Couch Ballers’ Week #0 – Loading

Prima di tutto: cosa diavolo è un Couch Baller? Sono quelli come noi, e voi, che in NBA non ci giocano ma la guardano dal divano. Dal divano però sappiamo tutto: cosa doveva fare LeBron con quell’ultimo possesso, come si batte Golden State e tante altre belle cose che ci fanno arrovellare su come mai le franchigie NBA non chiedano la nostra consulenza più spesso. O non la chiedano affatto. Ma non siamo qui per fare della polemica; o meglio, la polemica ci piace assai e la facciamo volentieri ma in questo caso devo prima finire di spiegare un paio di cose. “Couch Ballers’ Week” funziona così: tutti i ragazzi della redazione mi aiutano scrivendo a turno un paragrafo su un argomento a scelta, dopodichè io raccolgo questi brevi scritti e mi prendo tutto il merito. Alcuni paragrafi parleranno di cretinate e amenità inutili, altri proveranno a spiegare qualche aspetto interessante del mondo NBA oppure racconteranno i fatti della settimana in modo personale, mentre altri ancora vi daranno qualche consiglio sulle partite da guardare, i libri da leggere, le donne dei giocatori da seguire su Instagram. In breve, si parlerà di tutto e vi faremo sentire come se foste dentro la nostra redazione; cosa che un qualunque individuo sano di mente eviterebbe come la peste, ma in fondo voi fate mattino guardando dieci energumeni correre dietro a un pallone quindi siete il target perfetto. Il fatto che la rubrica sia così eterogenea negli argomenti e nella forma presenta diversi vantaggi. Esempio 1: Pietro Caddeo (che io adoro, ma de gustibus…) vi sta sulle palle? Potete benissimo leggere tutto il resto e saltare un suo eventuale contributo senza perdere il filo del discorso. Esempio 2: aspettate la metro e avete un minuto? Leggete un paragrafo. Avete un altro minuto mentre siete seduti sul water? Altro paragrafo. Vi cade il telefono nel suddetto water e ne comprate uno nuovo due giorni dopo? Potete continuare a leggere da dove eravate arrivati. Ora che sapete cosa aspettarvi, datemi una chance e prendete in mano il #0 di “Couch Ballers’ Week”. 

Quello che ha fatto Beasley

Siamo ancora in Preseason, appunto, e Claudio ed io abbiamo fatto un po’ di casino. E’ andata più o meno così: Beasley ha fatto una cosa bellissima e io ho chiesto se qualcuno avesse voglia di scrivere “di Beasley”. Non ho specificato “di quello che ha fatto Beasley” e quindi Claudio ha scritto qualche riga semplicemente su Beasley. Cosa abbia combinato Beasley lo imparerete la prossima settimana, nel frattempo ecco la breve presentazione del personaggio in questione prodotta da Claudio Pellecchia.

 

Alla fine ho capito. Ci sono arrivato dopo aver cliccato sul centocinquantesimo (giuro che non è un numero a caso) articolo sulle imprese extra campo di Michael Beasley. Cercavo un attacco originale per questo pezzo ma poi, come detto, ho capito. Ho capito che Michael Beasley si annoia qui tra noi. Che tutto quello che pensa, dice e fa deve essere filtrato attraverso i suoi fondamentali d’esistenza, che non sono necessariamente i nostri. Non è questione di essere scelto alla #2 al Draft 2008 e di farsi scoprire al Rookie Transition Program con marijuana al seguito (lasciando i poveri Chalmers e Arthur a sbrigarsela, almeno inizialmente, con polizia e NBA), di farsi ripetutamente arrestare, schedare (e tagliare) per possesso e utilizzo della stessa, di postare su Twitter una foto con qualcosa di molto simile a uno spinello poco dopo aver conosciuto le mura di un centro di riabilitazione, di prendere a pugni un tifoso al Dykcman Park di Inwood durante un torneo al playground locale, di fare 28.6 punti, 10.4 rimbalzi, 5.2 assist e 1.9 palle rubate di media in 37 partite del campionato cinese senza raggiungere i playoff, di cambiare sei squadre negli ultimi nove anni, di ritenersi sul serio in grado di competere con LeBron James e Kevin Durant e di raccogliere l’eredità di Anthony ai Knicks “ma solo nella parte sinistra del campo”; si tratta, semplicemente di capire che per lui è normale ciò che per noi non lo è. E non sta a lui adeguarsi ma a noi capirlo. Del resto è mancino e “alla mancina” significa esattamente “al contrario di ciò che si dovrebbe fare”. E’ come entrare in un mondo parallelo e distopico simil Matrix: e non servono pillole rosse o blu ma giusto un po’ di Maria.

Il bello è che inizia con “Alla fine ho capito.” quando nessuno di noi due aveva capito un accidente. 

Marco Lo Prato, co-fondatore

Per farvi sentire a casa, dovete conoscerci un po’ meglio, quindi ognuno di noi cercherà di raccontarsi nelle poche righe che gli lascio a disposizione. Il primo sarà Marco Lo Prato, lo sbandato megalomane (in senso buono come dico sempre, anche se questo senso buono non si sa bene quale sia) che ha messo in piedi questa baracca insieme a Bruce e a tutti noi.

 

Trovo che sia dannatamente difficile scrivere di se stessi, per di più in una manciata di righe, ma del resto è giusto che tutti voi che avete iniziato a farci compagnia sappiate quali menti bacate (o illuminate, ma non è il mio caso) ci sono dietro i contenuti che leggete e, perché no, condividete o denigrate. C’ero quando The Shot era solo un’ambizione e, insieme a Bruce, abbiamo messo le basi di questo percorso. Se vi raccontassi tutte le chiacchierate per decidere il nome e lo stile e tutte le minuzie che fanno di The Shot il prodotto che è, probabilmente a Cosimo verrebbe un infarto per tutte le battute che sarebbe costretto a tagliarmi e quindi devo stringarmi.

 

Sono un amante di Steve Nash e i Phoenix Suns di inizio millennio mi hanno iniziato al Gioco. A rubarmi il cuore però sono stati i rudi Chicago Bulls di D-Rose, Bang Bang Loul Deng e Joakim Noah, senza dimenticare l’inflessibile Tom Thibodeau: quante altre squadre hanno incarnato così profondamente (seppur per breve tempo) lo spirito di una città? Quindi, anche se quest’anno giochiamo con gli scarti dell’umanità e siamo in attesa del ritorno del profeta Zaccaria, we will always have more than enough to win.

Da scambiarsi preferibilmente entro: vedi tappo

Passiamo, finalmente, al parlare del tumultuoso mercato estivo; nello specifico, vi racconterò cosa hanno in comune in comune Jimmy Butler e un litro di latte.

Questa off-season, ovvero il periodo che va dall’ultima partita delle Finals all’inizio dei vari training camp, è stata costellata da trasferimenti di All-Star quanti non se ne erano mai visti prima. Boston e Cleveland si sono scambiate Thomas e Irving all’interno di una trade più ampia, Anthony e Paul George sono finiti ai Thunder, Jimmy Butler si è riunito con Coach Thibodeau ai T’Wolves e Chris Paul ha raggiunto Harden a Houston. Ad esclusione della trade fra Cavs e Celtics, le squadre che hanno rinunciato ad un All-Star hanno ricevuto giocatori di calibro inferiore in cambio. La cosa non è certo passata inosservata, e, giustamente, molti hanno discusso di questo squilibrio fra le parti.

 

Tuttavia, il valore assoluto di un giocatore sul campo non è tutto: provate a immaginare di essere al supermercato a comprare un litro di latte. Quasi sicuramente verrete attratti dai cartellini che segnalano le offerte, e quali saranno le bottiglie che costano meno? Ovviamente quelle in scadenza, delle quali il supermercato si vuole liberare prima che siano da buttare. Ora, con le dovute differenze, un contratto NBA funziona allo stesso modo: meno anni rimangono, meno valore ha sul mercato, soprattutto se il giocatore manifesta apertamente il desiderio di andarsene (CP3, George) o se la squadra decide di intraprendere un rebuilding (Butler, ‘Melo). Quando un All-Star viene scambiato per quel che sembra poco o nulla, prima di dare in escandescenze soffermatevi a valutare la situazione contrattuale del giocatore e le condizioni della squadra. Se ancora le cose non vi tornano allora sì, il General Manager è proprio scarso.

Adotta un gattino

Ed eccoci alla fine di questo che spero sia il primo di una lunga serie di capitoli di questa ____________ rubrica. Riempite voi lo spazio come meglio credete, e sappiate che ogni commento è gradito. Però non fate come KD eh, non usate gli account fake. Alessandro Ravasio fornisce ulteriori spiegazioni.

 

Il tweet più chiacchierato dell’estate è stato sicuramente quello di Kevin Durant. Prima di analizzarlo però facciamo una piccola premessa: il numero 35 di Golden State è una persona estremamente attiva sui social, dove risponde spessissimo ai commenti dei suoi fan e dei suoi hater che altrettanto spesso blasta, per dirla alla Mentana. Il fatto che abbia risposto a questo appassionato non è la notizia in sé, ma è stata la sintassi della risposta che ha sollevato le polemiche. Quello che ha fatto discutere è il fatto che abbia usato la terza persona invece che la prima come solitamente fa negli altri tweet. Ciò ha lasciato immaginare che KD abbia qualche account fake con cui commenta tweet che lo riguardano senza farsi scoprire, un po’ come noi quando stalkeriamo le tipe con gli account fake. Abbandonando i Thunder per i Warriors KD è diventato il cattivo numero uno della Lega, e con questi tweet diciamo che non ha aumentato le sue simpatie in quel di OKC, ecco. Chiamare i propri ex compagni cats, appellativo dispregiativo che per esempio Sheed (che Dio lo abbia sempre in gloria!) usava per gli arbitri, non è stata la mossa più geniale di questo mondo, figuriamoci se poi è unita al fatto che i tweet fanno supporre l’esistenza di account fake.

 

Quasi dimenticavo, si comincia stanotte alle 2.00 con Celtics @Cavs e Rockets @Warriors su Sky Sport 2!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *