Conference Call con Rudy Gobert e Raul Neto

Sabato sera alle 23 italiane, a città del Messico, andrà in scena L’NBA Global Game tra Orlando Magic e Utah Jazz. I Global Game sono partite speciali, giocate al di fuori dei confini americani con l’obbiettivo di allargare il brand NBA e hanno una storia ben radicata che vede le proprie origini all’interno del territorio italiano.

Era l’11 settembre del 1984 quando, al palazzetto dello sport di San Siro, per la prima volta nella storia due squadre di NBA si affrontavano in un paese estero. La partita era la finale di un quadrangolare a cui parteciparono come sparring partner la Simac Milano e la Ciao Cream Varese che incassarono rispettivamente 47 e 23 punti di scarto dai New Jersey Nets e dai Phoenix Suns.

Il risultato fu un netto 147-121 per la squadra dell’Arizona, il pubblico fu estasiato dal confronto con un mondo così tecnicamente ed atleticamente diverso da quello europeo e il palazzetto applaudì per tutta la durata della partita i gesti degli incredibili atleti sul parquet.

Era l’ennesima intuizione geniale del visionario commisioner David Stern, che in un’intervista alla “Repubblica” dichiarava di essere pronto a portare altri match in giro per il mondo, sia per quanto riguardava esibizioni ed amichevoli ma anche soprattutto dei match ufficiali di regular season.
Da allora si sono giocati 73 match di Preseason e 27 di regular season in giro per il mondo tra Giappone, Bahamas, Puerto Rico, Messico, Spagna, Germania, Brasile, Regno Unito, Francia, Cina e Filippine.

Negli ultimi 4 anni ci sono stati 11 match ufficiali disputanti, tutti divisi tra la Mexico city Arena e la O2 Arena di Londra, due palazzetti all’altezza di un match NBA dove la lega sta provando sempre di più a creare un appuntamento fisso per tifosi proveniente da diverse parti del mondo.

Non è sicuramente un caso che a partecipare a questo evento ci siano due delle squadre più internazionali della NBA ovvero gli Orlando Magic e, soprattutto, gli Utah Jazz che con 6 giocatori non americani sono la squadra più internazionale di tutte.
Abbiamo avuto la possibilità di partecipare ad una conference call con due international player dei Jazz ovvero Rudy Gobert e Raul Neto dove sono stati toccati molti temi veramente interessanti.

Innanzi tutto ci si è concentrati sul difficile inizio dei Jazz, che dopo l’exploit della scorsa stagione chiusa con il record di 48-34 e l’accesso alle semifinali di conference a seguito del 4-1 rifilato agli Oklahoma City Thunder di Westbrook e George, erano circondati da un hype notevole ed attesi ad una conferma.

Rudy Gobert, il primo ad essere intervistato, ha ammesso che l’inizio è stato al di sotto delle aspettative che tutto l’ambiente aveva e che soprattutto si era perso quello spirito che aveva permesso di essere una delle migliori difese della NBA. L’obbiettivo è ovviamente quello di ritornare a dominare difensivamente e gli ultimi risultati mettono in mostra il miglioramento che i Jazz hanno avuto.
Gobert ha poi parlato della western conference e di quanto sia diventata ancora in questa stagione con 14 squadre racchiuse in 5,5 partite tutte in lotta per i playoff.
L’arrivo di LeBron James ha alzato ancora di più la competizione ma i Jazz, secondo il difensore dell’anno della stagione 2017/2018, devono affrontare una partita alla volta senza guardare la classifica.

Gli è stato domandato inoltre che importanza potrebbe avere una convocazione al prossimo All Star Game e se questo rappresenta uno dei suoi obbiettivi futuri.
Gobert molto diplomaticamente ha risposto che ovviamente una convocazione all’ASG non potrebbe che fargli piacere ma che resta focalizzato sui Jazz anche perché un’eventuale convocazione sarebbe strettamente collegata ai risultati dei team ed al suo apporto ad essi.

Alla domanda su quanto fosse stato difficile adattarsi alla nuova regola freedom of movement introdotta all’inizio di questa stagione, che punisce con un fallo tutti i tentativi di limitare il movimento di un giocatore avversario, il centro ha ammesso che non è stato facile capire cosa fosse concesso e cosa invece veniva vietato dalla regola e che questa “paura” abbia inevitabilmente causato una diminuzione dell’aggressività difensiva.

Ad entrambi i giocatori è stato chiesto un parere in merito alla nuova formula di qualificazione al mondiale FIBA, con le finestre all’interno della stagione che rendono difficile (se non impossibile) la partecipazione dei giocatori NBA a determinate partite.

Il giocatore francese ha ammesso che avrebbe voluto aiutare maggiormente la propria nazionale ma che purtroppo ha potuto disputare solamente due partite come la maggior parte dei giocatori NBA. Si è detto contentissimo del fatto che la Francia sia riuscita comunque a qualificarsi al mondiale che si giocherà in Cina nel 2019, e che sarà un evento speciale a cui è ansioso di poter partecipare.

Discorso diverso e più delicato quello che riguarda Raul Neto, che non è riuscito a partecipare a nemmeno una partita e che a causa di questo motivo ha avuto delle frizioni con l’allenatore della nazionale brasiliana.

L’episodio risale a settembre quando Neto ha declinato la convocazione della sua nazionale poiché si trovava, in quel momento, senza un contratto garantito e aveva preferito partecipare a degli allenamenti con i Jazz.

Inoltre, per Neto era importante mostrare a se stesso e alla franchigia di aver lasciato alle spalle i problemi fisici che lo avevano tormentato durante la scorsa stagione, e la paura di giocarsi il proprio futuro in NBA a causa di un infortunio era troppo alta per scendere in campo in quelle partite.
Neto ha parlato della difficoltà di diventare un giocatore di basket NBA nascendo in Brasile, dove la pallacanestro viene dopo il calcio e la pallavolo e dove le strutture per allenarsi non sono numerose. Per lui è stato di grande ispirazione Leandro Barbosa che seguiva in televisione da ragazzo, soprattutto nel periodo ai Phoenix Suns, dove si è innamorato di Steve Nash che detto essere il suo giocatore preferito di tutti i tempi.

Neto ha elogiato Kyle Korver, rispondendo ad una domanda sull’ex Cavs, per il suo elevatissimo IQ cestistico che gli ha permesso di integrarsi negli schemi dei Jazz in pochissimo tempo e senza alcun problema.
Inoltre ne ha sottolineato la professionalità e il fatto che sia quel tipo di giocatore a cui se dai un tiro ben costruito con grande probabilità lo segnerà ma è anche il giocatore a cui dare il pallone quando mancano 3 o 4 secondi sul cronometro dei 24 e non si è ancora costruito molto.

Infine c’è stata una domanda riguardante il coach Quin Snyder e cosa lo rendesse speciale secondo Neto.
Il brasiliano ha risposto che è senza dubbio la capacità che Snyder ha di mettere la squadra davanti a tutto il resto, indipendentemente da chi scende in campo, ha delle rotazioni molto larghe che spesso durante la stagione cambiano però senza mai far sentire nessuno ne troppo indispensabile e ne poco importante, ha una grande capacità di dare fiducia a tutti e questo, secondo Neto, è una delle caratteristiche che lo rendono speciale.

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