Julius Randle – Cambiare il proprio destino

Dal momento del loro insediamento nel front office dei Lakers, Magic Johnson e Rob Pelinka hanno subito messo in chiaro che l’obiettivo a breve termine della loro amministrazione sarebbe stato quello di creare flessibilità salariale, in modo da rendersi competitivi nel mercato dei free agents e velocizzare il processo di crescita di squadra, fino ad allora lento e impacciato.

Tra i primi indiziati a lasciare la città degli angeli c’era sicuramente Julius Randle, che dopo due anni – esclusa la stagione da rookie persa per infortunio – di alti e bassi, entrava nel contract year con la sensazione che sarebbe stato scambiato prima della deadline. Durante le prime partite della stagione l’impressione restava quella di un giocatore finito ai margini, superato nelle gerarchie da Larry Nance Jr. e Kyle Kuzma, entrambi più motivati e con contratti più lunghi e vantaggiosi di quello di Randle. Poi, come raccontato in questo articolo di Ohm Youngmisuk, il rapporto molto diretto con Coach Walton e il rifiuto da parte della franchigia di estendere il contratto a inizio stagione lo hanno motivato a dare una svolta, probabilmente decisiva, alla sua carriera.

Ad una manciata di partite al termine della stagione dei Lakers, si può affermare con certezza che la breakout season dell’ala gialloviola abbia cambiato le carte in tavola per l’offseason più importante degli ultimi anni.

Il nuovo Randle

Etichettato già dal Draft come giocatore “throwback”, per l’assenza di range di tiro e la predilezione per il gioco fisico nel pitturato, le prime tre stagioni nella lega non lo hanno aiutato a smentire i detrattori; incostante e pigro in difesa, testardo come pochi in transizione e lento a migliorare dal punto di vista tecnico, sia nell’uso della mano destra che del piazzato dalla media. Tutti i difetti che gli scout vedevano nel 19enne in uscita da Kentucky valevano anche a 22 anni, costituendo un ingombrante tappo per le potenzialità del giocatore. Il suo talento grezzo aveva però convinto anche Kobe Bryant, che lo definì “Lamar Odom nel corpo di Zach Randolph” nella sua seconda stagione nella lega. Nonostante si porti ancora dietro alcuni dei difetti che lo hanno sempre contraddistinto, il quadro complessivo del giocatore è mutato radicalmente; cerchiamo dunque di esaminare più nel dettaglio il giocatore che è oggi.

Il miglioramento più evidente è senz’altro la migliorata sensibilità attorno al ferro, la sua percentuale dal campo è schizzata letteralmente in alto; dal 48% della scorsa stagione è passato al 57% fatto registrare fino a questo momento, determinato da un incredibile 74% nei pressi del ferro. Tutto ciò è ancor più rilevante se consideriamo che solo il 58% di queste conclusioni è “assistita” (per dare un’idea, DeAndre Jordan conclude col 70% assistito nel 66% dei casi) e che dimostra ancora una certa riluttanza a finire con la mano destra, nonostante abbia sviluppato dei counters per rendersi meno prevedibile.

Tutti sanno che tornerà a sinistra per tirare, pochi riescono a farci qualcosa. Top 10 nella lega per FG% e oltre il 60% di TS. Per alcuni è troppo forte, per altri troppo veloce.

 

 

Nonostante le maggiori responsabilità e il maggior numero di possessi è riuscito a far decollare la propria efficienza, migliorando la selezione di tiro e le capacità di lettura, usando con più discernimento le impressionanti doti fisiche di cui dispone. La rinnovata forma fisica, frutto di un duro allenamento durante la off-season, sembra averlo reso più esplosivo e più resistente.

  • Sposta Griffin con facilità mettendogli la spalla nello sterno. You can’t handle Randle.
  • Schiacciata violenta da rollante. 70esimo percentile da roll-man per Nba.com/stats
  • Fronteggia e affonda. Embiid, la prossima volta magari non saltare
  • KD vi spiega che succede quando Julius fa da rim runner

 

Nonostante sia un giocatore facilmente leggibile, gli avversari stentano a trovare contromisure. Nel mese di Marzo sta viaggiando a 23 punti di media conditi da 10 rimbalzi in 34 minuti, compresa una prestazione monstre davanti ai Cavs di King James.

Le zavorre che gravano ancora sul giocatore, impedendogli di raggiungere lo status di star riguardano la costanza, il Q.I cestistico e l’evoluzione di un gioco perimetrale. Se per i primi due aspetti si sono visti netti miglioramenti ed è probabile che col tempo riesca a limare ancora di più i difetti, un tiro affidabile potrebbe non arrivare mai; la meccanica non è delle più replicabili, la rotazione del bacino è rimasta e le difese continueranno a incoraggiarlo a tirare.

In generale la qualità delle scelte è migliorata, il ratio USG% to TOV% è cresciuto. Purtroppo succedono ancora un po’ troppo spesso cose di questo tipo.

 

Un’altra grossa differenza rispetto alla scorsa stagione è la difesa individuale, che registra un miglioramento netto in quasi tutte le categorie statistiche e che è assolutamente compatibile con ciò che si vede in campo: buona difesa in post, capacità di difendere il ferro migliorata e soprattutto la velocità di piedi per stare davanti alle migliori guardie della lega sui cambi difensivi, abilità cruciale per ogni lungo che ambisce a diventare un fattore nell’NBA odierna. Proprio questa crescita sarà fondamentale nel futuro del giocatore e dei Lakers, che potranno usarlo da centro nei quintetti piccoli in modo da cambiare su tutto e alzare il più possibile il numero di possessi, sfruttando l’estrema versatilità di gran parte del core; Ingram, Ball, Hart, Randle e parzialmente Kuzma si stanno dimostrando difensori più che competenti sui cambi difensivi, e tutti molto pericolosi in transizione.

  • John Wall per primo scopre che isolarsi contro Julius non è la miglior scelta possibile. Fermato 3 volte in clutch time
  • Aiuto e stoppata su Ben Simmons
  • Rim Protection contro Portis
  • Rotazione, stoppata, rimbalzo, coast to coast.
  • Gran difesa in isolamento contro KD. reattivo di piedi e tiro ben contestato.
  • Contiene Murray dal palleggio e KCP aiuta in crunch time, poi “finish it baby”

In aggiunta alle capacità individuali, l’impatto che Randle sta avendo sulla stagione più incoraggiante dei Lakers degli ultimi 6 anni è tangibile. I gialloviola sono 3.6 punti per 100 possessi meglio quando Randle è sul parquet rispetto a quando si siede (dato migliore della squadra per Basketball Reference), gli unici quattro quintetti con più di 40 minuti sul parquet vedono Randle come unica costante e il record di squadra recita 22-20 da quando Julius è entrato stabilmente in quintetto il 29 dicembre.

La trade che ha portato Thomas a Los Angeles ha anche regalato ai tifosi Lakers un’intesa incredibile tra i due, che nei 260 minuti trascorsi in campo insieme fanno registrare un Net Rating di +12, dato più alto tra le combinazioni di due giocatori con almeno 100 minuti di utilizzo.

La prossima offseason

Alla luce di quanto dimostrato in questi ultimi mesi, in aggiunta alle manovre fatte prima deadline per liberare ulteriore spazio, il rapporto Randle-Lakers potrebbe continuare. Da tempo si sa che l’idea dei Lakers consiste nel provare a convincere LeBron James e Paul George, ma per fare ciò a livello salariale sarebbero necessari circa 66 milioni di dollari (il super-max da veterano di LeBron vale il 35% del cap, quello di George il 30%). Rinunciando a rifirmare Caldwell-Pope, Thomas e Lopez, mantenendo invece Randle, sarebbe impossibile offrire il massimo salariale ad entrambi anche usando la stretch provision sul contratto di Deng. Nonostante quelle che sono le aspirazioni del front office, l’arrivo di George e James assieme è una possibilità veramente remota, perdere un asset come Julius a zero diventerebbe un macigno per una squadra che in questo draft sceglierà intorno alla 25esima scelta. Considerando le squadre con margine salariale che potrebbero essere interessate al giocatore, in evidenza si trovano senza dubbio i Dallas Mavericks. Carlisle adora il giocatore e potrebbe approfittare delle grosse ambizioni gialloviola per offrire un contratto ricco a Randle, obbligando i Lakers a usare le 72 ore concesse per pareggiare l’offerta per ricalibrare la propria free agency. Il rischio di pagarlo più del suo effettivo valore di mercato esiste, ma la situazione va considerata nel suo insieme: si sta dimostrando il miglior giocatore dei Lakers attualmente, ha ancora 23 anni e anche ipotizzando che il suo sviluppo sia vicino al picco massimo lasciarlo andare gratis sarebbe una perdita ben peggiore di 3-4 milioni nel cap, soprattutto considerando a dir poco proibitivi gli obiettivi posti per la free agency, insieme ai segnali incoraggianti lanciati dal nucleo di giovani già presenti a roster.

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