San Antonio Spurs – Is this the end?

Sembrano essere in molti a ritenere la celebre canzone dei Doors più che appropriata per la corrente situazione dei San Antonio Spurs. Fin dal principio dell’affaire Leonard, si è diffuso nell’ambiente un particolare senso di sfiducia versa la franchigia texana ed il suo futuro, anche dopo un approdo ai play-off che al netto delle pesanti assenze ha avuto il sapore di vera e propria impresa.

I contratti di Rudy Gay e Pau Gasol sono diventati tutto d’un tratto ancora più pesanti, le partenze di Tony Parker e Kyle Anderson ancora più sofferte. Eppure, se tra le trenta squadre presenti in NBA ne esiste una che merita senza alcun dubbio una buona dose di prudenza prima di qualunque giudizio, quella non può che essere San Antonio. A far vacillare le speranze dei sostenitori della squadra allenata da Gregg Popovich è stato in primo luogo l’infortunio sofferto da Kawhi Leonard. Dalla serie playoff dello scorso anno contro Golden State le occasioni per vederlo sul parquet sono state più che risicate. Molti tifosi e non, si sono parzialmente dimenticati delle sue prestazioni su entrambi i lati del campo, volgendo la propria attenzione verso quella che percepivano essere semplicemente come una squadra menomata e incompleta.

Malgrado gli oltre vent’anni sotto la guida di uno dei coach più amati, ed applauditi, della storia dell’intera lega, durante i quali più volte è stato sottolineato come quella degli Spurs non fosse una semplice squadra, ma un vero e proprio sistema, agli occhi dei più la partenza di Leonard sembra poter diventare il soffio di vento decisivo per radere al suolo l’intero castello di carte. Il ritiro di Tim Duncan, ancora fresco nella mente dei supporter, ed i possibili addii di questa off-season, uniti allo strapotere emanato dai Golden State Warriors, hanno contribuito alla sensazione che gli ultimi vent’anni di lotte e vittorie siano destinati a sfumare fin troppo velocemente.

D’altronde l’età media dello spogliatoio, e dei suoi elementi più importanti, non mente. Pau Gasol, l’immortale Ginobili (il cui futuro rimane però ancora un enorme punto di domanda) e lo stesso Parker, ora accasatosi con gli Charlotte Hornets, hanno oramai raggiunto un’età in cui ben pochi giocatori NBA possono affermare di aver ricoperto un ruolo di primo piano. A trainare la squadra si sono quindi fatte avanti nuove leve, da un LaMarcus Aldridge mai così determinato ad una serie di giovani dall’interessante futuro.

Gli addii di Parker e Slow Mo

Sarebbe impensabile sostenere che i piani della dirigenza Spurs fossero quelli di presentarsi ai playoff con un Kyle Anderson in più ed un Kawhi Leonard in meno sul parquet, eppure di necessità si è fatta virtù e “Slow Mo” dall’indifferenza generale che lo ha accompagnato fino all’inizio della stagione 2017/18 si è tramutato in giocatore interessante soprattutto se inserito nel giusto contesto. Contesto che ha trovato in quel di Memphis, tramite un quadriennale da 37 milioni. Tuttavia, nonostante l’aver dimostrato la scorsa stagione la propria utilità all’interno del roster di San Antonio, la scelta della dirigenza di non pareggiare l’offerta appare più che comprensibile, nonostante i numerosi mugugni da questa scatenati.

Le motivazioni che hanno spinto gli Spurs ad una decisione comunque sofferta sono relative proprio al futuro tanto temuto in questo settimane di free-agency. Ha sicuramente pesato la scelta di Memphis di inserire nel contratto offerto a Kyle Anderson un trade-kicker (al 15%). Pur avendo dimostrato di essere indubbiamente capace di fare tutte le piccole cose fondamentali in una partita di pallacanestro, un contratto di 4 anni, a quelle cifre, sembra essere un impegno troppo consistente per una franchigia che, soprattutto alla luce della futura partenza di Kawhi Leonard, dovrebbe puntare su di un giocatore che spezzi maggiormente gli equilibri.
Si è d’altronde vista anche in quest’ultimo draft l’importanza che le ali stanno iniziando a ricoprire all’interno della lega e la decisione di non legarsi per 4 anni ad un prospetto dal potenziale non eccelso non sembra poi così
irragionevole.

Dando per scontato che il futuro di “The Claw” sia ben lontano dall’assolato Texas, nei libri contabili degli Spurs rimangono solamente due importanti (per quanto riguarda le cifre) contratti: quello di LaMarcus Aldridge che ammonta ad oltre 60 milioni per i prossimi tre anni e quello ben più scomodo di Pau Gasol che terminerà nel 2020 quando sarà a libro paga per 16 milioni. La scelta di non impegnarsi su un contratto lungo come quello di Kyle
Anderson e di firmare Rudy Gay solamente per un altro anno sembrano indicare la volontà della dirigenza di mantenere una certa flessibilità in ottica free-agency 2019 e 2020, proprio il momento in cui Gregg Popovich potrebbe dare il proprio addio alla panchina nero-argento. Nonostante le mosse possano far presagire un periodo di iato in cui San Antonio, alla luce di una conference occidentale sempre più competitiva, non riesca a raggiungere i playoff, la giuria non ha ancora espresso il proprio verdetto in proposito. Free-agency e mercato non infatti sono ancora terminati e molti sono ancora i nodi da sciogliere, sia in entrata che in uscita.

Cosa fare con Kawhi Leonard?

Evidentemente, nell’affare Leonard, il coltello San Antonio non lo ha più dalla parte del manico sia per la lunghezza del contratto che lega LeBron James ai Los Angeles Lakers e che fa intuire la volontà di impegnarsi su un progetto di lungo corso, sia per la ripetuta volontà espressa dall’entourage del giocatore di accasarsi nella città californiana. Proprio la squadra di Magic Johnson e Rob Pelinka non ha ora alcuna fretta di imbastire dialoghi e proposte con R.C. Buford e Gregg Popovich. Non è un caso che negli ultimi giorni né il nome di Brandon Ingram né quello di Jaylen Brown siano più affiorati all’interno delle discussioni relative ad una possibile trade. La situazione sembra fin troppo simile a quella che l’anno scorso ha portato Paul George a Oklahoma e Victor Oladipo ad Indiana.

Più il tempo scorre, più gli Spurs potrebbero doversi accontentare di uno scambio meno soddisfacente (a meno di clamorose sorprese a posteriori come successo per i Pacers) rispetto a quanto preventivato. Anche perché la frattura tra Kawhi e la dirigenza sembra essere ben più profonda di quello che inizialmente era stato lasciato trasparire.
Nel probabile caso che gli Spurs riescano ad ottenere dei giocatori quantomeno interessanti nelle prossime settimane, non sembra più così automatica una loro esclusione dalla corsa ai playoff della prossima stagione. Specialmente perché giocatori come Dejounte Murray (scorsa stagione), Derrick White e Lonnie Walker IV (summer league) stanno già facendo vedere promettenti sprazzi di pallacanestro. Dovranno però inserirsi all’interno di un sistema di gioco al momento privo di un’ala piccola di livello e in cui LaMarcus Aldridge si alternerà tra due posizioni (PF e C) che vedono San Antonio piuttosto corta. Probabile quindi che l’attenzione della dirigenza durante le trade talk si diriga verso offerte che comprendano sia un promettente giocatore da inserire sul perimetro, sia una presenza importante nel pitturato che possa concedere un po’ di respiro ad Aldridge e Gasol.

Nonostante tutti i problemi, i San Antonio Spurs possiedono qualcosa che manca anche a gran parte delle franchigie ad Ovest, ossia uno dei migliori allenatori nella storia dell’NBA. E dopo il fenomeno Brad Stevens, che negli scorsi playoff ha lanciato Boston in mezzo ad una gioiosa valle di pacche sulle spalle e complimenti, questo è un aspetto che non dovrebbe mai essere dimenticato.

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