Embiid being Embiid

Se digitate “Trust The Process” su Google, tra i primi risultati vi apparirà un articolo di ESPN dello scorso 27 novembre in cui il coach dei Sixers Brett Brown, a seguito della prevedibile sconfitta contro i Cavs (112-108 al Wells Fargo Center), così commentava il coro che aveva accompagnato ogni singolo viaggio di Joel Embiid in lunetta: «Mi piace, penso che questa città abbia bisogno di qualcosa di questo tipo. Dobbiamo pensare anche a divertirci». Certo, il personaggio aiuta: uno che brevetta quelle tre parole per farne prossimamente una linea di abbigliamento, che passa i primi due anni di forzata inattività a trollare (e bloccare) LeBron James su Twitter (salvo, poi, provare a reclutarlo durante la free agency 2014) e che corteggia Kim Kardashian non sapendo (o fingendo di non sapere) del suo recente matrimonio, non può che favorire lo sdoganamento, nella sua forma più deteriore (altrimenti nota come “cazzeggio”), del concetto di divertimento.

Eppure nell’epoca storica delle “bomberate”, dell’ignoranza vista nella sua accezione simpatica (ammesso che sia simpatico il mostrare orgogliosamente l’apprezzamento per le sfaccettature più insulse della quotidianità) e della gente che si sente investita della missione divina di mandare Zaza Pachulia all’All Star Game (proseguendo sulla falsariga dei movimenti a sostegno di Bryan “White Mamba” Scalabrine e dei meme che, nell’anno di relativa grazia 2011, perculavano LeBron perché aveva meno anelli di Brian Cardinal), che l’ex Kansas si autocandidi per il rendez vous di New Orleans per far breccia nel cuore di Rihanna non dovrebbe far notizia. E non dovrebbe far nemmeno ridere o divertire, soprattutto visto che si parla di un giocatore che all’ASG ci potrebbe andare comunque (ve l’ abbiamo spiegato qui) per meriti suoi.

No, Joel, nemmeno il retweet di “The Donald” aiuta…

 

La domanda, quindi, sorge spontanea: Joel Embiid ci è o ci fa? Una risposta, probabilmente, non c’è (ancora): la sua storia, dentro e fuori dal campo, ci dice che può esserci e farci allo stesso tempo. Dipende dalla chiave di lettura che si può dare dell’esistenza di uno che, tra il serio e il faceto, ha dichiarato di come avesse ucciso un leone all’età di sei anni, nell’ambito di un ardito parallelismo sugli stereotipi socio-culturali degli americani nei riguardi degli africani.

Da qualunque punto lo si guardi, comunque, Embiid appare come un’entità diversa (non per forza alinea o soprannaturale) da tutte le altre, finita per caso in un corpo che diventerà il parametro per misurare il cambiamento del basket del (prossimo) futuro, talvolta sorpresa dal suo non avere potenzialmente limiti, di certo conscia di una visione delle cose che non combacia con quella del resto del mondo circostante. Come quando, ad anni 16, mentre i coetanei al di là dell’Atlantico stanno già organizzandosi per la futura vita da “pro”, lui è in Camerun e della pallacanestro non conosce nemmeno le basi: normale per uno che si vede calciatore o pallavolista (e, in entrambi i casi, con quella coordinazione abbinata a quelle dimensioni, avrebbe dovuto essere messo fuori legge), meno per chi dovrebbe a breve confrontarsi con un contesto ultra-competitivo come quello della NCAA. Il punto è proprio questo: Embiid non si vede cestista e quindi non ha interesse ad affinarsi nel gioco dopo averne ricevuto i primi rudimenti. Almeno fin quando Luc Mbah a Moute lo vede in uno dei camp che organizza periodicamente nel suo paese d’origine e, complice un paio di video di Hakeem Olajuwon fatte visionare fino allo sfinimento, lo convince a provarci sul serio.

Era tutto già accaduto…

 

Alla fine, succede che due mesi dopo “la pallacanestro è uno sport in cui due formazioni di cinque giocatori ciascuna si affrontano per segnare con un pallone nel canestro avversario” Embiid è già passato per Montverde Academy (tra i migliori licei del paese per formazione cestistica) e The Rock School, ritrovandosi ad accettare, poi, la borsa di studio proveniente da quella Lawrence che fu già di Wilt Chamberlain. Dell’anno da Jayhawk sarebbe persino noioso parlare (11.2 punti di media con oltre il 60% dal campo, miglior difensore della Big 12, primo quintetto difensivo della stessa e secondo quintetto in assoluto: il tutto saltando gran parte della fase finale della stagione a causa dell’infortunio alla schiena che sarà prodromico a quello al piede durante un workout con i Cavs) se non fosse necessario approfondire lo stato d’animo di chi, scout Nba compresi, vede giocare Joel per la prima volta. Certo che è grezzo, certo che si vede quanto ancora debba lavorare su molti aspetti del suo primitivo repertorio di skills: ma questo è uno che assorbe tutto e impara alla svelta. In pochi mesi, alle sue naturali doti fisiche da rim protector di assoluto livello, riesce a coniugare competentissimi fondamentali in post, una capacità di mettere palla per terra e attaccare dal palleggio che non dovrebbero appartenere a un sette piedi, il saper agire tanto da bloccante per il p&r quanto da tagliante dal lato debole.

La storia davanti ai vostri occhi

 

L’hype intorno al ragazzo di Yaoundé è tale che viene realizzato addirittura un mini-speciale televisivo in tre parti (qui, qui e qui) che lo accompagna fino al giorno del Draft che lui segue da casa, ingessato. Perché, intanto è già subentrata la frattura da stress che convince Cavs e Bucks e virare su Wiggins (compagno di Joel a Kansas e poi girato in agosto ai Timberwolves nell’affare Love) e Jabari Parker e che consente a Sam Hinkie di draftare Embiid.

Hai voglia, però, a ripetere #TrustTheProcess (inteso come la separazione del risultato finale dal modo in cui ci si arriva) quando i Sixers sono impegnati a battere tutti i record per futilità ogni epoca (28-136 nelle successive due stagioni) e colui che incarnerebbe il processo stesso sembra dedicato anima e corpo alla sua nuova dimensione di tweetstar. Non sono tanto le previsioni di bust o i sinistri paragoni con Greg Oden a far riflettere, quanto piuttosto l’atteggiamento nei confronti del suo essere clamorosamente in ritardo sulla tabella di marcia: generiche frasi motivazionali a parte, l'(auto)costringersi nella realtà virtuale dei propri account social sembra essere l’unico modo a disposizione del nostro per lasciare un segno del suo passaggio. È come se questa rivisitazione, a tratti infinita, di Aspettando Godot dovesse tradursi necessariamente in una voluta ridicolizzazione del proprio essere uomo, prima ancora che giocatore di basket (memorabile il cinguettio di commento alla cessione di MCW e K.J. Mc Daniels quasi allo scadere della deadline, a voler simboleggiare lo stato d’animo dei tifosi della città dell’amore fraterno), in previsione di una catarsi che avrebbe trovato il suo compimento una volta rimesso piede sul parquet.

E qui conviene riaprire l’icona del “ci è o ci fa”: perché mentre trolla mezzo mondo fingendosi (?) un gigantesco bambinone che pare non aver cognizione di quel che gli gravita attorno, Embiid si allena (bene), mettendo su (tanti) muscoli e iniziando a manifestare le proprie reali e bellicose intenzioni in un video contente alcuni passaggi della sua ultima estate da non giocatore:

https://www.youtube.com/watch?v=td1HX6E9sIQ

Il rumore dei ferri che stanno per rompersi…

 

Il dubbio, quindi, permane: può uno che si fa chiamare “The Process” e che ha passato gli ultimi due anni della sua vita a fare il brillante sui social network, essere anche di un’intelligenza talmente rivoltante da costruirsi scientemente un’etichetta facilmente smontabile già dopo le prime settimane di Nba (en passant: rookie of the month a est a Novembre e Dicembre)? Forse. O, forse, Joel è davvero così, fuori e dentro il campo. L’importante però è separare le due cose (come nel “Processo” indicato da Hinkie). E, magari, concentrarsi sul come e perché un domani sarà arrivato all’All Star Game e non solo sul fatto che avrà sul serio conquistato Rihanna.

p.s. Nelle ultime ore il nostro si è segnalato per questo battibecco su Instagram con l’ex pornostar Mia Khalifa. Commenti? Non ne abbiamo.

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