Vita, morte e miracoli dei Cleveland Cavaliers

La perfetta sintesi di cosa sono (e cosa non sono) i wine-and-gold attraverso l’analisi di G3. Cleveland Cavaliers in a shell.

Esistono istantanee che rappresentano popoli interi, che raccontano l’essenza reale di un contesto specifico, che con un solo sguardo, con un solo particolare riescono a rendere un’idea molto più che complessa. Non partiremo da una sola istantanea, non partiremo da una semplice GIF ma partiremo da una partita che funge da esatto specchio di una stagione, di una squadra e di una precisa mentalità.

Guardare gara 3 della serie tra Cleveland Cavaliers e Indiana Pacers è come entrare in un tunnel virtuale, in uno di quei sentieri mistici che servono per recuperare il tempo perduto. Se qualcuno avesse trascorso gli ultimi 7-8 mesi su un pianeta diverso da quello che abitiamo noi, gli basterebbe guardare il terzo atto della saga tra Indiana e Cleveland per capire chi sono i campioni NBA in carica. Rapsodici, frenetici ma allo stesso tempo dotati di automatismi che appartengono solo alle grandi squadre; lunatici, svogliati, i migliori e i peggiori all’interno dello stesso minuto di gioco, una squadra straordinaria quando vuole e una pessima squadra quando decide di staccare la spina. Benvenuti nel mondo dei Cleveland Cavaliers, where amazing happens nel bene e nel male.

Il primo testa a testa tra le squadre di proprietà (cestistica) di LeBron Raymone James e Paul George ha rappresentato la prima istantanea in cui le due squadre si sono date battaglia, alternando colpi a più riprese esattamente come nei migliori incontri di pugilato: dopo il gancio prepotente di James, arriva un uppercut di PG13, seguito immediatamente da jab di Uncle Drew. Il primo round sorride ai Cavaliers che iniziano a dimostrarsi fragili non appena abbassano la guardia, imbattibili quando sono in controllo ma particolarmente vulnerabili appena si sottovaluta la situazione e il contesto di gioco. Nonostante i 32 colpi terribili sferrati da un Paul George in formissima, anche Gara 2 viene assegnata ai padroni di casa che sfoderano un Irving in versione Finals 2017. Coach Lue studia le mosse del suo avversario, ne analizza gli effetti e propone delle contromosse efficaci tanto da stordire l’avversario. Il terzo atto potrebbe essere quello del parziale KO, quello che in pratica manda all’angolo l’avversario. Ed è qui che si apre un varco temporale che racconta tutta la stagione dei Cleveland Cavaliers.

Il primo tempo di Indiana è probabilmente il migliore dell’anno in termini di approccio e percentuali: George precisissimo, Young che si trasforma in Tristan Thompson contro Tristan Thompson, Teague e Ellis con i classici conigli dai rispettivi cilindri e con Turner in versione gladiatore, il tutto condito dal pupillo di Larry Legend che scalda motore e pubblico non appena mette piede in campo. Al di là dei numeri – che fanno sempre storia a sé – Cleveland dà l’impressione di essere scarica, di essere morta senza ancora aver visto la luce, di essere arrendevole prima ancora della palla a due (nonostante un LeBron ballerino e cantante nel warm-up).

A dirlo è l’atteggiamento della difesa, è il body language della maggior parte dei Cavs nella propria metà campo: tiri aperti concessi ai tiratori, rotazioni in ritardo, scelte scellerate sulla maggior parte dei pick&roll che coinvolgono Teague e George, soliti problemi di comunicazione basati sostanzialmente su lacune tecniche da parte dei Kevin Love e JR Smith di turno. Coach Lue prova a correre subito ai ripari, così come ha provato a fare il GM ufficioso dei Cavaliers durante la stagione prendendo play, lungo e tiratori vari, ma le sue contro mosse da giocatore di scacchi non danno i frutti sperati. Anche nel secondo quarto i Pacers spazzolano via dal campo Cleveland, inchiodandoli ai propri limiti difensivi e offensivi, chiudendo le linee di passaggio, contestando tiri e facendo stagnare la palla nelle mani quantomai gelide di Love e Irving. Dopo i primi 24 minuti il tabellone della Bakers Life Fieldhouse dice 74 punti per i Pacers, il massimo per la franchigia in una partita di post-season in un solo tempo, e appena 49 per gli ospiti.

A fare bene i conti, i wine-and-gold si sono già trovati in situazioni di svantaggio. A più riprese, durante la regular season, Cleveland ha deciso deliberatamente (quindi più per demeriti propri che per meriti altrui) di spegnere la luce e di trascinarsi su e giù per il campo, quasi come se non si volesse neanche provare a risalire la corrente. Il rollercoaster che hanno rappresentato i Cavs nel corso della stagione regolare è sotto un certo punto di vista perfettamente ripreso dal passaggio tra il finale in crescendo di Gara 2 e il burrascoso inizio di Gara 3. Le dinamiche sono certamente diverse, perché paragonare una stagione ad una sola partita significa non guardare un’annata nella sua complessa totalità ma vogliamo prendere in prestito determinati termini di paragone per cercare di entrare sempre di più nella vita prima, nella morte poi e infine nel miracolo della franchigia dell’Ohio.I Cleveland Cavaliers escono dagli spogliatoi dell’arena con le stesse facce, con gli stessi uomini ma con una mentalità completamente diversa. Non sapremo mai cosa coach Lue abbia detto ai suoi o cosa il vero coach della squadra abbia detto ai suoi compagni di squadra per motivarli ma possiamo fare delle ipotesi. Da due anni a questa parte, il mantra di chi “difende la propria terra” è “Follow my lead” pronunciato per la prima volta da un LeBron James ancora in versione Heat e ripreso prontamente per guidare la sua gente, il suo popolo verso un sogno diventato realtà lo scorso anno. Anche in occasione del secondo tempo di Gara 3, quella frase deve essere stata pronunciata con estrema convinzione dal Re dell’Ohio e recepita dalla maggior parte dello spogliatoio.

LeBron si accende, i Cavs si accendono. L’interruttore dell’ON e dell’OFF è stato spesso oggetto di discussione durante tutta la regular season, sottolineando quanto l’influenza anche solo mentale di James condizionasse le prestazioni di tutti gli altri giocatori. Dopo un primo tempo giocato decisamente in modalità OFF, il secondo tempo vede la massima espressione della modalità opposta: LeBron è ON, i Cavs sono ON. Il metro di paragone resta lo stesso: la difesa inizia ad alzare i giri del proprio motore, non esistono più tiri aperti – o quantomeno uncontested – per i Pacers, le rotazioni vengono eseguite con cognizione di causa e l’inerzia cambia nel giro di un quarto. Il primo parziale della seconda metà di gioco dice 35-17, con gli occhi di James che ricordano sinistramente quelli delle occasioni più importanti.

Sono gli altri, però, gli indicatori che ci raccontano di un cambio di passo netto, volto nella direzione di quella “guida” tanto auspicata. Nel momento in cui il capo dei capi (non avete bisogno di nome, cognome e numero di maglia per identificarlo) inizia a giocare qualsiasi ruolo, scegliendo deliberatamente il suo quintetto ideale, quello è il momento della resa finale, l’esatto istante in cui capiamo chi effettivamente vincerà la partita. Anche in questa occasione, tanti corsi e ricorsi storici all’interno dell’altalenante stagione regolare: il più volte discusso ruolo di James all’interno della franchigia è un macigno che ormai il #23 porta sulle spalle da diversi anni, quasi come se gli si volesse affibbiare meriti e demeriti a prescindere dalla realtà dei fatti.

Anche in questo caso – almeno dal punto di vista delle nostre impressioni esterne – LBJ sembra essere uscito dal seminato e aver scavalcato il ruolo di giocatore-guida per vestire i panni di chi decide effettivamente chi lo accompagnerà nella crociata fino alla fine. Coach Lue in tutte queste dinamiche molto singolari? È la domanda che si pongono tutti quelli che detestano il ruolo di tuttofare di James, gli stessi che non riescono a spiegarsi come sia possibile concedere così tanta libertà al giocatore simbolo della squadra, della franchigia e dell’intero stato dell’Ohio se vogliamo. All’interno della stessa partita, un altro elemento costante dell’annata dei Cavs.

In termini tecnici, la svolta per Cleveland arriva proprio nel quarto quarto. Tralasciando la brutale onnipotenza che James applica alla gara nel secondo tempo (per gli amanti dei numeri ci sono 28 punti, 6 rimbalzi, 7 assist, 1 recupero, 1 stoppata e 0 palle perse), gli ospiti si mettono in assetto da guerra per lasciare massima libertà di espressione ad “un’opera d’arte in movimento(1)Questa è stata l’espressione utilizzata da Rita Frances Dove, poetessa e scrittrice di Akron che nel 1987 ha vinto il Premio Pulitzer per la poesia. L’espressione è stata coniata per giustificare l’ingresso di LeBron James nella classifica delle 100 persone più influenti del mondo.. La scelta di liberare l’area e di mettere 4 tiratori sul perimetro come Korver, Williams e JR Smith, con l’aggiunta di Frye che allarga a dismisura l’ampiezza della metà campo offensiva, ha pagato i dividendi sperati da James e da Lue, aprendo praticamente sempre il pitturato per le incursioni in quell’irraggiungibile air level in cui gioca LeBron.

L’impresa dei Cavaliers, la rimonta più incredibile della storia dei PO numeri alla mano, ha però fatto sorgere nuovi dubbi e nuove perplessità, proprio come è successo spesso dopo una vittoria raggiunta in maniera “particolare” in RS. La scelta di tener fuori per tutto il quarto quarto due stelle come Irving e Love è stata quella giusta ma allo stesso tempo pone degli interrogativi molto seri che potranno essere sciolti solo ed esclusivamente in Gara 4. Irving e Love, che fino a quel momento avevano combinato per 26 punti tirando 8/29 dal campo, fuori partita e fuori dalle dinamiche di un quarto in cui si gira la serie, non hanno avuto nessun commento a riguardo e, anzi, sembravano piuttosto coinvolti emotivamente nei festeggiamenti finali. Come per gli altri aspetti toccati, anche qui le similitudini con la regular season conclusa poco più di una settimana fa abbondano. Nei momenti più critici della stagione, la stampa e la critica ha tirato in ballo le relazioni tra Love e James, tra LeBron e Irving, dubitando su quanto la coesistenza tra questi Big 3 sia effettivamente possibile.

Una partita come questa Gara 3 tra Cavs e Pacers, epica per certi versi, racconta tutto della squadra campione NBA. Racconta che può accendere la luce in qualsiasi momento, spostando l’inerzia dalla sua parte.
Racconta di una squadra che sa pescare i jolly al momento giusto (le triple pesanti di tre uomini della panchina come Williams, Korver e Frye sono manna dal cielo).
Racconta di chi sono realmente i Cavs: brutti da vedere quando decidono di non giocare a pallacanestro e terribilmente forti quando la modalità va sulla voce “ON”.
Racconta chi non sono realmente i Cavs, ovvero sia una squadra che può permettersi di vincere le partite in ciabatte o quantomeno inserendo solo la seconda.
E poi, per chiudere, ci racconta chi è il giocatore più forte sul pianeta terra: 32 punti, 13 assist, 6 rimbalzi, 3 rubate e 12/20 dal campo (60%) in G1; 25 punti, 7 assist, 10 rimbalzi, 4 recuperi e 11/20 dal campo (55%) in G2; 41 punti, 12 assist, 13 rimbalzi e un recupero con 14/27 dal campo (51.8%) in G3. Un dominio, quello di James, che va oltre i numeri, che va oltre la grandezza, che va oltre qualsiasi immaginazione.

Vita, morte e miracoli in una sola gara. Tutto in una sola gara.

 

Note   [ + ]

1.Questa è stata l’espressione utilizzata da Rita Frances Dove, poetessa e scrittrice di Akron che nel 1987 ha vinto il Premio Pulitzer per la poesia. L’espressione è stata coniata per giustificare l’ingresso di LeBron James nella classifica delle 100 persone più influenti del mondo.

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