The house Vince built

Il basket in Canada si è imposto lentamente, acquisendo nel corso degli anni sempre più seguito nonostante il percorso abbia presentato non poche difficoltà.
L’idea dell’ex commissioner NBA David Stern di espandere la lega oltre il confine a nord degli Stati Uniti non era stata inizialmente accolta con particolare favore dall’opinione pubblica americana.
Nonostante ciò, tra lo scetticismo generale, nel 1995 riuscì a portare il più importante campionato al mondo di basket in due città canadesi: Vancouver e Toronto.
Passati ormai più di vent’anni, il lavoro di Stern si può considerare riuscito solo a metà, in quanto i Grizzlies hanno migrato da Vancouver a Memphis solo pochi anni dopo la loro fondazione, mentre i Raptors a Toronto si sono affermati come una delle franchigie con più seguito della lega.
Sorge spontaneo chiedersi cosa non abbia funzionato a Vancouver, ma soprattutto, cosa sia accaduto a Toronto per ottenere tale risultato positivo.
Mike Bibby, stella dei Grizzlies nella loro versione canadese, una spiegazione se l’è data:
“Loro sono sempre stati più belli da vedere. Avevano Vince, un autentico uomo-highlight. Noi non abbiamo mai avuto un giocatore che facesse saltare i tifosi dai loro seggiolini”.
Ma può davvero un singolo giocatore far appassionare ad uno sport nuovo un intero popolo di orgogliosi appassionati di hockey?
Per comodità prenderemo in esame quattro eventi chiave della carriera di Vince, nel tentativo di convincere anche i più scettici di cosa un ragazzo appena ventenne sia riuscito a creare nella testa di un’intera nazione.

NBA Draft 1998

Nei primi anni novanta a Toronto, come nel resto del paese, i ragazzini nemmeno ci giocavano a pallacanestro. Non era minimamente diffusa la cultura del basket, con tutto ciò che si porta dietro.
Toronto dunque, così come Vancouver, non era una città fatta per l’NBA.
Sin dagli esordi in pochi si presentavano al palazzetto a vedere la partita, i bagarini non provavano nemmeno ad appostarsi all’ingresso prima del match, sicuri che non avrebbero venduto neppure un biglietto.
I primi anni la squadra non produceva risultati, non attirava le attenzioni né dei canadesi né degli americani più appassionati, e iniziava ad avere anche difficoltà a trattenere i suoi giocatori, poco convinti del progetto.
Nell’estate del 1998 Toronto avrebbe avuto la quarta scelta al draft, in una classe dalla quale usciranno poi cinque futuri all-star, oltre al già citato Mike Bibby e a Jason “White Chocolate” Williams.
Nei workout estivi in casa Raptors aveva impressionato un ragazzo di Daytona Beach, poco seguito dal grande pubblico ma famosissimo in Florida per le immense doti atletiche che lo portavano a schiacciare come nessuno dei suoi coetanei.
Gli unici ad essersi accorti del ragazzo erano quelli della Puma: in un momento storico in cui il marchio non vendeva più un granché erano alla ricerca di un rilancio attraverso il basket, decidendo dunque di puntare su un giovane poco conosciuto ma dotato di WOW-Factor.
La notte del draft le preghiere del marchio di abbigliamento tedesco, desideroso di vedere Vince in una franchigia statunitense e non nei Raptors, fu apparentemente esaudita.
Con la quarta scelta, tra lo stupore generale, Toronto scelse Antawn Jamison. Carter, invece, venne selezionato con la quinta da Golden State.
La gioia della Puma fu però ben presto rovinata: “ci sarà una trade”.
I Warriors volevano a tutti i costi Jamison, e, preoccupati dall’eventualità che Toronto lo scegliesse per mandarlo poi a Milwaukee, si accordarono per uno scambio con Carter (reale obbiettivo dei Raptors) sommato a un conguaglio economico.
Il Canada, senza rendersene conto, dopo quella notte non sarebbe stato più lo stesso, sportivamente parlando.

All-Star Weekend 2000

Nel suo anno da rookie Vince era già riuscito a farsi notare, nonostante lo scarso interesse che ruotava attorno ai Raptors. Le partite non erano trasmesse in tv, al contrario degli highlights mandati in onda su Sports Center, dove le schiacciate di Carter facevano impazzire i tifosi. La sua forza fu l’effetto sorpresa: non lo conosceva nessuno, era arrivato all’improvviso ed era elettrizzante. Citando ancora Bibby “faceva saltare dalle sedie”.
I voli palla in mano di Vince lo portarono ad essere convocato per lo Slam Dunk Contest del 2000.
Era stato nominato anche suo cugino e compagno di squadra Tracy McGrady, che non avrebbe però voluto partecipare: “lo vedevo tutti i giorni, sapevo di cosa fosse capace e sapevo che la mia presenza sarebbe stata inutile”.
Alla fine parteciperà anche lui, ma come previsto fu praticamente solo uno spettatore.
Sarebbe stata la prima volta di Vince in diretta televisiva, di fronte all’America e al mondo. Si preparava da sempre per quella gara. L’epilogo di quella sfida lo conosciamo tutti.
La sua prestazione ebbe un impatto enorme sulla città di Toronto e sui suoi abitanti: tutti erano improvvisamente tifosi di Carter, dai semplici spettatori agli All-Star NBA, dall’americano in carne sul divano a Shaq incredulo con la telecamera in mano a bordocampo.
Ma, prima di tutti loro, c’erano i tifosi Raptors, usciti dal loro guscio, che battevano fieri il pugno sul dinosauro cucito sul petto gridando “si, questi siamo noi”.
Erano diventati tutti tifosi di un giocatore di una franchigia canadese, tutti parlavano di Vince, tutti parlavano dei Raptors, tutti parlavano di Toronto.
In città si iniziarono a sentire tutti orgogliosi, anche coloro che il basket non lo seguivano se non distrattamente.
Per la prima volta lo sguardo degli americani era rivolto al Canada, ed era uno sguardo di ammirazione.

Toronto Raptors-Phoenix Suns

Appena una decina di giorni dopo lo Slam Dunk Contest che aveva reso famoso in tutta america Vince, il 27 febbraio del 2000, dopo le infinite pressioni della franchigia canadese, la lega aveva accettato di mandare in diretta tv una partita dei Raptors.

Era un’occasione unica sia per Toronto di farsi notare dai tifosi statunitensi, sia per Carter di mostrare le sue qualità anche durante un match vero e proprio.
Air Canada non conosce né la tensione né la pressione delle partite importanti, rispondendo a chi si aspettava un flop con una prestazione clamorosa da 51 punti che consegna alla squadra una vittoria per 103 a 102, in un match tirato fino all’ultimo possesso.
Nel giro di dieci giorni tutti scoprono dove sia Toronto, tutti scoprono chi siano i Raptors e tutti scoprono chi sia Vince “half-man half-amazing” Carter.
Le aziende pubblicitarie canadesi, che si servivano solo dei volti dei giocatori di hockey, comprendono il potenziale dell’effetto Carter ed iniziano a servirsi sempre più frequentemente del basket nelle loro campagne, contribuendo all’espansione del fenomeno stesso.

Inside Nightclub e Vinsanity

Ricordate quando ho usato l’espressione “con tutto ciò che si porta con sè la cultura del basket”? Bene, è giunto il momento di spiegare cosa intendessi.
L’effetto Carter non si registrò solo sul parquet.
Vince entrò in affari con un club di Toronto, l’Inside Nightclub, diventando socio a metà con il precedente proprietario.
L’idea del ragazzo era chiara: creare un luogo in città che ospitasse gli altri giocatori durante le trasferte, che offrisse una valida opportunità per passare la serata.
Nel giro di pochissimo tempo il club divenne una meta affollatissima, parallelamente al successo che Carter otteneva sul campo. Sempre più persone affollavano l’Inside, sempre più vip.
Negli Stati Uniti, in quegli anni, andava molto di moda vendere le bottiglie direttamente al tavolo, anziché i singoli cocktail al bancone. Ora anche da noi in Italia è diventata prassi, ma in Canada, prima di Vince, i gestori dei locali nemmeno sapevano si potesse fare.
Fu proprio l’Inside a importare questa moda, seguito poi a ruota da tutti gli altri club di Toronto, rendendo la città meta sempre più apprezzata dai turisti americani. Anche gli altri giocatori venivano più volentieri a giocare a Toronto: stava diventando una città da NBA grazie a Vince.
Puma, che tanto aveva timore della possibilità che il suo uomo immagine finisse in Canada, aveva registrato record da incasso con il primo modello di scarpe “Vinsanity”, le più vendute nella storia del marchio tedesco.
A Toronto le sneakers, capo d’abbigliamento strettamente legato alla cultura cestistica, non avevano mai avuto mercato; inutile precisare che, dopo l’uscita delle “Vinsanity”, la moda delle sneakers investì prima la città e poi l’intera nazione, portando anche i marchi storici come Nike e Adidas a investire sul mercato canadese.
Tutto grazie a Vince.
Toronto, per la prima volta, aveva una star, e la star si era messa in prima fila per la città, organizzando eventi e promuovendola di fronte al resto della lega e al resto dei giocatori.

Il rapporto tra l’uomo e la città iniziò però lentamente ad incrinarsi.
Tutto iniziò durante Gara-7 di Semifinali di Conference contro i 76ers di Allen Iverson. Vince, la mattina prima della partita considerata la più importante nella storia della franchigia, era in Florida a laurearsi.
Finita la cerimonia si era subito imbarcato sul jet privato del proprietario dei Raptors arrivando al palazzetto solo 5 ore prima del match.
Fu una bellissima partita, arrivata punto a punto fino all’ultimo possesso. Possesso fatale, in cui Vince, servito su rimessa da Dell Curry, sbagliò il tiro decisivo che sarebbe valso le storiche EFC.
Arrivarono così le prime critiche pesanti di stampa e tifosi, che non concepivano la scelta di Carter di partecipare alla cerimonia quella mattina, prima di quella gara.
L’anno successivo, per la prima volta, non andò tutto bene: tra infortuni e squadra che non ingrana il capro espiatorio dei tifosi diventa inevitabilmente “Air Canada”.
In quel periodo si insedia anche una nuova classe dirigenziale, che affida la panchina a Mike Babcock, il quale si trova poco e niente con la sua stella.
Vince si ritrova tutti contro, dai suoi tifosi al suo allenatore, passando per la stampa e i media.
La dirigenza pensa sia il momento di allontanarlo dalla città, imbastendo una trade con i Nets, dove di fatto svendono la loro Star per poco più di nulla.
“Mi hanno scambiato, più o meno, ed è risultato che fossi io a volermene andare. Volevo qualcosa di nuovo, è vero, ma non me ne sarei mai andato”.
Accade dunque che, per far accettare ai tifosi la pessima mossa di mercato, la dirigenza fa passare la trade come la diretta conseguenza del desiderio di andarsene di Carter. Desiderio che, per sua stessa ammissione, non esisteva.
Durante gli anni successivi, ad ogni suo ritorno all’Air Canada Center veniva accompagnato da maree di fischi. E Vince soffriva. Aveva dato tutto per quella città, per poi ritrovarsela contro, a odiarlo.
Ci vollero all’incirca dieci anni, precisamente il 19 novembre 2014, per giungere a un epilogo.
Sul megaschermo del palazzatto, prima di un Toronto-Memphis, parte un video tributo a Carter.
I tifosi come di consueto iniziano a fischiare.
Rivedendo le giocate che di fatto li avevano fatti innamorare di quello sport, però, scattò qualcosa nella mente dei fan, che quasi istintivamente smisero di fischiare, iniziando ad applaudire tutti in piedi.
Vince non trattenne le lacrime. Scoppiò in un pianto che commosse l’intero Air Canada Center.
Si riassume tutto in quella scena: la città ama l’uomo e l’uomo piange per la città.

“Senza Vince non so se qualcuno di noi avrebbe avuto quella sensazione che la città fosse un luogo che attirava l’attenzione” racconta Drake “ci ha fatto sperare che fosse possibile farsi notare anche da qui”.

E senza Vince, dunque, l’NBA in Canada sarebbe mai riuscita ad imporsi?

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