Essere (stato) Kevin Durant nel 2016/2017

Alla fine tutto è bene quel che finisce bene. Per Kevin Durant e la Nike, ovviamente, meno per gli haters che hanno visto schiantarsi sul muro dei 35.2 di media e del 4-1 finale i sogni di fallimento altrui, in relazione ad una Decision 2.0 che intanto non ha avuto lo stesso impatto della prima (per quanto di maglie bruciate se ne siano viste anche ad OKC) solo perché ha avuto come canale di sfogo The Player’s Tribune e non la diretta televisiva nazionale. Il fatto che il giocatore più odiato d’America (ma non il più discusso: lì LBJ è ancora testa e spalle sopra tutti, tripla doppia di media in Finale o meno) abbia fatto esattamente quel che ci si aspettava da lui, giocando nel modo che serve per vincere (55% dal campo e 47% da tre nelle cinque partite più importanti della sua carriera) non fa altro che suffragare la bontà della sua scelta: voleva vincere, doveva vincere e ha vinto. Trascinando e non facendosi trascinare.

#DebateThis

Chi vi scrive ha da tempo smesso di credere alla favole. Nella vita e, a maggior ragione, nello sport. Rispetto chi continua a farlo, ma sono dell’idea che, nell’anno 2017, bisogna anche guardare in faccia la realtà. Che racconta di uno che ad Oklahoma City aveva pochissime possibilità di vincere quel’anello che ne avrebbe legittimato lo status di campione assoluto («In Nba finché non vinci un titolo c’è sempre qualcuno che potrebbe avere qualcosa da ridire» Steve Kerr dixit) ed è andato a cercarselo altrove, assecondando la sua giusta ambizione. Non è bello, non è romantico, non è probabilmente quello che sarebbe accaduto nella Nba di “anta” anni fa (ma se è cambiato lo spirito del Gioco perché non dovrebbero i suoi protagonisti?), ma “solo” una scelta perfettamente riconducibile alle logiche dello sport professionistico: e quando si è un professionista si punta a migliorare sempre e comunque, a costo di rischiare il paradosso di chi ti vuole al massimo livello per riconoscerti ciò che ti spetta ma solo se ci arrivi in un certo modo (il suo, non il tuo). Come ha scritto Dario Ronzulli in questo pezzo su l’ Ultimo Uomo «in realtà nello sport nulla è scritto e tutto è da conquistare: dal primo giorno di training camp – se non da prima – Durant ha dovuto lavorare quasi più sull’aspetto mentale, sulla concentrazione, sulla pressione da affrontare per una stagione che sul lato tecnico e tattico»

https://www.youtube.com/watch?v=LzNvbV7cDCI

Passaggio di consegne?

Quanto sarebbe stato difficile il “next chapter”, tanto più nell’era dei social e della comunicazione 2.0 (pronta a rinfacciarti subito tweet come questo), è apparso chiaro fin dalle prime reazioni degli altri giocatori su Twitter (nota di merito al «se non puoi batterli unisciti a loro» di Paul Pierce): è come se KD si fosse disegnato un gigantesco bersaglio al posto del numero 35, in una rivisitazione tardiva della campagna “The Baddest“, verso cui tifosi, addetti ai lavori (la frattura con Stephen A. Smith – in parte risalente ad una vecchia querelle legata a un eventuale passaggio ai Lakers –  è stata solo apparentemente ricomposta con le scuse in diretta a mamma Wanda) colleghi, ex giocatori (Charles Barkley e Reggie Miller sono stati tra i suoi più fieri eversori nell’arco dell’intera stagione, parlando di «legacy tradita per gioielleria di scarso valore» e di «scorciatoia per arrivare in alto») hanno potuto indirizzare i propri strali. Ma mentre per i primi il filtro della passionalità giustificherebbe reazioni più o meno scomposte, che i secondi, i terzi e i quarti non abbiano saputo evitare letture superficiali e semplicistiche della questione, rappresenta una chiave di lettura allarmante sulla direzione che sta prendendo la narrativa intorno a questo sport, con la pericolosa deriva nostalgica che ha già fatto danni incalcolabili dalle nostre parti. Paradossalmente (o forse no), chi ha fotografato al meglio la situazione è stato un ex calciatore come Aldo Serena, con questo tweet in relazione al caso Donnarumma, di cui prendiamo a prestito la chiosa: «Capisco e comprendo i tifosi, molto meno gli ex giocatori che fanno i moralisti».

Quel momento in cui tutti, Baia esclusa, avrebbero voluto essere LeBron James

Quando, dopo il tiro che ha deciso gara 3, Durant ha detto «ho lavorato tutta la vita per quel tiro e quando il pallone è entrato è come se mi fossi liberato da un peso», oltre a levarsi qualche legittimo sassolino dalla scarpa (sui social e non solo), ha fornito un’indicazione su quel che avrebbe dovuto essere il focus dell’intera vicenda: il suo obiettivo e cosa avesse fatto per raggiungerlo, compresa l’impopolarità di una scelta professionalmente indiscutibile e, dal suo punto di vista (che poi è quel che dovrebbe sempre contare), più giusta. Il fatto che si trattasse della strada solo teoricamente più facile (per quanto possa esserlo convivere e giocare con la pressione di non potersi permettere di perdere – si vedano, a tal proposito, le reazioni dopo il ko interno contro i Grizzlies) non avrebbe dovuto spostare di una virgola il giudizio sul valore assoluto del giocatore e il rispetto verso quel che aveva deciso per se stesso: ovvero il meglio possibile per vincere subito e dare un senso ad anni di sacrifici e allenamenti.

#DebateThis part II

Di quel che, poi, è stato sul campo sarebbe persino noioso parlare: Warriors e Durant si sono presi fin da subito dandosi reciprocamente ciò di cui avevano bisogno l’uno dall’altro (qualcuno che prendesse e mettesse i tiri che gli “Splash Brothers” non potevano prendere e mettere e un contesto di squadra che incanalasse al meglio la spaventosa quantità di talento individuale affinché il potenziale del singolo fosse messo al servizio della squadra stessa), quasi nascondendosi in una regular season condotta con il pilota automatico inserito, per poi prodursi in un 16-1 ai playoff (e il 12-0 di entrata alle Finals è il meglio ogni epoca dai tempi dell’ 11-0 dei Lakers 2001, quando il primo turno si disputava al meglio delle 5) che lascia ben poco spazio a dibattiti di sorta. KD è stato l’autentico ago della bilancia (i minuti in cui ha giocato da centro atipico, aprendo il campo per conclusioni dall’arco ad altissima percentuale, sono stati per Lue – già titolare di un sistematico e sanguinosissimo raddoppio a tutto campo su Curry – un cubo di Rubik irrisolvibile), il fattore decisivo di serie che, senza di lui, Golden State non avrebbe portato a casa così facilmente e di una Finale che si sarebbe potuta perdere ancora. Soprattutto contro QUESTO LeBron James.

Cosa resta, quindi, alla fine di una stagione che è andata esattamente come doveva andare? La conferma che la strada scelta è stata quella giusta e che la legittimazione tanto cercata è finalmente arrivata: piena, totale, indiscutibile, certificata anche dai più accaniti detrattori della prima e ultima ora. Ci serviamo, ancora, della penna di Ronzulli: «Avrà sempre dei “ma” ad accompagnarlo, perché il destino dei grandi giocatori è questo: tuttavia siamo certi che il malessere che creavano non ci sarà più. KD aveva già il suo posto nella storia del Gioco: ora si è semplicemente spostato qualche fila più avanti in una poltrona che sente più confortevole». Haters o non haters.

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