaggio dal punto di vista statistico. Ciò perché il roster allenato da Billy Donovan è secondo per maggior numero di carambole catturate a partita (48.7), è quello che ha acciuffato più rimbalzi in attacco a partita (13.0) e di conseguenza è al quarto posto per punti a partita su seconda opportunità (15.3). Per quanto riguarda Houston c’è da dire che soffre in questo fondamentale perché, nonostante la presenza di Clint Capela, prende 41.3 rimbalzi ad incontro, terzo peggior dato nella National Basketball Association. Infine un ultimo dato considerevole riguarda la difesa dei Thunder. Infatti ha il miglior Defensive Rating della lega (102.9) ed è al primo posto per palle rubate ad allacciata di scarpe (10.5) grazie ai tentacoli di Russell Westbrook (1° in NBA con 2.6 rubate) e di Paul George (3° con 2.2). Attenzione però a James Harden. Il numero tredici ha elevato il suo rendimento, non senza polemiche sul suo step-back e sui fischi a suo favore. Nelle ultime sette partite l’MVP della scorsa stagione ha mantenuto una media di 38.1 punti, 6.0 rimbalzi ed 8.7 assist e sappiamo quanto possa essere devastante l’attacco dei texani nel caso in cui il tiro da tre entri spesso. Purtroppo non sarà della partita Chris Paul, vittima di un ennesimo problema al bicipite femorale sinistro che è lo stesso dell’infortunio dei Playoff 2015 e di quello accaduto durante la scorsa Western Conference Finals. Dall’altra parte è fuori Andre Roberson, che deve recuperare dal suo infortunio. In dubbio James Ennis III e Terrance Ferguson. Un solo precedente questa stagione ovvero il 98-80 di OKC in quel della Chesapeake Energy Arena.

Alle ore 23:00 andrà in scena il terzo dei cinque appuntamenti dell’ NBA Christmas Day 2018 in cui si sfideranno i Boston Celtics (19-13) ed i Philadelphia 76ers (22-12). Al TD Garden andrà in scena una partita in cui i padroni di casa devono riscattarsi dopo le ultime altalenanti prove mentre gli ospiti proveranno a lasciare il Massachusetts con una vittoria che aumenterebbe il divario tra le due franchigie. Potrebbe essere una partita tesa, a causa della rivalità scoppiata tra le due compagini nel corso dei Playoffs di quest’anno in cui la differenza la possono fare i dettagli. Sarà un match in cui i 76ers potranno contare, per la prima volta contro Celtics, su Jimmy Butler ma, a causa della costruzione del roster dei Celtics, sarà Joel Embiid l’ago della bilancia. Il centro del Camerun non ha mai brillato nelle ultime sfide contro il roster allenato dal coach Brad Stevens ma deve approfittare del fatto che Boston continua a far fatica nel limitare i big man avversari. In più sta avendo una stagione da cifre considerevoli: 26.4 punti, 13.2 rimbalzi e 3.5 assist e la consapevolezza di essere uno dei centri più forti del campionato. Per quanto riguarda Boston staremo a vedere se riuscirà a sfruttare la lunghezza del proprio roster poichè sono ben otto gli uomini che hanno calcato il parquet per ventitré o più minuti di media: Kyrie Irving, Jayson Tatum, Al Horford, Jaylen Brown, Marcus Morris, Gordon Hayward, Marcus Smart e Terry Rozier. A questo non dobbiamo dimenticare Daniel Theis e Robert Williams III, che potrebbero soffrire la maggior fisicità di Embiid, ma che garantiranno grinta e dinamismo sotto le plance. Per ciò che riguarda la situazione degli infortunati è da sottolineare l’assenza di Aron Baynes da una parte e dello sfortunato Markelle Fultz dall’altra. L’unico in dubbio è Wilson Chandler. L’unico precedente in cui i due roster si sono fronteggiati risale alla prima nottata di regular season in cui Boston ha strapazzato Philadelphia con il risultato finale di 105-87.

A Natale torneranno ad affrontarsi i Trail Blazers e i Jazz, che solo pochi giorni fa si erano dati battaglia al Moda Center. Quella sera ad avere la meglio sono stati i ragazzi di Snyder, trascinati da un Ricky Rubio in inedito formato scorer (10/15 dal campo, 4/4 da 3). Ben 6 i giocatori in doppia cifra di punti nei 120 segnati dei Jazz, tra cui figura il nome di un eterno Kyle Korver (18 pt) ma non compare quello di Donovan Mitchell (3 pt con 1/10 dal campo). Prosegue dunque il periodo di crisi del sophomore, che sta vivendo una stagione ampiamente lontano dalle aspettative.

Portland, invece, non solo ha fatto enorme difficoltà a limitare le ripetute conclusioni da oltre il perimetro dei Jazz (52% da 3 su 31 tentativi), ma non è nemmeno riuscita a imporre il suo classico gioco offensivo, concludendo con solo 90 punti il match.

Poco determinanti le due star dei Blazers, Lillard e McCollum, con il primo sicuramente più preciso del secondo al tiro, ma comunque poco decisivi e ben contenuti dalla difesa di Snyder.

In vista della gara di Natale coach Stotts dovrà decisamente lavorare sulla difesa perimetrale: concedere percentuali così alte alla 25esima squadra della lega per 3pt% è sicuramente un limite enorme, specialmente se si considera che in generale quello dei Jazz non è stato fino a questo momento un attacco produttivo (appena 106 di OFFRTG).

Difficile, però, immaginarsi un’altra serata in stato di grazia al tiro per Utah, che si concentrerà verosimilmente a limitare il backcourt dei Blazers, e più in generale sull’aspetto difensivo, che non a riproporre la stessa mole di gioco offensivo della gara precedente. Nelle ultime 5 partite, infatti, la squadra di Snyder ha concesso meno di 98 punti di media alle avversarie.

La difesa dei Jazz è tornata solida, tutto dipenderà inevitabilmente dal duo Lillard-McCollum e dal match nel match tra i due centri Nurkic e Gobert. Con l’incognita di Mitchell. Se fosse in serata ci sarebbe da divertirsi.

Settantacinque giorni separano il giorno di Natale dall’ultimo incontro tra LeBron James ed i Golden State Warriors. Si trattava allora di una partita di pre-season, ben differente dall’ultimo atto della favola agrodolce iniziata nel 2014 con il suo ritorno a Cleveland. Molte cose sono cambiate da allora, a partire dalla squadra, motivo per cui non sarebbe del tutto corretto dipingere questo match semplicemente come una possibile vendetta del “prescelto”. La partita che avrà luogo il 25 dicembre possiede un’importanza ancora maggiore, simbolo della rinascita di una franchigia, quella losangelina, nuovamente al centro dell’attenzione mediatica. Uno scontro tra il dominante presente e quello che molti tifosi sperano possa essere il futuro della lega. Non sorprende quindi che si tratti della partita di Natale più costosa degli ultimi dieci anni.

Indipendentemente dai fattori economici, dalla distribuzione televisiva, dalla risonanza mediatica, il vero show avrà luogo in campo. In fin dei conti gli avversari della squadra allenata da Luke Walton sono gli stessi Golden State che macinano record su record da quattro anni a questa parte. I Lakers dovranno effettuare numerosi accorgimenti sia per quanto riguarda i singoli che la dimensione di gruppo, prestando particolare attenzione sia agli schemi difensivi che ai particolari match-up, a partire da quello che vedrà contrapporsi Lonzo Ball e Steph Curry. Gli istinti difensivi di Zo, ulteriormente migliorati rispetto alla passata stagione, sono essenziali nel tentativo di arginare il potenziale offensivo del suo avversario, cercando soprattutto di far soffrire al n.30 la propria fisicità.

Silenziare solamente una delle bocche da fuoco della squadra di Steve Kerr non sarà sufficiente qualora a Durant e Thompson vengano concesse ampie libertà offensive. Luke Walton avrà quindi la responsabilità di scegliere il quintetto appropriato, affidandosi alle lunghe leve di Ingram (più sicure difensivamente) oppure all’esplosività di Hart (un pericolo per quanto riguarda la difesa sul perimetro nei confronti di Thompson).  

Si tratterà quasi sicuramente di una partita spettacolare, anche grazie all’elevato pace sostenuto dalle due squadre e all’affidamento che entrambe fanno sulle conversioni in transizione. Proprio alla luce di quest’ultimo punto sarà più che mai fondamentale il lavoro svolto sotto canestro, specialmente per i Lakers, vittime di una notevole differenza in tale categoria tra vittorie (48.6) e sconfitte (42.8). Vincere la battaglia a rimbalzo potrebbe controbilanciare gli svantaggi che il team di Magic Johnson possiede per quanto riguarda i tentativi alla lunetta, in cui la disparità tra le due squadre appaiono particolarmente evidenti (GSW – 82.4%/21.9 tentativi, LAL – 69.2% su 22.8 tentativi). Questo 25 dicembre a meno di grosse sorprese la differenza la faranno i dettagli, senza i quali pensare di battere una squadra come Golden State appare come un’impresa quasi impossibile.

P.S. Spero ci perdonerete per il modo subdolo in cui ci siamo introdotti nel vostro Natale.

Hanno collaborato: Cosimo Sarti, Giampaolo Toselli, Claudio Pellecchia, Iacopo Lena, Alessandro Ranieri, Teodoro Cidonio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *