The Process

#TrustTheProcess è stato uno degli hashtag più usati negli ultimi anni, non solo per quanto riguarda la pallacanestro, ma per comunicare a tutti di avere fiducia nella strada che si sta percorrendo. Proprio il messaggio che Sam Hinkie ha continuato a diffondere dal 2013 al 2016, il periodo in cui il laureato di Stanford ed è stato alla guida dei Philadelphia 76ers.

Il mondo si divide in due nella considerazione di Hinkie: chi lo considera un Dio in fatto di programmazione e gestione sportiva; e chi invece un farabutto che ha piegato le regole della Lega al suo volere intaccando la competizione sportiva e non facendone mistero alcuno. Personalmente, questo è proprio il motivo per cui ritengo Hinkie un genio, ma ci arriveremo più avanti. Sicuramente è diventato un personaggio che è entrato a pieno titolo nell’immaginario comune, vedendosi dedicata una delle magliette più belle di sempre.

 

 

Nei tre anni passati in Pennsylvani, Hinkie ha preso una squadra che aveva scambiato un anno prima Iguodala per Bynum e aveva mancato la qualificazione ai Playoffs nonostante Jrue Holiday fosse diventato All Star ad appena 22 anni. L’ha completamente azzerata.

Il principio che ha guidato Hinkie in questo percorso è piuttosto semplice: per arrivare a vincere un titolo NBA servono stelle di assoluto livello. Queste possono essere acquisite tramite free agency o tramite il Draft. Nella testa di Hinkie, il Draft è il metodo che conferisce più garanzie di arrivare velocemente a un giocatore-franchigia, ma per scegliere talenti generazionali occorre avere almeno una scelta top-5. Per farlo, bisogna perdere quanto più possibile.

Via Holiday e tutti i giocatori troppo forti per poter attuare questo piano. In cambio arrivano scarti delle altre squadre e soprattutto scelte al Draft. Tantissime scelte al Draft. Oltre a questo, Hinkie ha avuto come pensiero fisso il fatto che la peggior condizione possible per una squadra sia quella in cui si è troppo forti per arrivare alle prime scelte al Draft ma troppo scarsi per arrivare ai Playoff. Da questo nascono alcune decisioni che all’epoca sembravano azzardate, come la cessione di Carter-Williams l’anno dopo essere stato il primo Rookie dell’Anno di Philadelphia dai tempi di Allen Iverson. Il prodotto di Syracuse era troppo forte per proseguire nel tanking selvaggio ma al tempo stesso non era il candidato MVP del futuro che avrebbe portato i 76ers a sollevare il Larry O’Brien Trophy al cielo.

Joel Embiid, è l’incarnazione completa del Process.

 

THE GOAT #HeDiedForOurSins #TrustTheProcess

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Embiid è il Process non solo perché si è autoimposto questo soprannome (una sorta di novello Napoleone che si autoincorona Imperatore) ma perché deve praticamente tutto a Hinkie. L’ex Gm lo ha infatti scelto nonostante fosse infortunato – una sinistra tendenza da parte di Phila negli ultimi anni – e lo ha aspettato per ben due stagioni, difendendolo sempre e permettendogli di crescere cestisticamente, avvolto dell’ incondizionata fiducia da parte di tutto l’ambiente. Una cosa assolutamente non scontata e che rende la gestione del suo infortunio molto differente da quella che hanno avuto in parte Simmons ma, soprattutto, Fultz.

La situazione della prima scelta al draft 2017 è l’emblema della differenza di stile tra Colangelo e Hinkie. Durante il recupero di Embiid non era girato praticamente nessun video di Joel (la gestione dell’infermeria e la poca trasparenza del front office 76Ers è un hot topic delle ultime gestioni di Philadelphia ndr.) mentre di Fultz ormai conosciamo problemi di meccanica e pasticci interni.

Embiid è il vero motore di questa squadra: 101.3 punti di Offensive Rating con Embiid in panchina è infatti il dato più basso della squadra, che invece schizza al 110.3 quando il #21 è in campo. Di fatto, la sola presenza di Embiid sul parquet genera sette punti in più ogni 100 possessi, a cui vanno aggiunti anche quelli che salva in difesa. Con il camerunense in campo Phila ha un Defensive Rating di 100.4, il migliore della Lega; dato che sale a 106 quando invece si siede.

Andando nel dettaglio, la line-up più usata questa stagione è stata Simmons, Redick, Saric, Covington ed Embiid: questa ha ottenuto nei 508 minuti giocati assieme un Net Rating di +17.1, la più alta tra i 23 quintetti che hanno giocato insieme almeno 300 minuti insieme questa stagione. Un risultato straordinario, che mette in luce tutti i meriti dell’operato di Hinkie. In particolare, il duo Simmons-Embiid è tra i migliori della Lega: delle coppie che hanno giocato assieme almeno 1100 minuti, i due giovani di Phila hanno un Net Rating di +13.9, il terzo più alto, dietro solo a Curry-Thompson (+14.3) e Curry-Green (+14.0), ma davanti a Curry-Durant (+13.8).

Il tweet – che risale a qualche giorno fa – mette in luce quelli che sono i meriti di tutta l’organizzazione dei 76ers. A partire dall’unico elemento che in tutti questi anni non è mai stato messo nemmeno una volta in discussione: Brett Brown. Pur avendo un record abbondantemente perdente – prima di questa stagione solo il 29% di vittorie in quattro annate – l’ex assistente di Popovich ha sempre avuto la fiducia di tutto l’ambiente che, grazie alla continuità alla guida della squadra, ha potuto sviluppare con calma il progetto che Hinkie aveva in testa. All’ombra dell’Alamo, Brown era infatti un maestro nel player development, specialità che è risultata fondamentale quando Hinkie ha deciso di assumerlo. Se nelle prime stagioni i risultati hanno faticato ad arrivare (75-253 il record nelle prime quattro annate), in questa il coach e tutta la squadra hanno iniziato a raccogliere i frutti dell’ autoinflitto dolore.

A saltare subito agli occhi è la solidità difensiva che ha trovato in Embiid la sua ancora. Attualmente Philadelphia è la quinta difesa della lega, concedendo 103.3 punti ogni 100 possessi.

Il poter disporre di giocatori grossi e versatili come Saric, Simmons e Covington consente di avere in campo un quintetto composto per quattro quinti da giocatori abbondantemente sopra i 2 metri e i 100 kg.

Mentre l’unico a non far parte di questa cerchia è JJ Redick, in campo fondamentale per le spaziature in attacco: il suo correre continuamente sul perimetro alla ricerca del blocco giusto tiene sempre occupata la difesa, permettendo a Embiid di avere più spazio. Il giocatore che però beneficia più di tutti della presenza dell’ex Duke è sicuramente Simmons.

I problemi al tiro di Simmons sono noti a tutti, tanto che ha tirato solo 10 triple in tutta la stagione senza segnarne nemmeno una. Con ogni probabilità sarà difficile vederlo diventare una minaccia da dietro l’arco, ma affinché possa risultare un giocatore ancora più completo dovrà necessariamente migliorare al tiro anche se solo dentro l’arco. Il suo jumpshot, sebbene non abbia una meccanica orrenda, è disastroso: 84 canestri a fronte di 268 tentativi per un misero 31%. A preoccupare è anche il range di tiro: finché si tratta della restricted area o del pitturato Simmons è un giocatore di assoluto rispetto, con punte anche da élite. La situazione diventa preoccupante appena si allontana per più di 3 metri dal ferro: dal 70% sotto canestro, si passa al 40 nel pitturato fino al 29 nel midrange. Per il resto rimane un giocatore dal valore tecnico indiscutibile, che ha già dimostrato fin da subito di poter avere uno strapotere fisico sugli avversari. La sua combinazione di corpo e tecnica sono veramente unici: non sono stati molti i giocatori di 2 metri e otto che hanno saputo portare palla con quella fluidità e velocità.

Quello che più stupisce è che tutti sanno che non tirerà, eppure riesce comunque ad arrivare al ferro.

A questa fluidità nei movimenti abbina anche un atletismo fuori dal comune che gli consente di poter schiacciare in qualsiasi situazione dinamica si trovi.

A questo core molto giovane (23 anni di età media) sono stati aggiunti in estate alcuni veterani che potessero dirigere lo spogliatoio. I due acquisti più importanti dell’estate sono stati Redick e Johnson, firmati con contratti molto alti ma dalla durata di un solo anno: il primo con il suo apporto in campo, il secondo con la sua presenza guida in spogliatoio. Se durante la deadline Phila è stata piuttosto silente, con il solo trasferimento di Okafor a Brooklyn, durante il mercato dei buyout è stata molto attiva acquisendo sia Belinelli che Ilyasova dopo che questi sono stati tagliati da Atlanta. La direzione di questi due acquisti è molto chiara: aprire ancora il campo per Simmons e Embiid. Il quintetto Belinelli-Simmons-Redick-Ilyasova-Embiid è rimasto in campo solo per tre minuti totali, un dato insignificante, dunque l’intesa sarà tutta da vedere ai playoff. L’intenzione di Brown è infatti quella di usare gli ex Hawks come innesti dalla panchina quando nascerà l’esigenza di aggiungere bocche di fuoco ed i due europei sono in grado di segnare e far segnare i propri compagni anche con pochi minuti a disposizione

I Sixers – grazie alla vittoria di Indiana su Miami – sono riusciti  a ottenere matematicamente la loro prima qualificazione ai playoff dall’ultima squadra di Doug Collins, sei anni fa. Dispongono di un roster giovane, basato su giovani dal futuro luminoso e con contratti ancora vantaggiosi. Ma soprattutto dispongono di una situazione salariale perfetta. Attualmente solo quattro squadre hanno spazio salariale sopra ai 29 milioni, ovvero lo spazio necessario per firmare un giocatore al supermax contract previsto dal Cba: Lakers (che ne possono accogliere addirittura due), Bulls, Sixers e Hawks. Di questo piccolo gruppo, soltanto Lakers e Sixers possono avere l’attrattiva di un progetto ben avviato che potrebbe far gola ai free agent che si potrebbero muovere quest’estate. L’o biettivo dichiarato della dirigenza è palese: LeBron James.

L’arrivo di James a Phila metterebbe la parola fine al Process. Sarebbe la chiave di volta dell’intera cattedrale costruita da Hinkie. La pennellata postuma alla sua Cappella Sistina. Ci sono ovviamente alcune problematiche che non sarebbero di facile risoluzione: la firma di LeBron poterebbe via quasi tutto lo spazio salariale a diposizione. Rifirmare Redick potrebbe avvenire solo al minimo salariale, ma la possibilità di giocarsi concretamente il titolo potrebbe dare al veterano la motivazione per lasciare sul tavolo diversi milioni di dollari. I problemi più grossi sorgerebbero in campo: né LeBron – che comunque sotto questo punto di vista con gli anni è migliorato moltissimo – né soprattutto Simmons sono tiratori ed entrambi hanno bisogno di avere molto la palla in mano per essere efficaci. La convivenza tra i due potrebbe essere problematica. James dovrebbe esplorare molto di più situazioni di spot up o di corse tra i blocchi che non ha quasi mai giocato in carriera. Iniziare a farlo a 34 anni non sarebbe l’idea migliore. Anche per questo la presenza di Redick sarebbe vitale per mantenere delle spaziature quantomeno presentabili.

Saric andrebbe sacrificato in panchina o addirittura scambiato, rischiando di perdere un giovane che sta facendo vedere lampi di talento importanti. James metterebbe Philadelphia in modalità win now, costringendo la dirigenza a prendere decisioni drastiche e affrettate. D’altro canto però Philadelphia sembra la scelta più sensata se James decidesse di lasciare l’Ohio: giocherebbe in un major market molto affezionato alla squadra, in una delle franchigie storiche della NBA, in uno dei contesti più futuribili. A Los Angeles, l’altra forte candidata a ricevere i talenti del Re, LeBron non troverebbe un ambiente con altri giovani pronti a compiere il passo successivo sin dal primo anno, tanto più nella complessa Western Conference, dove dovrebbe incontrare già al secondo turno una tra Houston e Golden State. Ammesso che ci arrivi. Se Philadelphia dovesse giocare dei Playoff di tutto rispetto, anche senza passare il turno ma giocandosela almeno fino alla sesta partita, le quotazioni di James nella Città dell’Amore Fraterno schizzerebbero alle stelle.

Tutti questi discorsi sembravano impensabili fino a due anni fa, e il merito va solo ed esclusivamente a Hinkie. Certo, le questioni di etica sportiva restano: Hinkie ha deliberatamente voluto perdere, e non ne ha mai fatto mistero. La Lega, nella persona di Adam Silver, è corsa ai ripari cambiando le percentuali di attribuzione della prima scelta dalla prossima stagione. Si cerca di scoraggiare così la pratica del tanking selvaggio, che in questa stagione sta raggiungendo vette mai esplorate prima. Il nodo fondamentale della questione, secondo me, è il fatto che Hinkie non ha barato in alcun modo: ha studiato le regole del gioco meglio di chiunque altro, ha trovato la falla del sistema e ha adottato tutte le strategie necessarie per portare a termine il suo obiettivo. Obiettivo che occorre ricordare era vincere il titolo. Non perdere sistematicamente all’infinito.

Inoltre, selezionare tra le prime 5 posizioni per più anni non è garanzia assoluta di successo ma occorre saper selezionare i prospetti giusti e farli sviluppare correttamente. Altrimenti i Kings avrebbero già un titolo in bacheca visto che è una decade che scelgono in Lottery. Se attualmente tutti i Gm danno un peso incredibile alle proprie prime scelte, se hanno praticato alcune politiche di tanking scambiando giocatori per scelte al draft è anche merito di persone come Hinkie ed Ainge che hanno rivoluzionato il modo di fare mercato. Una strategia che ha portato al suo licenziamento, ma la cui efficacia è indiscutibile.

A Philadelphia il Process potrebbe giungere al capitolo finale a breve. Una squadra partita con un roster pieno di D-Leaguers grazie a una strategia certa e mai abbandonata avrà la possibilità di giocarsi qualcosa di più di una semplice partecipazione ai Playoff.

All Hail to Sam Hinkie ora e sempre.

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