I sessantelli (in tre quarti) ai tempi di Kobe Bryant

Qualche tempo fa, vi abbiamo spiegato qui la portata dei 60 punti di Klay Thompson nella partita contro i Pacers. Una prestazione mostruosa con numeri che somigliano tanto ad un bug del vostro myplayer a 2K: 21/33 dal campo, 8/14 da tre, 10/11 ai liberi. Il tutto in appena 29 minuti di gioco (il più veloce di sempre a metter via un sessantello) e risultando appena il sesto Warrior per possesso del pallone, tenuto in mano la media di 1.5 secondi per azione.

Immediato è scattato il paragone con i 62 punti che, il 20 dicembre 2005, Kobe Bryant rifilò ai Dallas Mavericks futuri finalisti NBA, in poco meno di 33 minuti di impiego nel 112-90 dello Staples Center. Eppure, già guardando il video di quella inenarrabile dimostrazione d’onnipotenza, si capisce come si sia alla presenza di qualcosa di molto diverso. E non solo perché l’allora #8 gialloviola aveva tirato di più e peggio dello “Splash Brother” (18/31 complessivo e 4/10 dall’arco): peso specifico e costruzione di ogni canestro sono lo specchio di un contesto di squadra (nonché di una diversa epoca di basket NBA) e di abilità del singolo totalmente differenti.

Thompson è un giocatore che, in un sistema avanzatissimo di uscite dai blocchi e di pick n’roll portati altissimi, raramente deve costruirsi da solo un tiro più o meno comodo: e, anche nel caso in cui la rotazione difensiva avversaria avvenga nei tempi giusti, la velocità e la pulizia d’esecuzione gli permettono di avere percentuali elevatissime anche con l’uomo addosso. Il Kobe Bryant 2005/2006, invece, era un elemento totalmente ingestibile nell’ambito di un collettivo che, tra gli altri, annoverava nello starting five gente come Smush Parker, Chris Mihm e Brian Cook (tacendo di Kwamone Brown che partiva dalla panchina): Phil Jackson aveva abbandonato da tempo la speranza di veder correttamente eseguita la side-line triangle, non foss’altro perché, nella maggioranza dei casi, lo schema base di quei Lakers era palla a Kobe in 1 vs 5 e almeno tre compagni liberi, mani sui fianchi, sul lato debole, in attesa di un passaggio che non sarebbe arrivato mai.

Ecco, si può dire che quella partita, ben più degli 81 ai Raptors, rappresenti il tipo di giocatore che era Bryant in quella specifica fase della sua carriera. Uno con il quale, in serate del genere, non si poteva scendere a patti. Nel bene (nel caso dei suoi compagni di squadra) e nel male, come avrebbe confermato Avery Johnson al termine della gara: «Semplicemente non avevamo contromisure adeguate contro di lui. Abbiamo provato a raddoppiarlo, abbiamo provato la zona, abbiamo provato marcature a uomo con ogni membro del nostro back-court. Niente di tutto questo è servito» (rileggete pure se volete, ma è vero: ho controllato più e più volte prima di arrendermi all’evidenza di quel che credevo impossibile). Senza contare che i Lakers venivano da una brutta sconfitta contro i Rockets (76-74) in cui Kobe (24, per la fredda cronaca) si era detto «frustrato e deciso a portare la squadra alla vittoria a qualunque costo».

Abbiamo provato a scomporre quella prestazione in tanti piccoli momenti significativi, per spiegare come da un sessantello in tre quarti all’altro passi ben più di una decade di differenza. Non si può cominciare, però, senza qualche necessario ragguaglio statistico per inquadrare il contesto: nella regular season 2005/2006, Bryant disputò una media di 41 minuti a partita, mandando a referto 35.4 punti (nessuno come lui nei successivi undici anni) e tirando con il 45% dal campo (il 34.7 da tre). Ed è questo il dato più impressionante di tutti: quasi la metà delle conclusioni a bersaglio con la difesa avversaria pensata ed adeguata su ogni tua singola soluzione offensiva: dubito che, da Jordan in poi, ci sia stato un singolo giocatore in grado di condizionare così tanto la fase di non possesso altrui.

La partita, dicevamo. Kobe approccia in una maniera che definire feroce è del tutto eufemistico: 15 dei primi 21 punti dei Lakers sono suoi, con due canestri che spiegano meglio di altri con che tipo di giocatore abbiamo a che fare. Il primo è susseguente a un recupero palla: campo percorso a velocità nemmeno eccessiva, doppia hesitation in palleggio a disorientare il difensore in recupero, spin move e appoggio al vetro relativamente comodo nonostante Dampier provi ad oscurargli la vallata.

Il secondo (quello del 13-19), invece, è un estratto purissimo dal manuale “How to be like Mike”: linea di fondo presa bruciando sul primo passo Josh Howard, attacco del ferro proteggendosi con lo stesso e altro appoggio al vetro chiudendo in reverse dalla parte opposta nonostante l’aiuto di Nowitzki. Si tratta di un’opzione esplorata più e più volte nell’arco della partita, con gli avversari spesso costretti al fallo terminale per non vedergli chiudere il prevedibile gioco da tre punti (lo score ai liberi, alla fine, dirà 22/25). Nel caso vi servisse una prova del perché, all’epoca, si parlava di uno dei migliori di sempre nell’uno contro uno, beh eccola qui:

E’ l’ultimo canestro del primo quarto di Bryant, che terrà un ritmo pressoché identico nei secondi 12 minuti (17 punti, per un totale di 32 nei primi 24 minuti, con 11/18 dal campo e 2/4 dall’arco) in cui si segnala quasi esclusivamente per il canestro del 27-32 in apertura di periodo: l’8 riceve poco dopo la linea di tiro libero dopo aver giocato in alto basso con Luke Walton, mantiene misteriosamente il controllo di palla e corpo e segna in sospensione andando verso l’esterno del campo tirando oltre la mano protesa di “Wunderdirk”. La palla entra quasi senza toccare il ferro e la sensazione che si stia per assistere alla storia inizia a farsi strada tra i presenti:

Ma si tratta solo dell’avvisaglia della tempesta perfetta. Il terzo quarto di Kobe Bryant è qualcosa che, ancora oggi, non è spiegabile: 30 punti (sarebbe risultato il record di franchigia) sui 42 di squadra nel periodo, contro gente che, a quel punto, gioca solo ed esclusivamente per non farlo segnare. Avrebbe poi detto Phil Jackson: «Ho visto tante prestazioni da 60 punti nella mia carriera, ma mai nessuna che si concretizzasse nel terzo quarto. Il suo terzo quarto è stato incredibile».

Così come l’approccio, in perfetto stile “Black Mamba”: feroce, aggressivo, letale. Dallas prova a metterla sul piano fisico, in una riedizione riveduta e corretta delle “Jordan Rules” (Bryant andrà in lunetta 16 volte dopo l’intervallo lungo) e Nowitzki si prende anche un tecnico per una protesta susseguente a un contatto troppo duro. Ma è ovvio che non possano andare avanti così.

Una prima spallata, decisa, arriva con 8:13 sul cronometro: gioco a due, all’apparenza banale con Mihm, ricezione del consegnato e fade away buttandosi indietro verso la linea di fondo per il 50-66. Con Marquis Daniels che guarda e, per poco, non applaude.

E’ il momento peggiore per i Mavs, con Avery Johnson che si rende conto di essere totalmente alla mercé di questo spaventoso talento e non sa letteralmente che cosa fare, tanto da prendersi il secondo tecnico sul 50-68 e con Bryant a quota 41.

A quel punto, l’8 è già entrato in uno stato di totale trance agonistica: con 4:50 ancora da giocare nel quarto, i canestri del 17-3 di parziale che portano i Lakers oltre le soglie del +30 (58-89) sono tutti suoi. E il season high di LeBron James (52 punti), nonché il proprio career high (56 contro i Grizzlies il 14 gennaio 2002: e anche in quel caso ci vollero appena tre quarti, mentre l’ultimo cinquantello risaliva al marzo del 2003, con i 55 – 42 all’intervallo – rifilati ai Wizards in occasione dell’ultimo confronto diretto con MJ), vengono superati quando mancano 26 secondi all’ultimo intervallo.

Il canestro del 57-78 diventerà il manifesto della partita: non si capisce dove inizi la crudeltà di Bryant e dove finisca il senso di impotenza degli altri. Il confine è labile: c’è un tiro sbagliato di Nowitzki, Kobe va a prendersi da solo un rimbalzo ad altezze siderali (e si che qualcosina a livello di energia doveva aver speso), si mangia il campo in qualcosa come quattro secondi e conclude la giocata con una specie di passo d’incrocio che lascia di sasso Daniels e lo stesso Nowitzki in ripiegamento.

Non è ancora finita, sembra non dover finire mai. Ci vuole una degna conclusione, l’attimo in cui si condensi ciò cui gli attoniti spettatori dello Staples Center stanno assistendo. E l’attimo si materializza con l’azione del 58-85: stavolta il pallone dopo il rimbalzo glielo portano, ricezione poco dopo la metà campo, Marquis Daniels puntato ancora alla massima velocità e saltato di nuovo con lo spin move, rilascio morbidissimo a rendere vane le mani protese di tre avversari a centro area.

Jackson lo richiamerà poco dopo sul 61-95 (si, a quel punto, TUTTI i Dallas Mavericks avevano segnato meno di Kobe Bryant) non prima di aver mandato Brian Shaw in esplorazione a chiedere se ci fosse la possibilità di arrivare magari a quella quota 70 che rappresentava il record ogni epoca di Elgin Baylor. Il dialogo tra i due ha del surreale: «Naaaa, magari la prossima volta, va bene così». «La prossima volta? Dì un pò, ma chi ti credi di essere? Quando pensi che ti ricapiterà un’opportunità del genere?».

Già, quando gli sarebbe potuto ricapitare? Magari un mese dopo:

Ma questo Brian Shaw e Phil Jackson non potevano saperlo.

p.s. Quella fu l’ottava vittoria in 10 partite per i Lakers che si assestarono su un record di 14-11. Per i Dallas Mavericks, invece, si trattava della seconda sconfitta in una striscia di partite contestuale. L’altra risaliva al 12 dicembre, un 109-106 subito a domicilio: avversari, naturalmente, ancora i Lakers con 43 punti di Kobe Bryant.

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