Ask Me How – Parte 1: Il motore di un MVP

A caldo avevo scritto questo, un mese dopo non ho cambiato idea. Era la cosa giusta da fare, ne sono convinto, ma allo stesso tempo raccontava solo metà della storia. La metà più intima, di cui nessuno – e ribadisco: non un singolo individuo su questo pianeta – aveva il diritto di appropriarsi e che invece, come logico e inevitabile, è stata impacchettata per la grande distribuzione. Credo che di fronte a quello spazio bianco ognuno sapesse esattamente come stavano le cose fra sé stesso e Derrick Rose e che sentimenti avesse rimescolato quella partita, senza bisogno che terzi si arrogassero il diritto di fare da mediatori. Ogni parola spesa è stata un torto non solo al giocatore ma anche agli spettatori, a cui è stato impedito di trovarsi da soli di fronte ad un fatto che non può aver lasciato indifferente nessuno fra gli appassionati di questo gioco. C’è un’altra metà della storia che invece richiede fiumi di parole, a cominciare da quelle di Tupac che fecero da sottofondo a una campagna pubblicitaria con protagonista D-Rose:

Pensateci, non vi chiedereste mai perché le Rose sbocciate dal cemento abbiano i petali rovinati.
Al contrario: ne esaltereste la forza di volontà, ne ammirereste la tenacia nell’inseguire la luce.
[…]
Non chiedetemi il perché. Chiedetemi solo come.

“Come?” sarà proprio la domanda a cui proverò a dare una risposta a partire dal prossimo paragrafo.

Intro

Un anno fa, di questi tempi, Rose non era nemmeno in grado di correre a causa di un serio infortunio alla caviglia conseguenza di un flagrant foul di Greg Monroe. Scaricato dai Cavs e tagliato dai Jazz, meno di otto mesi fa sembrava a un passo dal trovarsi senza una squadra. Oggi è tra i favoriti per il premio di Sixth Man of the Year, obiettivo dichiarato di inizio stagione, e – per quanto bizzarro, trattandosi di un MVP – potenziale candidato al premio di Most Improved Player.

L’istinto ancestrale di Derrick per il ferro rimane saldamente l’origine e il fine ultimo della sua pallacanestro, ben evidente nella totale mancanza di soggezione nei confronti di qualunque rim-protector. Puoi fermarlo una, due o anche tre volte, ma tornerà per vedere se sarai capace di prenderlo ancora. E’ una caratteristica innata che non lascia tregua alle difese martellando quello che dovrebbe esserne il pilastro, togliendo pressione ai compagni e creando loro opportunità. Ai tempi d’oro era un vero e proprio incubo per i coach avversari.

Le acrobazie a mezz’aria con cui è arrivato ad essere MVP a soli ventidue anni hanno lasciato il posto ad un uso consapevole del proprio talento. Dove prima c’erano spettatori impotenti da aggirare o saltare a tutta velocità sulla strada per il canestro, ora ci sono avversari da manipolare per ritagliarsi una minima finestra di tempo e spazio in cui concludere con efficacia.
Rose ha completamente rivoluzionato la forma della sua pallacanestro, perché era la sola strada per continuare a giocare nell’unico modo che sa: Chicago basketball nella sua forma più pura.

Ora prendetevi dieci minuti per guardare una carrellata di highlights del giovane Rose; un po’ per capire di cosa tratteremo, e anche un po’ perché fa sempre bene allo spirito.

“Too big, too strong, too fast and just too good!”

Prima degli infortuni semplicemente non c’era modo di fermare Derrick Rose, era come un missile programmato per raggiungere il ferro che poteva cambiare velocità, direzione e quota in qualunque momento. Il piano partita degli avversari era mettere più ostacoli e trappole possibili fra lui e il pitturato e sperare di non soffrire troppo sugli scarichi e a rimbalzo offensivo. Per rendere meglio l’idea: Chicago è rimasta imbattuta praticamente per tutta la stagione nelle partite in cui Keith Bogans, guardia titolare da 4,4 punti a partita, segnava almeno due triple; dal 2010 al 2012 Chicago ha avuto il pace al 23° e al 28° posto della lega ma è stata al 1° e al 7° posto per rimbalzi offensivi totali, in maggioranza nati proprio dalle penetrazioni di Rose che attiravano i lunghi avversari fuori posizione. Dopo Gara-1 del primo turno dei Playoffs 2011, Frank Vogel, al suo primo anno sulla panchina dei Pacers, rispose esasperato in conferenza stampa: “Ha la velocità di Allen Iverson, l’atletismo di Michael Jordan, il tiro di Chauncey Billups e la visione di Jason Kidd. Come volete che lo fermiamo?”

Su questo non possiamo essere d’aiuto al buon – e se vogliamo anche un po’ esagerato – Frank, ma possiamo cercare di capire attraverso l’analisi dei video cosa rendesse Rose inarrestabile: la capacità di produrre una forza incredibile con tempi di reazione bassissimi e di trasferirla lateralmente o verso l’alto senza perdere energia.

 

Da fermo splitta il pick’n’roll infilandosi a tutta velocità con il corpo – guardate i polpacci – praticamente parallelo al terreno e, appena un passo più tardi, esplode saltando a due piedi senza perdere velocità ma trasferendola tutta verso l’alto. Arriva con la testa al ferro con una tale potenza da assorbire il contatto di un difensore molto più grosso di lui (circa 20 cm e 20 kg), continuare a salire e inchiodare senza problemi dall’altra parte del ferro, oltre le mani di Joel Anthony. La capacità di Rose di esplodere in tutte le direzioni senza perdere energia, unita alla possibilità di ritrovare la coordinazione in aria dopo aver assorbito un contatto, sarebbe già di per sé un bel problema per le difese, ma c’è di più.

 

Concentratevi sullo stacco. Se per la schiacciata di prima serviva grande potenza per affrontare il difensore a mezz’aria, qui servono verticalità e rapidità per evitare la stoppata di uno specialista esperto come Chandler. Rose arriva a tutta velocità e impiega mezzo passo per preparare un arresto a due piedi da cui comincia a salire unicamente in verticale nonostante pieghi pochissimo le gambe, arrivando più in alto di Chandler più rapidamente di Chandler. Nonostante per arrestarsi sia costretto a piantare i piedi perpendicolarmente alla linea di fondo, si rimette in perfetto equilibrio mentre sale in aria ruotando il busto verso il ferro. Ricapitolando, Rose può scegliere una direzione qualunque, in qualunque momento, prendendola con più energia e rapidità di chiunque altro. Riesce anche ad apportare eventuali correzioni anche dopo il decollo, come abbiamo visto nel video precedente per assorbire il contatto e in questo caso per rimettersi faccia a faccia col canestro dopo una brusca decelerazione in direzione opposta. E non è finita qui.

 

In questo video le due situazioni sono simili: Rondo battuto sul perimetro e due lunghi che arrivano in aiuto. Nel primo caso il terzo tempo inizia molto lontano e Rose è completamente proiettato verso il ferro, non preoccupandosi di andare sopra alla difesa ma di arrivare prima. La velocità che produce accelerando da fermo e staccando a un piede è così alta che Garnett non riesce a coprire abbastanza spazio e Jermaine O’Neal arriva giusto un attimo in ritardo. Il secondo caso è uno sberleffo alla difesa dei Celtics. Prima manda a vuoto sia Rondo che Davis che volevano indirizzarlo a sinistra, poi, al centro dell’area si trova davanti due giocatori e uno alle spalle; decide quindi di staccare a due piedi fluttuando verso il centro per tagliare fuori Rondo e spostare la palla in aria davanti al naso dei difensori appoggiandola nello spazio fra di loro durante la fase discendente del salto. Il gioco di prestigio ad alta quota è la prima cosa che salta all’occhio – e ci riporta al discorso di prima sulla capacità di coordinare il corpo in volo – ma il fatto che abbia staccato in due modi diversi è fondamentale. Di norma i giocatori hanno una netta tendenza quando si tratta di attaccare il ferro, mentre Rose riesce a esprimere tutto il suo strapotere atletico indipendentemente dalle condizioni in cui si trova a dover staccare da terra, lasciando i difensori senza alcun appiglio per prepararsi ad affrontare il missile che arriva verso di loro a tutta velocità.

Dopo aver preso in analisi propulsore che faceva spiccare il volo a Rose, nel prossimo articolo analizzeremo i punti critici del suo gioco, le caratteristiche su cui ha dovuto lavorare più accuratamente per ritagliarsi nuovamente un ruolo nella lega.

 

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