ConorMcBron

Su Lebron James si è scritto e si continuerà a scrivere di tutto.
Cose già dette, cose banali e analisi degne del premio Nobel, con buona pace di Bob Dylan.
Quello che proveremo a farvi leggere oggi è Lebron James raccontato attraverso le parole di qualcun’altro, ma non uno qualsiasi, perché anche se tutti abbiamo sognato “Be like Mike” troveremmo difficoltà anche solo ad immaginare cosa voglia dire esserlo veramente.
Chiamiamolo “crossover” questo tentativo di unire due soggetti che non hanno apparentemente nulla in comune per provare a spiegare meglio sia l’uno che l’altro.
Emanuela Audisio, riconosciuta come una delle più importanti penne del giornalismo sportivo italiano, nel suo libro “bambini Infiniti” scrisse:

“Lo sport ha un suo filo, più o meno nascosto, che lega epoche e discipline diverse. E anche nella frattura, nel salto, ha una sua continuità.”

In questo libro venivano legati insieme gli assist di Magic ed i tuffi di Greg Louganis, il pugno nero di Tommie Smith e la lingua di Mj, Rubin Carter e OJ Simpson, per far capire che in realtà tutte le star dello sport sono collegate, anche a meno di 7 gradi di separazione l’una dall’altra.
Come detto, in analisi su Lebron si sono cimentati tutti, ma alcune volte per scrivere sugli dei c’è bisogno di altri dei: “Gods recognize gods”.
Ecco il primo indizio.
Se siete fan delle Mix Martial Arts sapete già di chi sto parlando, in questo momento nella UFC, la figlia prediletta della MMA, una stella più luminosa della altre sta meravigliando il panorama: Conor “The Notorius” McGregor.
McGregor oltre a detenere il record per il k.o. più veloce in un match titolato (13 secondi ai danni del brasiliano Josè Aldo, che non perdeva da 10 anni ) è l’unico atleta della storia a detenere due cinture contemporaneamente, è infatti campione dei pesi piuma e dei pesi leggeri.
Un po’ come essere campione in carica ed anche MVP delle Finals no?
Oltre alle straordinarie doti tecniche, McGregor è riuscito a diventare un personaggio che vende e fa vendere il prodotto UFC, i suoi incontri battono ogni volta i record di incassi sia che si svolgano a Las Vegas sia a New York.
McGregor è la star che tutti vogliono vedere, battere o emulare.
Quindi perché non provare un crossover degno del miglior gancio sinistro di MysticMac o anche della miglior schiacciata di King James, per rendere omaggio ad entrambi.
Cosa accomuna questi due re, che anche sui social si sono scambiati stima e rispetto?
Un background travagliato con un’infanzia difficile, e poco importa se uno viveva ad Akron e l’altro a pochi passi da Dublino, il domani incerto e la povertà che molte volte si rivela la molla che più di tutti fa emergere gli atleti, fanno parte del loro vissuto così come fanno parte della quotidianità una fila di haters lunga quasi quanto la loro bacheca trofei, oltre che la predisposizione naturale a scrivere la storia.
Purtroppo non siamo esperti di MMA e quindi non possiamo addentrarci in analisi troppo profonde sulle abilità di McGregor ma proveremo a fare di lui una sorta di Omero delle gesta Eroiche di quel moderno Achille proveniente da Akron, quindi ecco a voi: Conor McGregor raccconta LBJ.

I’m going to change the way martial arts is viewed. I’m going to change the game. I’m going to change the way people approach fighting.

Queste parole sarebbero potute benissimo uscire dalle giovani labbra di Lebron James, sputate con un tono ibrido di arroganza e consapevolezza al microfono di qualche giornalista il 29 Ottobre del 2003.
E’ da poco terminata la partita al Golden 1 Centre di Sacramento e malgrado siano stati i padroni di casa a portare a casa la prima vittoria dell’anno i tifosi dell’Ohio sanno di aver vissuto una notte speciale.
Sul parquet aveva appena compiuto il suo esordio colui che da quel giorno ad oggi, con l’interruzione e la fuga a South Beach, avrebbe rappresentato la franchigia di Cleveland.
Quantificare l’Hype che vagava al tempo intorno al nome di Lebron James non è semplice.
Provate prendendo quello che vi era per la coppia Wiggins/Parker qualche stagione fa e moltiplicatela per 100, pur senza social network ed altre diabolici mezzi di diffusione di highlights, non sono certo che siete vicini. Aiutatevi con questo.
LBJ arrivava direttamente dalla High School ed i fantasmi di Kwane Brown, scelto solo due anni prima, aleggiavano forti nella draft room.
Ma James era the choosen one, il prescelto, e chiunque avesse avuto la numero uno non avrebbe che potuto puntare su di lui.
Fu così che un ragazzo di 18 anni e 302 giorni nel match d’esordio, con mille telecamere e milioni di occhi puntati addosso, realizzò quella che al tempo venne etichettata statisticamente come la miglior prestazione ogni epoca messa in campo da un rookie nella sua prima partita.
I numeri parlano di 25 punti, 6 rimbalzi, 9 assist con 4 rubate, una delle quali ha dato vita ad una schiacciata che è finita sulle pareti di tutte le camerette dei ragazzi di Cleveland e non solo.

esordio

Le parole di McGregor sarebbe potute essere perfettamente le sue.
E’ senza ombra di dubbio il giocatore più forte draftato nel nuovo millennio, ha cambiato la NBA sul campo, un All-Around senza precedenti che nella tua squadra può essere il miglior scorer, il playmaker titolare, un grandissimo rimbalzista e anche marcare il miglior giocatore avversario.
Nelle ultime Finals ha toccato l’impossibile, è stato leader di tutte le statistiche individuali come media a partita.
Ma il cambiamento non è stato limitato alla sola sfera cestistica, infatti dal punto di vista economico pubblicitario Lebron ha rappresentato un vero e proprio turning point nella NBA, the decision, il programma in cui il re annunciò di portare i propri talenti a Miami ebbe un seguito di oltre 13 milioni di persone, 39 punti di share, e tra sponsorizzazioni e offerte varie vennero raggruppati più di 5 milioni di dollari che vennero donati in beneficenza.
Il suo ritorno in Ohio, secondo alcuni esperti economisti, ha portato 500 milioni di dollari sotto forma di sponsorizzazioni, diritti televisivi e turismo da tutte le parti del mondo.
Lebron è stato una svolta anche in campo sociale, oltre a difendere le minoranze (specialmente l’etnia afroamericana) come molti altri giocatori, è stato anche attivo politicamente, salendo ad esempio sul palco con Hilary Clinton durante le ultime elezioni presidenziali.
Lebron James è stato un cambiamento, a 360′ che la NBA necessitava, il ragazzo di una madre sola che non ha ceduto alla pressione ne alle mille tentazioni della società moderna e che è riuscito a trasmettere i suoi ideali dentro e fuori dal campo.

There’s no talent here, this is hard work,” This is an obsession. Talent does not exist, we are all equals as human beings. You could be anyone if you put in the time. You will reach the top, and that’s that. I am not talented, I am obsessed.

L’ultima sirena della stagione è scoccata.
È il 21 Giugno 2012 e Lebron james ha vinto il suo primo titolo NBA.
C’è Wade che salta sul bancone dei telecronisti a rimembrare le gesta di un certo numero 23 di Chicago, Durant piange nel tragitto che porta agli spogliatoi, consolato dalla madre, ma lui non ha tempo per essere lasciato in pace. E’ Lebron James e le telecamere lo cercano, lo bramano come Smygol vuole quel dannato anello che ben presto indosserà in qualità di Campione NBA.
E’ passato dall’essere ‘The Chosen One’ all’uomo più odiato d’America, ma ora è il suo momento.
Le cifre di Lebron in quella serie finale sono qualcosa di fenomenale, come quasi tutto quello che appartiene al mondo del nativo di Akron: 28,6 pts, 47% dal campo, 10.2 rimbalzi e 7.4 assist.
Ha passato anni a sentire la festa nello spogliatoio accanto al tuo, ad uscire davanti alle telecamere e dover affrontare serpi che sputano litri di veleno, abbassa lo sguardo, pensa a quante ne ha passate.
Nella sua testa frullano i ricordi degli anni a Cleveland, delle battaglie con Boston e Delle due Finals perse per mano dei dannati “Texani”.
Sono passati 9 anni da quella sera a Sacramento e finalmente ha vinto.
Il tempo gli ha ridato quello che gli spetta, quello che la gente che amava etichettarlo come fallimento voleva non avesse mai.
Ora è un campione ed è la personificazione del fatto che il talento, da solo, non basta e lui lo sai meglio di tutti, altrimenti in 9 anni avrebbe 9 titoli NBA e forse questo gioco non sarebbe cosi bello.
Sa che senza quell’istinto di rivalsa che culminava con il sogno di un titolo tutto questo non sarebbe accaduto, sa che senza l’ossessione di vincere che lo ha portato a tradire la sua città questo non sarebbe accaduto, sapeva che se sin da quando ha capito di avere un talento infinito non si fosse allenato ogni singolo giorno alla ricerca della perfezione niente di quello che ha oggi esisterebbe.
Avrebbe potuto usare le parole di Conor McGregor per ribadire al mondo che il talento non basta e che nulla senza dedizione e ossessione si ottiene, sarebbe stato uno spot migliore di qualsiasi altro per i giovani talenti che lo osservano e lo venerano.
Ma non l’ha fatto perché malgrado tutto la verità è un’altra e lui la sai. Perché per essere come Lebron James, oltre al talento, all’ossessione, al duro lavoro devi essere Lebron James.

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I am cocky in prediction, I am confident in preparation but I am always humble in victory or defeat.

Questo è un altro Lebron.
E’ Lebron che si siede il 17 giugno 2015 nella sala stampa dello stadio di casa sua, a Cleveland, dopo la sconfitta di gara 6 che ha regalato il titolo agli Warriors.
E mentre fiumi di Champagne scorrono nello spogliatoio degli ospiti i visi dei giocatori e tifosi Cavs sono a dir poco affranti.
Il titolo è stato per l’ennesima volta accarezzato e poi visto salpare per altri porti, Cleveland si conferma the mistake on the lake.
Poche ore prima James, nella conferenza prepartita, apparso davanti alle telecamere con lo stesso mix di arroganza e consapevolezza che lo aveva contraddistinto nella sua partita d’esordio aveva risposto alla domanda di un giornalista che gli chiedeva come mai fosse così fiducioso con un lapidario:

I feel confident because i’m the best player in the world, it’s simple

Poche ore dopo la sua fiducia si rivelo eccessiva, sebbene durante tutte le finals dimostro largamente di essere il miglior giocatore sulla faccia della terra, tenendo a galla i Cavs con un quintetto che con un qualsiasi giocatore al posto del numero 23 faticherebbe non poco a raggiungere i playoffs, il tutto contro una delle squadre più spumeggianti di sempre.
La sconfitta brucia più di qualsiasi ferita e averlo fatto davanti agli occhi della sua gente non fa altro che peggiorare la situazione.
Avrebbe milioni di scuse a cui appoggiarsi, ma anche se riconosce quanto gli infortuni di Love e Irving abbiano compromesso gran parte delle loro chance di vittoria, non vuole saperne di “what if” e di altre mere considerazioni.
Sa benissimo che gli “what if” non lo aiuteranno a portare un titolo a Cleveland, e questo anche ora, è il suo unico obbiettivo.
Non gli era bastato nemmeno viaggiare a 35,8 punti di media, strappare più di 13 rimbalzi ogni sera, servire quasi 9 volte con passaggi vincenti i compagni e nemmeno giocare 46 minuti di media.
Le cifre raccolte da LBJ non si vedevano da decenni in una serie di Finale ma nemmeno la strapotenza in persona aveva potuto sfatare la maledizione di Cleveland.
Ma le leggende per essere tali vanno contro le logiche, contro le tradizioni, contro le convenzioni per scrivere la storia.
Lebron accetta la sconfitta e rinnova la sfida.

We’re not just here to take part, we’re here to take over.

Sono passati 363 giorni da quella conferenza stampa e da quella ferita che ancora brucia, il tunnel si è fatto ancora più profondo e il fuoco della speranza è alimentata dalla labile fiamma di una candela che sembra destinata ad estinguersi.
I Cavs sono sotto 3 a 1 e gara 5 si gioca nella Baia.
Il mondo è convinto di stare per assistere all’ennesimo tonfo di Cleveland, Lebron ha le spalle larghissime ma perdere per la terza volta su tre una finale con la canotta di Cleveland potrebbe essere troppo, perfino per lui.
Sono solo 14 parole, ma accompagnate da uno sguardo e da un linguaggio del corpo che trasmette sicurezza, dominanza.
Gara 5 fu roba sua. Gara 6 anche. Gara 7 è storia.
Il titolo a Cleveland è arrivato se pur dopo un’Odissea, e Lebron James è l’eroe che ha resistito epicamente alle intemperie, superato ogni ostacolo, sventato ogni trappola, l’eroe che non ha accettato il proprio destino ed ha riscritto la storia.
La chase down su Igoudala è l’atto di guerra agli dei, è un discorso diretto con loro come quello che viene intrapreso da Jude Law nelle vesti di Pio XIII nella serie televisiva Young Pope, significa andare oltre i limiti dello scibile per cambiare il proprio destino.
Le lacrime e la commozione finale rappresentano perfettamente il lato umano, la gratitudine di un uomo a cui una città, anzi uno stato, sarà per sempre grato,

Cleveland this is for you.

E’ la liberazione, un urlo che si è sentito anche a 2454 miglia più ad Est dove pochi giorni dopo 2 milioni di persone si sarebbero riversate nelle strade per accogliere il re.
Questo potrebbe essere l’happy ending se si trattasse di un film della Disney, invece Lebron ha ancora fame e zero voglia di fermarsi.

lbj

I have visualised my imagination so clearly and so consistently that it has manifested itself into my reality.

Lebron si appresta ad una nuova stagione, quella 2016-17, che lo vede campione NBA, finalmente con i suoi Cavs.
Potrebbe essere appagato, d’altronde è riuscito in quello che si era prefissato da quando era solo il liceale più corteggiato d’America.
È riuscito in quello che nella sua mente era chiaro e limpido da quando aveva 19 anni: Vincere con Cleveland e per Cleveland.
Eppure non è così, Lebron, non solo non è sazio, ma ha ancora un fantasma da inseguire:” My motivation is this ghost I’m chasing. The ghost played in Chicago.”
James vuole raggiungere Michael, come tanti prima di Lui e come nessuno ha mai fatto.
Persino Kobe s’è dovuto arrendere al Padre Tempo e ad una squadra in ricostruzione.
Kobe 5, Lebron 3 Michael 6.
Gioco, partita, incontro per l’uomo che vola con la lingua di fuori. Ma è davvero così impossibile, il suo sogno? Michael ha iniziato l’era del secondo tree-peat a 32 anni, più o meno la stessa di Lebron ora. Almeno anagraficamente il King potrebbe farcela.
Lebron a differenza di Kobe ha una squadra forte, esperta, ma ancora giovane alle spalle. Kyrie deve ancora fare 25 anni, Love è del 1988, Thompson del ’91.
Il core di Cleveland ha ancora 5, 6 anni ai massimi livelli e Lebron potrebbe giocare anche a 40 anni in una squadra competitiva per il titolo, un po’ come Jabbar nei Lakers dello Show Time.
James si è levato il peso più grosso dalle spalle, ha scritto la storia della sua città e ha dato alla gente di Cleveland un eroe da idolatrare all’infinito.
Ha fatto tutto questo per lui ma anche per gli altri.
Per lui è arrivato il momento di inseguire il suo fantasma, non curandosi dello status o di chi “è il volto della NBA”. Per questo non mi stupirei, magari al suo sesto o settimo titolo, di sentirlo dire ai microfoni di Doris Burke:
“I have visualised my imagination so clearly and so consistently that it has manifested itself into my reality.”

https://www.youtube.com/watch?v=BQH9Lssg10c
Perché è questo quello che fanno Lebron e il signor McGregor, trasformano la loro immaginazione in realtà, quasi nulla  è scontato.
McGregor è da poco entrato nella storia riuscendo a battere Eddi Alvarez, diventando il primo atleta a detenere due cinture nella stessa categoria. Ma erano anni che MysticMac inseguiva il suo sogno, e l’ha realizzato.
McGregor è cocky, arrogante quasi utopico molte volte, Lebron è diverso, meno estremo ma sono certo che la sua mente funzioni alla stessa maniera, sono certo che ora stia visualizzando, proiettandolo nella sala cinema privata della sua mente il canestro della vittoria per il suo sesto titolo.
Non mi resta che augurare “buona caccia” ai prossimi titoli ed ai prossimi record e mettermi sul divano comodo a gustarmeli, perché quelli come Lebron James e Conor McGregor, se riescono a sognarlo, il più delle volte, riescono a farlo.

N.A: il pezzo è stato scritto poco prima che a McGregor venisse tolta dalla UFC la cintura dei pesi piuma, ma nonostante, ciò rimarrà per sempre l’unico ad essere riuscito nell’impresa.

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