Alla scoperta di Trae Young

Per capire il tipo di impatto che Trae Young ha avuto sulla NCAA nel suo anno da freshman basterebbe leggere questo report di nbadraft.net: nel settembre 2016, quando ancora furoreggiava a Norman North high school, Evan Thomes scriveva che, al netto delle già visibili grandi qualità di tiratore dalla media e lunga distanza, «Young deve portare il suo gioco ad un altro livello, soprattutto dal punto di vista difensivo. Inoltre tende a voler strafare, è sempre sul filo della palla persa e non sembra essere un atleta di livello». Un anno e tre mesi dopo, aggiornando il medesimo profilo, William P. Desautelle sottolineava come «nella sua stagione da matricola Young sta facendo qualcosa che raramente si vede a questo livello. I quasi 30 punti e 9 assist di media sono qualcosa di impensabile, soprattutto se si considera che stiamo parlando di un giocatore al primo anno. Ad oggi Young deve ancora segnare meno di 22 punti in una singola partita e risulta la quarta PG della storia ad aver fatto registrare un usage rate superiore al 30% nella stagione d’esordio: gli ultimi a farlo sono stati D’Angelo Russel e Markelle Fultz, entrambi scelti con le prime due chiamate nei rispettivi Draft Nba». Il passaggio da buon prospetto (il portale 247Sports lo posizionava al trentesimo posto nell’ideale classifica della classe del 2017) a potenziale uomo più atteso del Draft 2018 (lo stesso dei vari Bagley, Ayton, Porter Jr. e Doncic), il passo è stato breve: l’hype generatosi intorno alla stella dei Sooners ricorda molto da vicino quello che, dieci anni fa, ha avuto in Steph Curry il profeta in grado di rendere ogni singola partita della sua Davidson l’espressione privilegiata di un vero e proprio culto di massa. Del resto, lo scorso 22 dicembre, Marc Tracy lo ha definito sul New York Times «la superstar che nessuno ha visto arrivare» e, come ha scritto anche Lorenzo Neri in un recente pezzo su l’Ultimo Uomo, «l’impatto in NCAA avuto da Young è stato tanto travolgente quanto inaspettato. In una stagione che vedeva ai nastri di partenza un’ottima classe di freshman, tra freak atletici (Marvin Bagley) e fisici (DeAndre Ayton e Mohamed Bamba) è insolito vedere un giocatore con statura, fisicità e atletismo “normali” dominare le partite puntando esclusivamente su skills di alto livello più facili da trovare in un giocatore professionista che non in uno al primo anno di college». E le cifre sono lì a dimostrarlo: ad oggi la statline di Young racconta di 29.5 punti (44.3% dal campo, 38.5 da tre), 9.4 assist e 4.1 rimbalzi di media in poco meno di 35 minuti di impiego a partita.

 

Il peso del paragone (e dei precedenti)

Per quanto la storia più (Buddy Hield) o meno (Jimmer Fredette) recente del college basket sia piena di grandi tiratori che non sono stati in grado di confermare le attese al piano di sopra, il paragone con Steph Curry oltre ad essere il più immediato non appare nemmeno così fuori luogo. Al di là dell’evidente somiglianza nello stile di gioco (range di tiro sostanzialmente illimitato, notevoli capacità in conduzione della transizione, l’ essere pericoloso tanto nelle situazioni di zona quanto in quelle di single coverage), è l’assoluta centralità nella metà campo offensiva ad accomunarli: il numero 11 degli Oklahoma Sooners gioca quasi il 37% dei possessi totali della sua squadra, con una proiezione di oltre 125 punti su 100 possessi e con il conversion rate degli assist che sfiora costantemente il 50%. E, come ha rilevato giustamente Jeremy Woo su Sports Illustrated, «per quanto possa sembrare ingiusto mettere a confronto un giocatore al suo primo anno di college con un due volte MVP della Nba, se si guarda ai numeri il paragone risulta azzardato solo perché Curry si sta attualmente affermando come uno dei migliori tiratori di sempre». In effetti, in occasione del suo ultimo anno a Davidson, a fronte di una media punti equivalente e di un numero di possessi a disposizione quasi paritetico, Curry aveva una percentuale di true shooting (60.4 vs 63.5) e di conversione assist (40.2 vs 48.4, con quasi tre assist e mezzo in meno a partita) inferiore, mentre il dato relativo alle palle perse dice che il #30 dei Warriors collezionava qualche turnover in più rispetto al suo attuale epigono.

Eppure le perplessità sulla sua immediata adattabilità al contesto professionistico stanno continuando a viaggiare di pari passo con le strabilianti prestazioni da 40 o più punti. Su cbssports.com Kyle Boone ha scritto: «Le domande sullo stile di gioco di Young e sulla possibilità che questo riesca a tradursi con eguale successo anche in Nba si sono susseguite per tutto il periodo della sua ascesa. In particolare la sua relativa fisicità costituirà un minus costante, oltre che il principale appiglio cui i critici si attaccheranno per ribadire che le sue abilità non potranno avere lo stesso impatto anche tra i professionisti». Cos’è, quindi, Trae Young? Uno Steph Curry 2.0 o l’ennesimo grande realizzatore universitario destinato a schiantarsi inesorabilmente contro il cosiddetto rookie wall?

Punti di forza

Al di là delle già menzionate doti di tiratore puro, sia dal palleggio che in situazioni di drag dopo il recupero palla, quello che colpisce di Trae Young è la grande fiducia nei suoi mezzi che gli deriva da una solidità mentale non usuale nei giocatori così giovani: si tratta di una qualità fondamentale per sviluppare la sua personale interpretazione del ruolo della PG à la Curry per la quale un tiro sbagliato è semplicemente uno stimolo a riprovarci, magari migliorando la lettura della singola situazione prodromica al tiro stesso. Non è un caso che molte delle partite in cui è andato di quarantello, ad un primo tempo disastroso per quanto riguarda le percentuali dal campo, sia seguito un secondo in cui la grandinata vera e propria è stata favorita da scelte di gioco migliori e meno forzate. Il resto è frutto della combinazione letale talento più sfacciataggine:

Tutto lo Steph Curry che c’è in Trae Young

 

Non è, tuttavia, una mera questione di range ampio, di velocità di rilascio o di capacità di prendere e mandare a bersaglio conclusioni senza ritmo tra gli otto e i dieci metri: Young risulta essere uno dei giocatori più difficili da limitare dell’intero college basket in quanto, oltre ad essere un eccellente interprete del p&r anche a difesa schierata, è in grado di generare costantemente separazione grazie al suo eccellente ball handling. Tenerlo dal palleggio è attualmente il vero cubo di Rubik dell’intera NCAA:

Non è marcabile. Punto

 

Come playmaker puro, poi, Young, oltre a una visione periferica e totale sui 28 metri, ha dimostrato una grande comprensione del gioco in relazione alle sue effettive capacità, avendo implementato rapidamente quelle qualità di read and react tipiche dei giocatori che hanno ovviato ai propri limiti fisici attraverso una gestione cerebrale del possesso. E se il passaggio a una mano direttamente dal palleggio a trovare il compagno nell’angolo è un altro dei retaggi curryani, il suo girare “dietro la gabbia”, proteggendosi con il ferro prima di trovare il compagno meglio piazzato sotto canestro è un chiaro omaggio a Steve Nash e al suo modo di dominare una partita pur essendo fisicamente normodotato:

«Sono un grande fan di Steve Nash perché non è stato né il più alto né il più atletico ma riusciva ugualmente a fare la differenza attraverso un gioco cerebrale. Molte delle cose era in grado di fare non sono mai state notate perché non finivano sul tabellino, ma si adattano perfettamente al mio gioco»

 

Al termine di un mese di dicembre semplicemente mostruoso, Young segna 29 punti (più cinque assist) nella pesante sconfitta rimediata dai Sooners contro West Virginia. A quella partita il nativo di Lubbock veniva dalle seguente striscia: 43 punti vs Oregon, 29 e 9 assist vs USC, 29 e 10 vs Wichita State e 39+14 vs TCU. Dimostrandosi, secondo Jonathan Wasserman di Bleacher Report, «subito pronto contro avversari di grande livello». E allora qual è il problema?

Punti deboli

Il problema è che il suo essere un atleta normale sta condizionando in maniera fin troppo evidente il suo gioco su entrambi i lati del campo. Gli ottimi istinti on e off the ball non sono ancora sufficienti, ad esempio, a mascherare il suo non essere del tutto in grado di tenere il proprio uomo dal palleggio, per non parlare dell’eccessiva vulnerabilità qualora venga coinvolto nel p&r avversario. Si tratta di dettagli non secondari, che comportano un notevole dispendio di energie e che finiscono con il condizionarlo anche quando è lui ad avere la palla in mano: Young è un attaccante che, nonostante dei fondamentali di primo livello in relazione alla sua giovane età, deve ancora sviluppare delle skills offensive che esulino dal “palleggio, arresto e tiro” dalla media e lunga distanza. La sua consapevolezza di non essere adatto ad assorbire i contatti, oltre ad evitare di chiudere qualsiasi giocata al ferro, lo porta spesso a forzare il floater in entrata dopo aver battuto il diretto marcatore, cercando di evitare di andare a sbattere contro quelli più grossi e forti di lui. I risultati, al momento, sono ancora alterni:

La facilità con cui riesce a sfruttare il p&r per far valere le sue abilità dalla media è pari a quella degli avversari di chiudergli un angolo di appoggio al tabellone pulito in entrata 

 

C’è, poi, da ritornare sulla questione relativa al decision making: la sua già citata self confidence, infatti, lo porta a cercare un numero spesso eccessivo di isolamenti (che nei finali di gara si traducono in hero ball spinto), forzando tiri totalmente fuori dal contesto della singola partita. Contro West Virginia, ad esempio, la presenza di Jevon Carter, uno dei migliori difensori perimetrali della Nazione, è stata sufficiente per tenerlo ad un rivedibile 8/22 da campo, con pochissime conclusioni ad alta percentuale.

Quattro possessi offensivi che dicono molto di cosa accade quando Young decide di forzare in situazioni che non lo richiederebbero. In questa partita contro OSU, comunque, i punti alla fine saranno 48 (con 39 tiri), cui addizionerà 8 assist ma anche 7 palle perse

 

Una tendenza che si traduce anche in un numero di turnovers che sfiora costantemente la doppia cifra di media (19 solo in occasione delle due gare contro Kansas State e OSU, 105 totali entrando nella prima settimana di febbraio) e che ha spesso portato coach Kruger ad affermare: «Una migliore efficienza passa necessariamente da un minor numero di palle perse. E Trae questo lo sa». Metterlo in pratica, poi, si sta dimostrando tutto un altro paio di maniche.

One & Done (?)

Difficile, se non impossibile, che Young non si renda eleggibile per il Draft 2018. Così come è altrettanto difficile immaginare che tipo di giocatore possa diventare in un contesto Nba, al di là delle esagerazioni, dei paragoni e di quanto fatto vedere fino ad oggi. Di certo stiamo parlando di un giocatore moderno, figlio dei tempi e delle tendenze della pallacanestro di oggi, ma che deve (dovrà) essere valutato esclusivamente sulla base di ciò che sarà o meno in grado di fare dopo aver lavorato sui suoi limiti e sul suo fisico. Il paragone con Steph Curry, per quanto affascinante e, per certi versi, azzeccato, rischia di essere notevolmente sottostimante delle sue effettive qualità oltre che un discrimine troppo netto e severo per giudicare quelle che saranno le sue prestazioni tra i professionisti. Non si può, quindi, non concordare con Andrew Sharp quando, su Sports Illustrated, scrive che «quando si parla di Trae Young bisogna stare molto attenti a non farsi condizionare da tutto ciò che lo circonda. E’ necessario creare uno spazio dedicato esclusivamente al dibattito che riguarda lo spettro delle varie possibilità di successo, in relazione a quello che sta accadendo in questi mesi in Oklahoma». Un dibattito che si autoalimenterà costantemente da qui a giugno e che evolverà sulla base della crescita più o meno esponenziale del gioco e delle prestazioni di Young stesso. A patto, naturalmente, di non aspettarsi un nuovo Steph Curry a tutti i costi.

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