Underrated: a Toronto Raptors story

– A cura di Iacopo Lena – 

Mentre i tifosi e gli addetti ai lavori si chiedono se LeBron James ed i suoi nuovi Cavaliers riusciranno a ripetere i risultati degli ultimi anni oppure se Boston risulterà essere competitiva anche senza Gordon Hayward, i Toronto Raptors si sono presi la testa della Conference all’ombra dei riflettori.

–  “Perché nessuno sta parlando dei Raptors?”, si chiede Chris Bosh durante il podcast di Bill Simmons.
“Perché sappiamo che si bloccheranno al primo turno”, (viene utilizzata la parola “choke” che generalmente è dispregiativo ndr) la risposta più gettonata che arriva dai detrattori sui social network.

Ma la domanda dell’ex Toronto e Miami è più che lecita: Per quale motivo i Raptors vengono così sottovalutati nonostante i dati siano dalla loro parte?

 

Il problema di essere canadesi

Un primo fattore che sicuramente influisce sulla poca visibilità che i media statunitensi riservano alla squadra risiede sicuramente nella provenienza della franchigia. A causa della vicinanza geografica e dell’affine cultura sportiva, tra Canada e USA esiste una forte rivalità nella maggior parte degli sport, a partire da quelli olimpici, passando per il baseball, il football e persino per il calcio.

Il tifoso statunitense medio ha sempre guardato agli atleti ed alle squadre d’oltre confine con superiorità ed antipatia, con l’idea (applicabile non solo allo sport) che il proprio paese sia migliore di qualsiasi altro. Nello specifico quella di Toronto è l’unica franchigia di basket canadese in una lega interamente statunitense: ha fatto ingresso nella NBA nella stagione ‘94-‘95, insieme ai Vancouver Grizzlies, anch’essi provenienti dal Canada, i quali però furono trasferiti solo qualche anno più tardi nella città di Memphis (Tennessee).

I Raptors ben presto diventano l’unica squadra straniera in una lega tutta USA. In Ontario trovano terreno fertile, riuscendo a creare un’importante e solida fan base, esclusivamente canadese. La squadra si è lentamente imposta come una solida realtà, ma nonostante ciò ha continuato ad essere snobbata dai media americani e, non troppo velatamente, mal sopportata dalla maggior parte dei tifosi delle altre franchigie.

Ad oggi gli statunitensi ultranazionalisti non possono accettare che a rappresentare la Eastern Conference possa essere una squadra straniera ed i media, che dipendono inevitabilmente dall’appetito del popolo, nonostante i Raptors siano in testa alla classifica, limitano comunque il tempo a loro dedicato nei vari programmi e notiziari. Tanto non farebbero notizia. Capito, Chris?

 

Breve storia della franchigia

Anche la storia non si schiera dalla parte dei Raptors. Toronto ha superato il primo turno dei playoffs solo tre volte dalla sua fondazione, e solo una volta ha raggiunto la finale di Conference, nella stagione ‘15-‘16, finendo per essere eliminata 4-2 dai Cavaliers in una serie di cui nessuno ha mai messo in dubbio l’esito.

I canadesi sono anche l’unica squadra a non aver mai vinto gara-1 della prima serie di playoff, nemmeno se giocata in casa. Prima dell’avvento dell’attuale GM Masai Ujiri, nel 2013 i Raptors avevano staccato solo 5 volte il biglietto per la post season: le prime tre quando Vince Carter guidava la squadra ed altre due nell’era Bosh, senza mai essere davvero da considerarsi competitivi per il titolo. Con l’arrivo del manager nigeriano i risultati non hanno tardato ad arrivare: Ujiri affida subito a coach Casey un buon roster, il quale sembra trovare la giusta miscela tattica per far rendere al meglio la squadra, ma alla prima stagione, nel 2013-2014, dopo un’ottima regular season terminata con un record di 48 vittorie, i Raptors vengono umiliati al primo turno di playoffs dai Brooklyn Nets (qualificati come sesti) in una serie persa 4-3.

L’anno successivo si vedono notevoli miglioramenti e la stagione regolare viene chiusa con ben 49 vittorie. Tuttavia la squadra ai playoffs delude ancora, mostrando evidenti limiti nell’affrontare partite importanti: prima serie persa con un netto 4-0 contro i Washington Wizards. Un continuo percorso di crescita e buone scelte di composizione del roster valgono 56 vittorie nella stagione del 2015-2016, record di franchigia, e qualificazione ai playoffs da possibile outsider. Per la prima volta i giocatori non deludono (quasi) le aspettative. Faticando molto superano sia il primo turno con Indiana, sia il secondo con Miami, chiudendo sempre le serie per 4-3. Arrivano in finale per la prima volta nella storia, ma sono decisamente al limite fisico ed al cospetto del Re e dei suoi Cavs, forti di un parziale di 8-0: la serie è tutt’altro che combattuta.

Toronto si affaccia dunque alla stagione ‘16-‘17 con grandi aspettative, ma ai tifosi sembra di rivivere un terribile déjà-vu che ormai li accompagna da molte stagioni: regular season stupenda, Raptors che sembrano potersela giocare con tutti ma che escono al secondo turno, sempre dinnanzi ai Cavs, con prestazioni davvero deludenti sia sul piano del gioco sia a livello dei singoli, star della squadra in primis. La storia parla chiaro e dà ragione ai detrattori della franchigia canadese: senza dover andare molto indietro con gli anni e rimanendo nell’era Ujiri la squadra ha sempre brillato nella prima parte di stagione, per poi crollare inevitabilmente nei momenti fondamentali. Quest’anno è lecito dunque pensare che il copione possa essere ancora lo stesso e magari avranno di nuovo ragione le previsioni dei fan sui social: “They’ll choke in the first round of the playoffs”.

 

Una grande chance

In questa stagione la squadra sta dimostrando di essere un bellissimo giocattolo nelle mani di coach Casey. E’ l’unica squadra nella lega – insieme a Golden State – ad essere tra le prime cinque sia per efficienza offensiva (terza con 111,6 punti ogni 100 possessi) che difensiva (quinta con 103,6 punti concessi ogni 100 possessi), confermando il proprio status.

Demar DeRozan, la stella della squadra, sta vivendo probabilmente la migliore stagione in carriera, scalando lentamente posizioni nella graduatoria per diventare MVP. Il nativo di Compton è stato capace di fare un salto di qualità importante all’ombra dei 30 anni: ha dovuto tramutare il proprio gioco, quasi estemporaneo, fatto di isolamenti e tiri dalla mid range – una volta il 17% delle sue conclusioni arrivavano da un isolamento concluso dalla media distanza, ora a malapena il 12% –  diventati una scelta di gioco dannosa per la squadra. Ha anche acquisito fiducia e confidenza con il suo tiro da oltre l’arco: per una guardia che tirava da tre con medie del 28% in carriera e picchi al ribasso come quello dello scorso anno da 26%, assestarsi su un 32,9% su 3.5 tentativi a partita (contro gli 1.7 della passata stagione) è un gran traguardo.

E’ però innegabile come DeRozan sia anche il primo a “sparire” durante i playoffs.

Eccezion fatta per due gare stupende nella serie contro Milwaukee dello scorso anno, il numero 10 ha sempre fatto registrare medie disastrose (6.7% da 3, su 1.5 tiri tentati a partita), accompagnate da pessime scelte di tiro.

In questa regular season però a sorprendere sono state soprattutto le second unit, capaci di stupire tutti con un impatto sui match in uscita dalla panchina che nessun’altro quintetto della lega può vantare. Coach Casey si fida delle sue riserve, tanto da concedere sempre più minuti ai vari VanVleet, Wright, Miles, Siakam e Pöltl, che insieme sono stati per lunghi tratti della stagione il primo quintetto della lega per Net Rating.  Ad eccezione del veterano trentunenne C.J. Miles, gli altri quattro (assieme a Powell, Nogueira e al rookie titolare OG Anunoby) sono però tutti giocatori nati negli anni ’90 che non hanno alcuna esperienza della post-season.

Il primo a mettere in evidenza l’inesperienza della maggior parte del suo roster è l’allentatore, che sottolinea come i suoi Raptors non siano ancora un prodotto finito: “Abbiamo tanti giocatori giovani che non hanno ancora affrontato i playoffs, la nostra sfida è farli arrivare pronti”. C’è dunque grande possibilità che la magia delle second unit si spegnerà quando la palla inizierà a farsi più pesante. La conclusione risulta essere dunque la solita: “They’ll choke”,

Che sia lecito o meno pensare che Toronto possa crollare anche nel momento fondamentale della stagione o che riesca a giocare una post-season da protagonisti sarà solo il campo a dircelo. E’ innegabile però che ogni stagione questi Raptors riescano a far sperare a tutti che sia il loro anno.

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