L’Hyperometro – Quanto Hype ha una serie playoffs?

In un delirio di pulizia compulsiva, un nostro collaboratore ha iniziato a cercare vecchi numeri di Slam Magazine con le previsioni dei playoffs 2007 nel solaio di casa sua. Le ragnatele spesse come catene e la polvere ovunque, negli anni, hanno reso l’ambiente una location più adatta a un festino di Halloween che a conservare roba. Anche orientarsi con la torcia è difficile. Di colpo inciampa su un cofanetto. Dallo scontro, qualcosa scivola fuori.

E’ una sorta di termometro, ma al posto dei numeri e dei gradi, sulla scala termometrica sono segnate delle scritte che ricordano i suoni onomatopeici dei fumetti. Rovistando meglio all’interno del cofanetto, escono fuori quelle che dovrebbero essere le istruzioni:

“Hyperometro: usare con cautela dal 15 aprile”

“modalità di utilizzo: disporre l’Hyperometro a 5 m dal vostro League Pass, alla palla a due di una qualsiasi gara-1. Dopo 10 minuti controllate la temperatura della parti¬ta. Nel caso in cui visualizziate “yawn” potete anche andare a dormire. Per gli altri 4 gradi in ordine crescente di Hype, c’è abbastanza fomento per rimanere a guardare l’incontro per i successivi 47 minuti regolamentari”

“L’Hyperometro non misura la disparità o l’equilibrio del gioco presente tra le due squadre. L’Hyperometro misura il calore percepito dai tifosi, dai precedenti narrativi e dal tasso di unicorni presenti in campo. Severamente vietato ai nostalgici. Tenere fuori dalla portata dell’asse play-pivot.”

 

CLEVELAND CAVALIERS (2) – INDIANA PACERS (7)

NOT BAD: Puntando l’hyperometro come il bastone di un rabdomante su Cavs-Pacers, il livello di Hype sulla barra a mercurio si ferma a “not bad”. Cosa può rendere interessante una serie tra i campioni in carica e una squadra che ha strappato il settimo posto scavalcando Heat e Bulls negli ultimi 8 giorni di regular season?

Se pensiamo a una nemesi di-quasi-pari-livello tra le ali piccole ad est per LeBron, nessuno si avvicina più di Paul George. Infatti il 2 aprile, in quello che è sembrato un antipasto di ciò che vedremo da stasera in avanti, i due si sono affrontati in uno showdown quasi speculare in termini di performance (41 punti, 14 rimbalzi e 11 assist per LeBron, 43 punti 9 rimbalzi e 9 assist per PG) che ha trascinato la gara (poi vinta dai Cavs 135-130) fino al 2° OT.

L’accoppiamento LeBron-George, se copriamo un attimo con il cartoncino nero gli altri 8 in campo, è un duello individuale di cui non potremo più godere probabilmente fino a un’ipotetica serie di finali contro gli Warriors (e quindi Durant). Ad alimentare il fuoco di questo scontro, Cavs e Pacers non hanno altre grandi soluzioni di contenimento da mandare su LeBron e George, i due saranno praticamente tenuti a marcarsi a vicenda per quasi tutto il corso della serie.

George era già andato vicino a mettere K.O. una squadra da 56 vittorie in regular season come i Raptors dell’anno scorso, al primo turno di playoff. E proprio nel rush finale di stagione di quest’anno, ha vinto il premio di miglior giocatore della settimana, non solo per i 32.8 punti di media nelle ultime 6 gare o per il fatto che quando lui è rimasto fuori – in questa settimana – i Pacers hanno segnato 17 punti in meno su 100 possessi. Ma anche per aver portato la squadra a rimonte folli, come contro i Raptors.

Sì, un altro motivo per cui questa serie avrà momenti caldi (o perlomeno che crea un ponte narrativo tra maggio 2014 e aprile 2017) è Lance Stephenson (sui cui abbiamo scritto un articolo ad hoc per il suo ritorno a Indiana). Al di là delle magnifiche pagliacciate di cui ci ha di nuovo resi partecipi, Lance può creare seri problemi di accoppiamento se è il ball handler primario in campo. Attaccando Kyrie, Deron Williams e Felder avrà sempre abbondanti cm di mismatch a suo favore. E il fatto che, nel bene e nel male, appena entri in campo porti un’energia pari a 1000 pannelli fotovoltaici durante una giornata senza nuvole può girare nel verso giusto per non far concludere la serie con un cappotto secco a scapito di Indiana.

I Lance Moment non si individuano solamente per l’isolamento e i 4 compagni che scendono compatti sulla linea di fondo, ma anche per i gesti concitati con cui si carica pregustando già l’uno contro uno (che spesso coincide con l’ultimo possesso del quarto)
Non vi erano mancati?

 

Houston Rockets (3) – Oklahoma City Thunder (6)

WOW: Nella stagione in cui Oklahoma City Thunder e Houston Rockets sono diventate perifrasi utilizzate per riferirsi ai nomi propri “Westbrook” ed “Harden”, è impossibile non riversare la propria attenzione – accompagnata da una buona dose di hype – sul primo turno di playoff che vede sfidarsi i due.
I californiani sono stati fra i migliori giocatori della stagione e i giocatori più polarizzanti della RS . I record di uno hanno svolto la funzione di deterrente alla volata in solitaria nella corsa di MVP dell’altro, e l’insieme delle 82 partite ci ha fornito l’identikit  di due squadre che vivono e muoiono nei destini dei rispettivi leader offensivi.

Westbrook ha ormai stabilito la propria residenza nella terra di mezzo fra follia e controllo ed è reduce da una delle stagioni più “pesanti” della storia, non un dettaglio favorevole ad OKC se si considera che dovrà affrontare il demone che risiede nel corpo di Patrick Beverly.

“Quando non puoi mirare alle ginocchia.”

Harden è invece un manuale di soluzioni dal P&R centrale ed il suo atto di fede nella coppia Morey&D’Antoni ne ha solidificato il ruolo di factotum nell’attacco dei Rockets. La sua stagione – privata del fattore Durant e del metro “triple doppie” – ha seguito una narrative leggermente differente da quella di Westbrook ma è stata altrettanto impressionante per numeri ed impatto sulla squadra. La sua sfida con Andre Roberson – sigh – sarà fondamentale e potrebbe procurare disagi ad un Harden alle volte in difficoltà contro difensori “di taglia”.
I Rockets sono i favoriti, hanno un supporting cast superiore a quello di OKC e una maggiore profondità, ma potrebbero soffrire le capacità a rimbalzo della miglior squadra NBA nel suddetto fondamentale.

 

Golden State Warriors (1) – Portland Trail Blazers (8)

YAAAWN: In questa serie gli ingredienti per ottenere una buona dose di hype ci sarebbero anche. Da una parte Curry, due volte MVP uscente, l’uomo idolo della nuova generazione di cestisti, il giocatore che ha ridefinito il gioco e per forza di cose è diventato il nuovo volto della NBA (come testimoniano i dati sulle vendite delle canotte). Dall’altra Lillard, l’antieroe per eccellenza di questa Lega, il giocatore snobbato negli ultimi due anni all’All Star Game e che quando si incazza inizia a segnare qualunque cosa urlando “It’s Lillard Time” e facendo infiammare il Moda Center. L’uomo da Oakland che gioca come se fosse su un campetto di Oakland, rappando come farebbe un uomo di Oakland (tanto da aver dedicato alla sua città natale un intero album) e che scenderà in campo contro Oakland.

Da una parte Golden State, la squadra più forte della Lega e che ha dato il via alla rivoluzione del tiro da tre punti. Dall’altra Portland, una squadra costruita attorno a scappati di casa che l’anno scorso aveva conquistato i Playoff da assoluta cenerentola.

Gli ingredienti per l’hype ci sarebbero appunto, ma la verità è che Golden State è troppo più forte di Portland. La verità è che Golden State è la versione migliorata e perfezionata di Portland. I Blazers sono come un Ak-47, gli Warriors sono un elicottero Apache. Troppa differenza per generare hype. Sorry, Dame.

 

San Antonio Spurs (2) – Memphis Grizzlies (7)

WOW: Quando i tifosi di Memphis hanno ottenuto il settimo seed della Western Conference devono aver pensato una sola cosa: “Ancora contro gli Spurs? Davvero?”. Per quanto sulla carta la serie sembri indirizzata verso il Texas, l’hyperometro non può che segnare il livello Wow per questa serie.

Innanzitutto l’hype è generato dalla ciclicità con cui queste due squadre si incontrano nella post season. La prima volta che queste due squadre si sono affrontate è andata a finire con Memphis a volare in sei gare al secondo turno eliminando gli Spurs detentori del seed #1. Era il 2011. Era la seconda volta nella storia che un seed #8 eliminava il #1 da quando il primo turno è diventato al meglio delle sette partite. Memphis aveva appena premuto il pulsante “Grit&Grind” e il core della squadra era il quartetto Conley-Allen-Gasol-Randolph. Gli stessi giocatori che da sette anni mandano avanti la baracca nel Tennessee. Nei cinque anni successivi sono arrivati altri due scontri, di cui uno in finale di Conference, conclusi entrambi con uno sweep da parte degli Speroni che però hanno sempre faticato più di quanto dica il risultato per accedere al ruond successivo.

L’assenza di Tony Allen per infortunio ci ha privato dello scontro tra lui e Leonard, uno dei più interessanti a livello di hype: Leonard capace di fare tutto quello che vuole in attacco e Allen di fermare chiunque in difesa. Resta comunque molto interessante capire come Popovich gestirà in difesa la serie: chi manderà sulle tracce di Gasol? Mandare suo fratello Pau rischia di essere affascinante a livello narrativo ma un suicidio a livello tecnico, mentre Aldridge è sia troppo lento per seguire Marc oltre l’arco da tre punti sia troppo basso e leggero per contrastare l’arsenale in post dell’ispanico. Le soluzioni potrebbero essere o Dedmond, che Pop ha già testato su Marc nell’ultima sfida contro Memphis con buoni risultati, oppure Leonard, che potrebbe disinnescare non solo Gasol ma anche il pick ‘n roll tra Conley e lo spagnolo, di gran lunga l’arma più pericolosa di Memphis.

Ma il vero fulcro dell’hype non saranno né gli accoppiamenti difensivi né la lotta fratricida tra i due Gasol. Lo spettacolo vero sarà vedere Memphis vendere cara la pelle, far sputare sangue su ogni possesso agli Spurs, vedere una squadra che non ha paura di niente e nessuno fare a sportellate per tutti i possessi di tutta la serie. Non aspettatevi di vedere punteggi altissimi e giocate spettacolari. Vedrete solo due squadre che si rispettano, giocare un basket duro e sporco, magari solo per quattro partite, ma saranno vere e proprie maratone. Quasi sicuramente il Grit&Grind non basterà per superare un avversario esperto come gli Spurs, ma ci regalerà una delle serie più belle del primo turno.

 

Los Angeles Clippers (4) – Utah Jazz (5)

KABOOM: Come da testimonianza del seed ci troviamo di fronte alla serie più equilibrata del primo turno. Ad inizio stagione i Clippers si erano presentati come una delle principali candidate al titolo ma gli infortuni di Paul e Griffin hanno rallentato la marcia di una squadra che potrebbe essere giunta al celebre ultimo ballo, in estate Redick ha la possibilità di cercare un nuovo contratto per concludere la carriera monetizzando altrove ed il rapporto fra Griffin ed i Clippers è più unico che raro in un mondo dove ogni squadra è pronta a fare carte false per tenere le proprie superstar.

Gli Utah Jazz sono finalmente diventati la macchina di cui avevamo avuto vari sneak peek nelle ultime due stagioni, un’evoluzione pronosticabile ma per niente scontata, ed hanno concluso una stagione da 51, solidissime, vittorie.
Hayward e Gobert sono entrati stabilmente nel circolo dei 50 giocatori – stando larghi – con maggior impatto dell’intera NBA e George Hill – sfortunatamente mai realmente sano per più di 15 partite consecutive – ha dimostrato di saper amministrare un attacco con competenza e di poter creare problemi in difesa a chiunque.

Se difensivamente Utah è una delle prime della classe (102.7 DRTG), contro una difesa con due ottimi difensori sulla palla potrebbe incontrare problemi con il suo particolare gioco offensivo, fatto di schemi eseguiti “fino alla fine” ed una sequela di hand-off che spesso portano ad una penetrazione e conseguente lettura di Hayward, meraviglioso nella sua versatilità, meno quando è costretto a creare contro i mammasantissima della difesa NBA, aka Chris Paul e Mbah a Moute.

Tutti gli indizi portano a gara sette, in caso contrario occhio alla maggior freschezza dei Jazz, squadre meno esperta ma più profonda e completa.

 

Toronto Raptors (3) – Milwaukee Bucks (6)

NOT BAD: Si sarebbe potuti passare da un semplice “not bad” ad un “wow” se solo Jabari Parker fosse della serie, ma nel gioco dei what if la presenza del giocatore proveniente da Chicago, che fino all’infortunio momento stava producendo per 20 punti di media, forse avrebbe trascinato i Bucks in una posizione più alta di classifica.

La rottura di un legamento crociato non ci impedirà di poter assistere all’ennesimo affascinante 1-contro-tutti della stagione, perché per la prima volta lungo la sua giovane carriera, Giannis Antetokounmpo porterà sulle spalle tutto il peso dei Bucks e probabilmente toccherà palla nel 90% dei possessi. Il greco è il leader in tutte le principali statistiche della propria squadra e, da qualche dichiarazione, possiamo capire che, anche se giocosamente, starebbe diventando vero e proprio capitano di Milwaukee, ma non sappiamo quanto ancora possa overperformare relativamente alla regular season: a naso, poco.

Forse spingersi tanto in fondo non è nemmeno il primo obiettivo dei playoff per i Bucks che, oltre al freak, possono affidarsi alla combattività di Dellavedova, alla rinnovata variabile tattica nell’aprire un’area che si chiude solo a guardarla grazie a Middleton e dal giocatore fatto a tostapane chiamato Brogdon.
Chi invece deve vincere assolutamente e punta ad arrivare in fondo, sono i Raptors che sono arrivati a questa post-season decisamente sotto traccia e che hanno rinnovato la panchina quale maggiore punto debole negli scorsi playoff (Toronto ringrazia Masai Ujiri) rendendoli decisamente più solidi seppur poco appariscenti.

Una serie che forse dal punto di vista del gioco ha poco da dire, oltre a parecchi duelli ad altezza ferro, ma che probabilmente necessita solamente di un goccio di benzina per arrivare fino a gara 7.

 

Boston Celtics (1) – Chicago Bulls (8)

MEH: Nonostante ai tifosi delle due franchigie storiche della Lega piaccia vedere una forte rivalità tra due vicine franchigie della Eastern Conference, forse la competizione rischia di essere stata più agguerrita sulla miglior deep-dish pizza piuttosto che nella storia del basket NBA. Chicago e Boston si associano a due delle squadre più vincenti della Lega, ma nella post-season stranamente si sono incrociate solamente quattro volte, riducendo la rivalità storica al nulla.

L’unico vero motivo per aspettarsi qualcosa di divertente da questa serie sono i precedenti di questa stagione, che vedono i Bulls aver strappato due partite su quattro al folletto, anche grazie ad un contestatissimo finale (video qua sopra) che ha fatto imbufalire Smart e compagni, oltre che al rientro di Wade, vera mina vagante dei playoff, capace di realizzare nella scorsa post-season tutte le triple che non aveva nemmeno pensato di prendersi durante la RS con Miami.

Perché il vero motivo per cui la serie sembra avere poco da dire, è proprio il gioco dei Bulls e le scelte della società, che a metà stagione pensarono di scambiare due dei giocatori che avrebbero potuto regalare spacing ad una squadra che tende all’infinito verso lo smile altezza ferro. L’unica speranza nasce da delle possibili prestazioni eccezionali di Jimmy Butler, nel caso in cui Rondo, Wade e compagni decidessero di affidarsi al giocatore che ad oggi ha più energie e capacità.

Si rischiano parziali di 30 punti come partite da buzzer beater, ma questo è dovuto quasi esclusivamente dal fatto che Boston si presenterà, sapendo di avere il dovere di incontrare Cleveland, con la missione di vincere con il minor spreco di forze possibile, giocando tanto con la panchina, mentre i Bulls rischiano di mandare tutto in all-in per quattro gare sperando, più che nella (dis)funzionalità della squadra, nel grande talento dei propri interpreti.

 

Washington Wizards (4) – Atlanta Hawks (5)

YAAWN: Potrebbe tranquillamente diventare una gara da 7 partite come uno sweep nemmeno così tanto sbilanciato dalle parte degli Wizards, ma la serie rischia di farsi apprezzare solamente dagli gli amanti spasmodici dei pick & roll.  Quindi seppure Washington sia una delle squadre provenienti dalla rampa di lancio di regular season ed il nome di John Wall potrebbe sempre convincere a rimanere sveglio un’ora di troppo, questi sono gli unici e reali motivi per guardarsi dalle 4 alle 7 partite di ottimo spacing ma pochissima narrativa.

Se vi chiamate Mike D’Antoni, andate a vederla.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *