Quali sono i segreti di questi Celtics?

Sulle 8 vittorie consecutive dei Celtics si può dire di tutto tranne che fossero pronosticabili.

La sconfitta di 3 punti all’opening night non era di per sé pesante, ma era aggravata dal terribile infortunio occorso ad Hayward dopo soli 5 minuti. Tralasciando la tremenda dinamica dell’infortunio, perdere uno dei giocatori di spicco, sicuramente uno di quelli che accendeva l’entusiasmo dei tifosi, per una squadra che quest’estate ha cambiato 11/15 del suo roster sarebbe potuto essere un problema non da poco.

Inoltre, a causa dell’infortunio prestagionale occorso a Marcus Morris, in quintetto spuntava il nome di Jayson Tatum, prodotto da Duke pescato con la terza scelta al Draft 2017, che, per quanto potesse aver fatto bene durante preseason e sopratutto Summer League, rimaneva comunque un diciannovenne con 29 partite di college alle spalle.

Se è difficile colpevolizzare i ragazzi di Stevens per la sconfitta contro Cavs, quella per 100-108 al Garden con i Bucks poteva far accendere qualche piccola spia d’allarme, o meglio: poteva far intuire che il processo per diventare una squadra di alto livello sarebbe potuto durare qualche partita in più rispetto alle attese e che la strada fosse maggiormente in salita.

E invece, nemmeno 20 giorni dopo, stiamo parlando della squadra con il miglior record di tutta la lega, che gioca uno dei migliori basket, quasi sicuramente il migliore della costa Est, e che trova sempre in nuovi giocatori risorse importanti per il proprio gioco.

Quindi, riprendendo la domanda che ho espresso nel titolo, Quali sono i segreti di questi Celtics?

 

– Difesa

Parto dalla difesa perché i numeri, in questo caso, sono difficilmente fraintendibili.
I Celtics hanno il migliore Net/Raiting difensivo della lega con 94,7, staccando abbastanza nettamente la seconda, e nell’intera striscia di 8 vittorie consecutive non hanno mai permesso all’avversario di superare i 94 punti.
Se la cosa non fa scalpore quando si parla di New York o di Sacramento, fa decisamente più effetto rapportata ad avversari come i Thunder, i Bucks oppure gli Heat. Un dato molto importante riguarda la difesa sul tiro da 3 punti: fino a ieri Boston era la seconda squadra per differenziale tra percentuale di tiro e percentuale concessa dall’arco con +3,20% ma, dopo il 20% concesso ad Orlando nella partita domenicale (Orlando che tra l’altro era la prima della classifica), la squadra di Stevens è schizzata al primo posto.

Nella NBA di oggi, dove il tiro dall’arco è ricercato ed usato massicciamente, avere un’ottima difesa su quest’arma potrebbe aiutare e non poco, sopratutto in vista dei Playoffs o addirittura di eventuali Finals.
La difesa perimetrale dei Celtics è supportata dall’enorme atletismo e dalla grande dinamicità dei propri esterni: Brown, Tatum, Rozier e sopratutto Smart sono dei giocatori fisicamente predisposti alla difesa e anche Irving, che negli anni passati era stato spesso (giustamente) accusato di scarso impegno nella propria metà campo, in questo inizio di esperienza ai Celtics sembra aver cambiato marcia.

Un’altra scoperta veramente piacevole per Boston è stato Semi Ojeleye che, pescato a sorpresa alla 37 da Ainge nello scorso draft, è già entrato con stabilità nelle rotazioni con quasi 15 minuti a partita sul parquet, e che ci ha regalato delle giocate entusiasmanti come la difesa su Giannis Antetokounmpo nel video qua sotto.

 

– Tante alternative

Se lo scorso anno uno dei grattacapi più grandi per Boston era la dipendenza offensiva da Isaiah Thomas quest’anno il problema sembra essersi attenuato.
Hayward avrebbe senza dubbio aggiunto al roster un facilitatore di primissimo livello, e i rimpianti di non poterlo vedere in campo non possono essere nascosti, però i Celtics hanno mostrato di avere altre risorse importanti.
La maturazione di due giocatori come Brown e Rozier è stata evidente, sopratutto il numero 7 è passato dai 5,4 tentativi a partita dell’anno da rookie ai 12 di quest’anno, migliorando addirittura le percentuali al tiro. Brown sta inoltre dimostrando di essere un grande giocatore di transizione, dove grazie alle sue smisurate doti fisiche riesce spesso ad arrivare al ferro.

Smart, che con Brown durante l’estate “si è giocato” il posto di Avery Bradley, ha dichiarato di essere contento di partire dalla panchina, cosa non del tutto scontata dato che l’ex Oklahoma State è nel contract year. Sta migliorando notevolmente le sue capacita di playmaking, visto che nella second unit è molto spesso lui a portare palla nella fase iniziale dell’azione, ed è allo stesso tempo chiamato con più frequenza al tiro, mostrando miglioramenti costanti.

Un altro ragazzo che sta stupendo per le doti ma anche per la maturità con cui sta in campo è senza dubbio Jayson Tatum. Più di 31 minuti in campo per un rookie è una dato importante, sopratutto se si considerano la differenza di atletismo ed intensità rispetto al college ed il fatto che stiamo parlando di un classe 1998.
Le cifre ci dicono che sta mettendo a referto 13,6 punti, 2 assist e 6 rimbalzi di media tirando con il 50%, ma è forse più impressionante vedere la semplicità con cui gioca. Ovviamente ci sono molte cose da migliorare, a partire dal palleggio ancora troppo alto e rischioso per la NBA, che infatti lo sta portando a commettere quasi 2 turnover a partita. Ma il ragazzo si farà.

 

– L’intesa tra Irving e Horford

Che i due parlassero la stessa lingua era palese, ma che diventassero in così poco tempo una coppia tanto affiatata era una scommessa per veri giocatori d’azzardo. Irving e Horford dopo sole 10 partite sono la coppia in NBA che si assiste reciprocamente di più, anche davanti a Wall e Beal o Curry e Draymond Green. Il pick’n’roll è sicuramente una tra le loro soluzioni preferite, ma non l’unica: infatti Irving è sempre molto bravo a giocare off the ball e a cercare uno spazio sfruttando i blocchi di alcuni compagni, con Horford che dal gomito è capace di imbeccarlo nei tagli verso il canestro.

L’ultimo quarto della partita contro Oklahoma City, senza dubbio la più difficile tra quelle vinte dai Celtics, ha visto le due stelle biancoverdi mettere insieme 26 punti (e 5 assist) sui  34 totali di squadra, con gli ultimi 15 punti consecutivi segnati solamente da loro. (Video da Fans Corner)

 

– Brad Stevens

Quello da poco iniziato è il quinto anno sulla panchina dei Celtics dell’ex coach di Butler Univesity e la convizione sempre più presente è che il vero fuoriclasse a roster sia seduto in panchina. La velocità con la quale ha fatto capire le proprie idee a tutti i nuovi arrivati è impressionante, ed il fatto che i Celtics abbiano sostituito dei tasselli fondamentali come Thomas, Crowder e Bradley senza risentirne particolarmente dovrebbe far riflettere sulle capacità dell’allenatore.

C’è un dato intrigante che potrebbe essere usato come spunto di riflessione, ovvero che tutti i giocatori che hanno lasciato Boston in estate, fatta eccezione per Olynyk che sta tenendo un livello costante, stanno subendo un ridimensionamento delle proprie stats e in alcuni casi anche del proprio status in NBA. Bradley a Detroit sta tirando con percentuali più basse e ha dimezzato il numero di assist forniti, l’esperienza di Crowder a Cleveland non è partita nel migliore dei modi, Jonas Jerebko sta trovando poco spazio a Utah e Amir Jonhson, anche per limiti anagrafici, non sta rendendo quanto lo scorso anno.

Stiamo ovviamente parlando di un campione molto limitato di partite e trarre delle conclusioni sarebbe senza dubbio sbagliato, ma anche altri giocatori negli scorsi anni, una volta andati lontani da Boston, non sono più riusciti a confermare i livelli raggiunti nella Beantown (Evan Turner e Jared Sullinger sono due esempi).

La sensazione è quella che il coach sappia far rendere al meglio i giocatori a sua disposizione, inserendoli in un contesto nel quale sono chiamati a svolgere mansioni conformi alle proprie caratteristiche. Inoltre quest’anno sta cercando di educare un playmaker dal talento smisurato ma spesso, almeno per quanto si era visto a Cleveland, poco lucido nella selezione delle scelte di tiro come Irving, dandogli responsabilità da leader sia nelle dichiarazioni sia sul campo.

Ci sono pochi dubbi che se una squadra, formata da giocatori con così poca conoscenza reciproca, riesce sin da subito a rendere al meglio, va riconosciuta gran parte del merito all’allenatore; oltretutto i Celtics sono ancora la miglior squadra della NBA in uscita dal time-out e le rotazioni sono molto equilibrate senza la necessità di tenere in campo un giocatore più di quanto previsto.

La stagione è ancora lunga ma dopo solo 10 partite i Celtics hanno già smentito gran parte delle critiche e stanno facendo fiorire il pensiero secondo il quale, viste anche le difficoltà dei Cavs, il trono di King James sia realmente in pericolo.

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