Conference call con Jon Horst

Nella giornata di Mercoledì 31 ottobre ho avuto il privilegio di partecipare ad una conference call con Joh Horst, il general manager dei Milwaukee Bucks.

Un’ esperienza meravigliosa e molto formativa resa possibile da NBA Europe e Connexia, l’agenzia che gestisce gli interessi e le comunicazioni di NBA in Italia e alla quale sono personalmente legato da un rapporto di amicizia oltre che di stima.

Ma chi è esattamente Jon Horst? Una figura unica, un uomo dalle qualità speciali, perché se a 25 anni diventi Manager of Basketball Operations e a 34 il general manager di una franchigia NBA non sei esattamente come tutti gli altri. Preparatevi perché la storia è di quelle che andrebbe letta ai bambini. Ma anche agli adulti non può che far bene.

Horst era un bambino che voleva a tutti costi giocare in NBA, tanto da passare intere giornate ad allenare le sue skills. Però, come più o meno tutti abbiamo tristemente compreso ad un certo punto dell’adolescenza, i sogni dell’infanzia si infrangono contro gli scogli della dura realtà: sta al ragazzo e successivamente all’uomo modellarli intorno alle proprie capacità e ai propri talenti.

Qualche soddisfazione sui campi da basket se la tolse comunque, soprattutto negli anni del college dove a Rochester (in Michigan, nei pressi di Detroit) vinse in back-to-back il titolo Nazionale Collegiale.
Il suo minutaggio non era dei più alti, ma il suo impatto sulla squadra era così buono che il suo coach, Garth Pleasant, un’istituzione a cui venne nominata la palestra della scuola dopo 38 anni di coaching career, disse nel 2006:

 

No one has played so little yet given so much to our program than Jon.

Descritto da tutti come un grandissimo lavoratore oltre che una mente brillante, nel suo anno Senior venne eletto dai suoi compagni come capitano. Il suo impiego in campo era proporzionato alle sue capacità cestistiche ma ciò che era capace di trasmettere ai compagni denotava una grandissima leadership e il suo sempre perfetto comportamento lo ergevano ad esempio.

(Jon Horst è quello sorridente in centro alla foto, in maglia d’allenamento, appena sopra ai titolari)

 

Garth Pleasant, che nel corso della sua lunghissima carriera aveva stretto una collaborazione con i Detroit Pistons, aveva una stima pressoché illimitata di Horst e quindi, quando dal front office alzarono la cornetta alla ricerca di un tirocinante, il nome che uscì dalle labbra del coach fu chiaramente quello dell’attuale GM dei Milwaukee Bucks. E così, Horst che a detta sua avrebbe anche raccolto gli asciugamani o pulito gli spogliatoi pur di stare all’interno della lega si ritrovò nello stesso ufficio di Joe Dumars e John Hammond.

Qui inizia il suo viaggio in NBA, dentro ad un sogno che ogni giorno diventava sempre più un obiettivo, che comunque non fu facile nemmeno per un momento. Dopo il primo anno di tirocinio i Pistons, che lo avevano inevitabilmente apprezzato, gli proposero di continuare. Il lavoro anche per il secondo anno non sarebbe stato retribuito, ma questo non fu per lui un problema, nonostante Jon Horst fosse povero e vivesse (in una casa mobile) in una delle città più povere d’America. Aveva bisogno di soldi, ma non si lasciò scoraggiare e per un anno fece qualsiasi lavoro gli permettesse di poter coltivare il suo sogno: lavorò la notte per la FedEx, come montatore per Bed, Bath and Beyond e per arrotondare, durante l’inverno,  spalava la neve. Era certo che il lavoro duro avrebbe pagato e rimaneva sempre attaccato ai suoi sogni che diventarono realtà nel 2007 quando venne nominato manager of basketball operation per i Detroit Pistons.

Un anno dopo John Hammond venne ingaggiato come general manager dei Milwaukee Bucks e, così come Dumars a Detroit, voleva Horst come proprio vice. Scelse Milwaukee perché riteneva che avesse più da imparare da Hammond e restò al suo fianco e nella sua ombra fino a quando, nell’estate del 2017, Hammond accetto l’incarico di GM a Orlando e Horst venne promosso, a soli 35 anni, a general manager dei Milwaukee Bucks.

 

Per questo anche una conference call, quando di fronte si ha una personalità di questo tipo, può risultare un’esperienza formativa e professionale unica nel suo genere.

La prima domanda, fatta da un cronista australiano, chiedeva l’importanza di un campione NBA come Matthew Dellavedova all’interno dello spogliatoio dei Bucks.

La sua risposta è stata che ovviamente Dellavedova dà un apporto significativo in termini di esperienza ma non è l’unico nel roster dei Bucks ad avere ormai un bagaglio piuttosto importante: Middlenton, Brogdon, Bledsoe, Giannis, Henson sono tutti giocatori che hanno già fatto i playoffs ed in più sono stati aggiunti Brook Lopez e Ilyasova che sono giocatori senza dubbio d’esperienza.
Horst ha fatto notare poi come Coach Budenholzer sia un coach da considerare esperto anche per quanto riguarda la post season, 17 anni passati nel coaching staff di Popovich e 5 stagioni ad Atlanta in cui solo una volta ha mancato i playoffs e dove è addirittura arrivato alle finali di conference. Nelle ultime due stagioni i Bucks sono sempre inciampati nell’ostacolo del primo turno che secondo Horst è il tempo di superare, l’esperienza c’è e il talento pure e questo inizio lo sta dimostrando.

Si è parlato poi di questo inizio, chiedendogli se anche dal suo punto di vista è stato sorprendente e quanto può avere inciso la presenza di un nuovo coach.

Horst ha ammesso che nemmeno lui si aspettava un inizio così convincente ed il merito è identificabile in un insieme di fattori. Il roster è stato migliorato con gli arrivi di Brook Lopez, Ersan ilyasova e di Donte Di Vincenzo arrivato dal draft, i giovani hanno un anno in più ma sicuramente è fondamentale anche l’apporto dato da Mike Budenholzer. Le sue idee stanno aiutando tantissimo la squadra e ne hanno decisamente migliorato il gioco, lo stesso GM non si aspettava nemmeno di vedere i concetti dell’allenatore avere un efficacia così immediata sulla squadra ma ha ricondotto questo fatto al grande lavoro svolto durante la off season. Inoltre ha sottolineato quanto questo nuovo sistema di gioco favorisca Giannis che, grazie alle nuove spaziature, può attaccare più liberamente l’area, cosa in cui è uno dei migliori nella lega e allo stesso tempo sfrutti le attenzioni particolari che le difese riservano a Giannis per trovare l’uomo smarcato sul perimetro.

Il discorso si è poi spostato sull’importanza che ha in questo inizio il nuovo palazzetto, ma Horst ha fatto notare che l’arena non è l’unica cosa nuova.

Il gm ha sottolineato come ci sia tantissima nuova energia, tantissimo entusiasmo, che parte dal proprietario e si trasmette a tutti gli altri membri della franchigia. L’arena nuova è senza dubbio una spinta importante, è un segno della presenza forte della società e della sua volontà ad investire ma non è solo l’arena infatti sono stati costruiti nuovi uffici dirigenziali, un nuovo centro di allenamento e un nuovo centro medico. C’è anche un nuovo allenatore che ha portato a tantissimi cambiamenti e tutto questo non può che regalare all’ambiente tanta nuova energia. Ha fatto notare come negli ultimi anni sia cresciuto l’hype intorno alla franchigia e di come il brand sia sempre più globale, in tutto il mondo si possono trovare persone con la canotta di Giannis ed è anche perché pure il design (lui lo ha chiamato swag) è nuovo, e sta piacendo moltissimo. In più c’è una squadra con molti giocatori forti, giovani, talentuosi, e c’è Giannis che è un back to back All Star, un back to back All NBA ed è ancora in ascesa così come la franchigia.

Insieme all’entusiasmo però cresce anche la pressione ed è una cosa che Horst non nasconde ma di cui non è preoccupato.

Infatti il gm ha riconosciuto come inevitabile un aumento della pressione che lui non vede come freno ma come occasione di crescita per i giovani. Bisogna migliorare attraverso la pressione e le aspettative crescenti, è uno step necessario per arrivare ad essere una solida squadra da vertice nella Eastern Conference. Gli è stato anche domandato se il record di franchigia in RS fosse un obbiettivo ma ha risposto negativamente, dicendo che, oltre al fatto che non sarebbe per nulla facile, e che non ci si deve dimenticare che a Milwaukee nel passato ci sono state squadre decisamente invidiabili, sarebbe più importante fare strada nei playoffs.

Dopo l’addio di LeBron il trono ad est è rimasto libero e i media hanno parlato di Celtics, Raptors e 76ers come principali pretendenti, gli è stato chiesto se l’esclusione dei Bucks gli desse fastidio e se si sentissero in grado di competere con queste squadre.

Horst ha risposto che all’interno dei Bucks non si da peso alle chiacchiere giornalistiche ma si resta concentrati sui propri obiettivi, il primo di questi è quello di migliorare e lo si vuole fare attraverso una mentalità proiettata sempre alla partita successiva, che va avanti giorno per giorno. L’importante è rimanere in salute e riuscire ad esprimere al meglio le proprie potenzialità sul campo.

Si è parlato, infine, dei miglioramenti difensivi dei Bucks.

Il gm ha espresso la sua felicità per il roster attuale dove sono stati aggiunti giocatori che erano etichettati come pessimi difensori come Lopez o Ilyasova ma che stanno facendo molto bene difendendo l’area, inoltre la presenza di diversi freaks con le braccia interminabili e molto dinamici sta aiutando i Bucks ad una delle migliori difese perimetrale della lega (2^ per percentuale da 3 concessa agli avversari) ed una delle migliori in assoluto.

 

 

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