Playoff Takeaways 2018 Edition

Le Squadre che il prossimo anno potrebbero non essere ai Playoff

San Antonio Spurs

Dopo 21 stagioni consecutive ai Playoff, fa strano pensare che il prossimo anno nello scacchiere dell’Ovest potrebbero non esserci i San Antonio Spurs. I Texani hanno vissuto la stagione più strana della loro storia con l’affaire Leonard. I Playoff hanno dimostrato come questa squadra fosse il supporting cast di Leonard e che senza la loro stella non fossero attrezzati per superare il primo turno anche se non avessero incontrato gli impraticabili Warriors. Leonard ha richiesto di essere scambiato, e Los Angeles – sua città natale – sembra essere la destinazione preferita del giocatore.

Con il suo scambio, che potrebbe essere considerato il più grande fallimento della carriera di Popovich, finirebbe un ciclo leggendario per gli Spurs e segnerebbe l’inizio di un percorso di rebuilding che potrebbe iniziare senza Pop al timone. Dei presenti a roster, Murray sembra l’unico giovane su cui la dirigenza vorrebbe puntare. Vero e proprio mastino difensivo grazie a delle braccia infinite – ma con evidenti limiti al tiro – Murray è già stato designato come erede di Tony Parker in cabina di regia. Il ritorno per una stella come Leonard potrebbe essere sostanzioso, sia in termini di giocatori che di future scelte. Lakers, Boston e Philadelphia sono le sqaudre che potrebbero offrire il pacchetto più alto, ma anche i Kings stanno pensando di mettere sul piatto la scelta n°2 di questo draft. Altri assets utili per la costruzione potranno arrivare tramite le cessioni dei prezzi pregiati quali Aldridge e Gasol. Dei due, quello con più appeal sul mercato è Aldridge visto anche il suo inserimento nel terzo quintetto All Nba. Più difficile cedere invece Gasol visto il suo contratto da 32 milioni fino al 2020 firmato a sorpresa la scorsa estate. Entrambi però non sono giocator con grande mercato, e il ritorno potrebbe non essere materiale abbastanza buono per un rebuilding fatto bene. San Antonio ha davanti a sé un’estate cruciale per il suo futuro e di conseguenza per il resto della Nba.

Oklahoma City Thunder

La stagione degli Oklahoma City Thunder non è stata di successo come ci si aspettava. Durante l’estate Sam Presti era riuscito a migliorare sulla carta una squadra che solo l’anno prima sembrava destinata a uscire di scena grazie agli scambi che hanno portato a Paul George e a Carmelo Anthony. Dopo un inizio molto difficile, Donovan sembrava aver trovato la formula giusta per far ingranare la squadra, che però si è arenata dopo l’infortunio di Roberson. I Playoffs hanno mostrato tutti i difetti di questa squadra. Il primo è senza dubbio Melo. L’ex Knicks ha giocato la peggior stagione della carriera, sia per percentuali dal campo sia per linguaggio del corpo e applicazione difensiva, che già prima latitava. Se ad inizio stagione si pensava di poter vedere anche in Nba Fiba-Melo, la sua versione in divisa Usa, ci si è resi conto di avere tra le mani un giocatore anacronistico, incline agli Iso ma senza convertirli sufficientemente bene, che ferma la palla tra le sue mani e praticamente inutile in campo se non tira con percentuali accettabili. Un giocatore che, con ogni probabilità, eserciterà la sua Player Option da 27 milioni di dollari, un gentile omaggio di Phil Jackson assieme alla No-Trade Clause. Per lunghi tratti della stagione il terzo Big Three dopo Westbrook e George era Steven Adams: il centro neozelandese è stato tra i migliori lunghi della stagione in entrambe le metà campo, una delle poche note liete della stagione in Oklahoma, ma ha sofferto il confronto con Gobert durante la postseason. Dal tracollo difensivo avuto dai Thunder si può capire come Roberson era un difensore molto sottovalutato nell’economia della squadra, che copriva molti errori dei compagni, Westbrook in primis. Durante i Playoff i Thunder non hanno brillato per qualità di gioco, affidandosi alle folate di talento di Westbrook e George, che tuttavia non sono bastate a superare i Jazz.

La pessima prestazione della coppia George – Anthony che ha condannato Okc, aldilà del fallo non fischiato nei secondi finali 

La partenza in estate di George metterebbe nel caos la franchigia, riportandola indietro alla situazione del primo anno post-Durant, uno scenario che potrebbe portarli all’esclusione dai Playoff, già quest’anno conquistati con molta fatica, per una squadra che non ha molte alternative che non siano convincere George a restare e sperare – anche se è quasi impossibile – che Melo non eserciti la sua opzione. Nel caso in cui l’ex Indiana dovesse andarsene, sarebbe la seconda stella Nba a lasciare Westbrook, alimentando le voci secondo le quali lo stile di gioco così accentratore dell’ex Ucla sia deleterio per le stelle che gli sono attorno.

Miami Heat

La serie tra Philadelphia e Miami è stata tra le più divertenti di questi Playoff, sia per qualità di gioco che per spettacolo in campo. Il grande problema per Miami era la differenza di talento puro che passava tra le due squadre. Entrambi i coach infatti hanno preparato la serie in modo egregio. D’altronde, sia Spoelstra che Brown hanno dimostrato non solo in questa stagione di essere tra i migliori 5/6 coach della Lega. Nei momenti chiave però, la mancanza di un got-to-guy dalle ottime doti realizzative per Miami ha fatto propendere l’ago della bilancia verso i 76ers. Da questa considerazione dovrà partire l’estate degli Heat, estate nella quale si deciderà il futuro dei prossimi due o tre anni. La fisionomia di questa squadra è piuttosto chiara: sono tutti gregari di medio-alto livello che rendono al massimo perché inseriti nel sistema Spoelstra. Per poter arrivare a maggio però servono uno o due giocatori che per talento spicchino su tutti gli altri e, al momento, Miami non ne possiede neanche uno. Inoltre, molti di questi giocatori sono stati strapagati da Riley nelle ultime estati, rendendo ogni possibile futuro scambio molto complesso, oltre ad aver ingolfato il cap. In più, la mancanza di prime scelte nei prossimi draft obbliga la dirigenza a migliorare la squadra solo attraverso scambi. Questo vorrà dire che per scaricare un contratto pesante, Miami dovrà cedere anche un giovane promettente sul modello della trade dei Nets per Mozgov e Russel. Un pacchetto probabile potrebbe essere Dragic e Winslow, anche se in casa Heat non hanno ancora perso le speranze nei confronti dell’ex Duke e potrebbero essere restii a cederlo. Negli scorsi mesi si è vociferato di un possibile scambio per Wiggins, che in Florida sarebbe la prima opzione in attacco e potrebbe quindi rilanciare la sua carriera, ben lontana dalle premesse con cui era partita (entrando nel draft il suo soprannome era Maple J, ovvero il Jordan Canadese). Una menzione speciale va però a Whiteside: la sua serie contro Philadelphia ha messo in luce tutti i – grossi – difetti del suo gioco, rendendolo ingiocabile anche contro un giocatore della sua taglia come Embiid.

Già a inizio stagione Embiid aveva fatto notare che “He cant’t fucking guard me”

Il suo valore di mercato è crollato rendendo il suo contratto (24 milioni a stagione fino al 2020) tra i più brutti della Lega. Cercare di scambiarlo senza rimetterci pezzi importanti per la squadra è l’obbiettivo numero uno per Riley. Miami potrebbe andare così verso un rebuilding alla ricerca di una nuova identità, che quindi potrebbe vederli fuori dai Playoff per un paio di stagioni.

Cleveland Cavaliers

Tutto inizia e tutto finisce dove arriva LeBron. È stato il mantra per questa cavalcata ai Playoff, vale anche per l’estate e il futuro di Cleveland. Per tutta la Postseason è stato ripetuto “LeBron gioca da solo”, e in parte è vero. Mai come quest’anno il Re ha trainato una squadra che per livello è paragonabile solo alle squadre della sua prima esperienza ai Cavs. Le prestazioni di questi ultimi due mesi di LeBron sono sicuramente for the ages, oltre che un valido argomento per metterlo tra i primi due o tre giocatori All Time, ma parte della colpa per la situazione a Cleveland è anche sua. Spesso si scherza sul fatto che LeBron faccia anche il coach e il Gm, e quest’anno si sono visti quali siano i risultati. La scelta contrattuale di LeBron – continuare a firmare contratti da 1+1 – ha impedito alla dirigenza di progettare la squadra con uno sguardo a medio-lungo termine, ma solo di anno in anno. A questo vanno aggiunti anche alcuni ricatti, come i rinnovi di JR Smith e Tristan Thompson a cifre fuori mercato e l’insistere nel richiedere un playmaker la scorsa stagione, poi diventato il cadavere di Deron Williams. Questa stagione il roster dei Cavs è composto da giocatori non all’altezza del ruolo, e pensare che Kyle Korver sia il secondo miglior giocatore sotto contratto fa capire quanto la situazione sia disperata. La cavalcata di quest’anno va però messa in prospettiva: Gara 7 contro un’Indiana buona ma non eccezionale, uno sweep a una Toronto irriconoscibile – e va dato atto ai Cavs per questo – e gara 7 contro Boston trainata da un rookie, un sophomore, Rozier e Horford, senza due giocatori top 20 della Lega la scorsa stagione. Non proprio tre corazzate invincibili. La situazione contrattuale di Cleveland è così disperata che sembra difficile una permanenza di James. Philadelphia, Los Angeles e Houston sembrano le tre squadre favorite ad essere la prossima destinazione dove LeBron porterà i suoi talenti. Cleveland ha però in dote la scelta numero 8 a questo draft, unico pezzo pregiato rimasto della trade per Irving, ed è da qui che il futuro dei Cavs dovrà ripartire. In attesa di scoprire se LeBron sarà LeGone oppure se concluderà la sua carriera in Ohio.

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