Playoffs NBA 2018 western conference

Q&A – Guida ai Playoffs NBA 2018 (Western Conference)

#1 HOUSTON ROCKETS

Rockets Playoffs NBA 2018 western conference

1) Possiamo considerare quella di quest’anno come la più grande occasione per Chris Paul di arrivare in Finale? O rischia di fare come con i LA Clippers di uscire prematuramente prima delle Conference Finals?

Si, assolutamente. Questi Houston Rockets sono la squadra più forte di cui Paul abbia mai fatto parte, e il fatto che lui non sia costretto ad essere costantemente il principale creatore di gioco è indicativo in tal senso. D’Antoni infatti ha capito subito che forzare una convivenza fra lui e Harden non avrebbe avuto successo e così ha intelligentemente scelto di massimizzare la possibilità di avere sempre in campo almeno una delle migliori point guard della lega. Infatti, in tutto, Harden e Paul hanno giocato assieme solo 19.8 minuti a partita. Di per sé il dato non è clamoroso ma, se confrontato con il tempo trascorso contemporaneamente in campo da altre coppie di All-Star, si capisce la filosofia con cui D’Antoni ha voluto gestire i minuti dei due. Paragonati ad esempio a Damian Lillard e CJ McCollum (26.3 minuti a partita) o Kevin Love e LeBron James (25.9) si può notare come il duo di Houston abbia un minutaggio ben inferiore. Se finora in carriera Paul ha sempre dovuto reggere sulle sue spalle il peso degli attacchi, questa volta si trova dentro un sistema che gli permette di mantenere lo status di floor general e di beneficiare al tempo stesso della presenza di Harden. Quindi si, nonostante una Western Conference sempre più selvaggia, che al primo turno vedrà subito i Rockets chiamati ad una sfida impegnativa contro i Minnesota Timberwolves, Chris Paul si trova davanti alla più grande opportunità della carriera di raggiungere le Finals o, perlomeno, le Finali di Conference.

2) E’ vero che il rendimento di Harden cala drasticamente ai Playoffs?

Dispiace dirlo, ma purtroppo sì. Fino ad oggi, le prestazioni di Harden ai Playoffs non sono mai state in linea con quanto fatto vedere in Regular Season e i numeri sono lì a testimoniarlo. Ogni anno infatti ha fatto registrare un calo sensibile di quasi tutte le statistiche, con un picco negativo nella stagione 2012-2013, dove è arrivato a tirare con un bruttissimo 37 percento dal campo. Tuttavia, sembra che nel corso di questa stagione il suo status sia accresciuto ulteriormente, sollevando persino dibattiti sulla possibilità di considerarlo il miglior giocatore offensivo della storia. Inoltre, quello che abbiamo detto per Paul vale anche per lui: la possibilità di dividere le responsabilità con un compagno dello stesso livello dovrebbe dargli, almeno in linea teorica, l’occasione di aumentare l’efficienza.

3) Il sistema di Houston si basa sul Moreyball, ovvero massimizzare il numero di tentativi da tre o al ferro ed abbassando il più possibile i tentativi dal mid-range o quelli di qualunque altro tipo. Questo tipo di attacco, contro le difese più “dure” dei Playoffs, potrà essere ugualmente efficace?

Attorno a questa domanda ruota tutto il destino dei Rockets. L’attacco di Houston infatti è un’anomalia: non si è mai vista una tale esasperazione dell’iso-ball con un tale livello di efficienza. Tuttavia, per quanto le spaziature garantite dalla batteria di tiratori sembrano poter mettere Paul e Harden nella condizione di poter fare quello che vogliono, che cosa potrebbe succedere se l’impatto di uno dei due dovesse calare? Ad esempio, mettiamo che nel corso del primo turno Jimmy Butler riesca ad oscurare Harden per alcuni tratti della serie. A quel punto, Chris Paul si troverebbe nuovamente nella vecchia situazione di dover gestire in solitaria l’attacco contro una difesa ben organizzata. Altro caso: proviamo ad immaginare che la difesa cambi il tipo di copertura sul pick and roll, decidendo di non lasciare più Harden o Paul isolati contro il lungo avversario ma cercando di raddoppiare forte su di loro per obbligarli a scaricare il pallone. A quel punto i rollanti dovrebbero gestire le situazioni che verrebbero a crearsi, e non è certo che la loro efficienza possa rimanere quella mostrata in Regular Season. Anche per questo sarà necessario che le due bocche di fuoco di Houston rimangano sui livelli altissimi tenuti in Regular Season.

4) Nell’ottica di un’ipotetica serie contro Golden State, quante reali chance di vittoria può avere Houston?

La risposta a questa domanda va divisa in due parti. Infatti da un lato c’è la risposta che prevede Golden State con Stephen Curry in campo, o perlomeno all’80 percento del suo stato di forma. In questo caso le chance di Houston ci sarebbero ma non sarebbero moltissime. Infatti l’eventualità di affrontare un tale star power sarebbe troppo anche per una squadra capace di schierare contemporaneamente due point god come Harden e Paul. Se invece, come sembra più probabile, Golden State dovesse presentarsi con un Curry a mezzo servizio, allora le percentuali di vittoria si alzerebbero di molto, almeno fino al 50%. Nel 2016 abbiamo avuto una dimostrazione del diverso tipo di impatto che Curry fisicamente non al top può avere. L’infortunio capitato al primo turno contro i Rockets infatti lo aveva portato a tirare con il 54% per il resto dei Playoffs. Una percentuale misera per lui, considerando che fino a quel momento non era mai sceso sotto il 60 e che aveva toccato addirittura picchi del 70%. Una versione di Curry meno esplosiva potrebbe dare un ventaglio di nuove opzioni alla difesa, che potrebbe provare a cambiare su di ogni blocco senza affannarsi a cercare di rincorrerlo per evitare che finisca solo contro un lungo dalla linea dei tre punti. Ovviamente, rispetto a due anni fa, la presenza di Kevin Durant si fa sentire e mette Golden State in una condizione comunque più vantaggiosa. Tuttavia, i Rockets hanno tutte le armi per potersi difendere, mettendo su di lui Mbah a Mouteh, Trevor Ariza e PJ Tucker a rotazione. E scusate se è poco.

5) Harden quest’anno vincerà probabilmente il titolo MVP della stagione. Possiamo considerarlo il migliore giocatore mai allenato da D’Antoni, ricordando che il coach a Phoenix ha allenato il due-volte MVP Steve Nash?

Si, è probabile che, a livello individuale, James Harden sia il miglior giocatore che D’Antoni abbia mai allenato. La metafora usata in questi anni per parlare del Barba è che fosse uno Steve Nash sotto steroidi. Ed effettivamente non potrebbe essere più azzeccata. James Harden infatti potrebbe essere una versione aggiornata e corazzata del due-volte MVP canadese. Come scritto su BullPenned, se confrontassimo le statistiche dei due parametrate sui 36 minuti vedremmo come, nonostante entrambi siano nettamente sopra la media della lega per quanto riguarda gli assist, i due non condividano nessun’altra tendenza statistica. Ad esempio, la produzione di punti di Harden supera dell’87% la media odierna, mentre quella di Nash solo del 18%. Come detto, la parte interessante di questo studio è quella di valutare il confronto prendendo in considerazione le medie dei due parametrate su 36 minuti e poi di confrontarle prima con la media di tutti i giocatori e poi con quella dei pari ruolo. Il risultato porta alla luce questa evidenza: entrambi hanno avuto un impatto complessivo superiore del 17% rispetto al resto della lega, ma se paragonati solo ai pari ruolo ecco che Harden prevale con una percentuale decisamente migliore del 20% contro il 10% del canadese. Insomma, si può dire che nel miglior momento della sua carriera Nash abbia avuto un’importanza simile a quella di Harden oggi, ma le capacità di scoring e la fisicità (i cosiddetti steroidi) atipica di una point guard proiettano il Barba ad un livello superiore.

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