Marco Bianchi: l’ambasciatore dei tappeti elastici

Venni a contatto con Marco durante lo scorso inverno per la realizzazione di un’intervista che, per problemi logistici, non riuscì mai ad essere pubblicata. Mi spiegò la sua storia, il suo amore verso lo Slamball e i progetti per renderlo accessibile a tutti. Marco è stato il primo, ed è tutt’ora l’unico, giocatore europeo ad essere arrivato nella lega maggiore dello Slamball in America ed il peso di questo incarico non è indifferente sulle sue spalle, si sente in dovere di far conoscere a tutti questo sport e di dare la possibilità a chiunque volesse, di sognare tre metri sopra il ferro.

Se non avete mai immaginato di spiccare il volo sui trampolini elastici e  schiacciare prepotentemente facendo impazzire Coach Dan Peterson e Ciccio Valenti, forse dovreste provare voi stessi lo Slamball, perchè Marco sta cercando di sdoganarlo anche in Italia.

Ciao Marco, Dove era finito lo Slamball?

“E’ esattamente dove è sempre stato; l’ interruzione brusca non avvenne a causa di un calo dell’audience, né tanto meno da una scomparsa improvvisa dello sport. Successe che nel 2009, lo Slamball ha attraversato un periodo di ‘lock-out’, che purtroppo ha portato alla cancellazione della stagione e quindi alla rottura dei contratti televisivi che ci permettevano di guardarlo comodamente dalla poltrona di casa nostra. I giocatori furono coinvolti in grandissime tournèe in Asia e specialmente in Cina, dove lo Slamball piacque così tanto da diventare attualmente uno degli sport più seguiti in assoluto.
E’ incredibile, si gioca in stadi capaci di ospitare quasi 15 mila persone, e la cosa più spettacolare è che erano sempre gremiti di gente! Noi in Cina siamo trattati come star, la gente ti riconosce per strada e fa la fila per un biglietto o per una foto con te. E’ uno sport in continua ascesa in quella zona del mondo e i numeri sono lì a dimostrarlo”.

In Cina sicuramente l’atmosfera è più calorosa e il business è più fruttuoso. Stan Fletcher è un’istituzione, lo scorso anno è stato protagonista di una lunghissima tournèe che ha raggiunto anche gli angoli più umili della Cina. Ora davvero tutti conoscono questo sport e inutile dire che non c’è persona che non ne vada pazza.
Ma comunque dalla prossima stagione tutto sembra pronto per un ritorno a casa, negli States. Io credo che prenderò un volo nei primi mesi del prossimo anno, poiché la stagione dovrebbe iniziare intorno a Marzo/Aprile (purtroppo ci sono tante cose da far combaciare) e udite bene potrete anche seguire le partite in streaming, fantastico no?

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Marco che schiaccia in una partita del campionato cinese.

 

Chiedo a Marco di raccontarmi un po’ com’è iniziata la sua storia con lo Slamball e quando ha realmente capito che era il suo sport.

“Ho sempre voluto provare questo sport, lo vedevo in televisione, mi affascinava e mi sentivo veramente attratto. Nell’estate del 2010, un mio ex-compagno di squadra ha organizzato a Riccione dove sono nato e cresciuto, un evento che durò per tutta l’estate, dove si poteva imparare, giocare e partecipare a gare ed esibizioni. Mi ci vollero 10 minuti per capire che era il mio sport. Si modellava perfettamente alle mie caratteristiche: molto verticale, molto ‘duro’, molto esaltante e adrenalinico. Ricordo l’ultima sera di quell’evento, avevo le lacrime agli occhi: per me era veramente come sentirsi a casa”

Poi però arrivò il difficile. Marco, a causa del lock-out, dovette aspettare fino a quando le speranze si erano ridotte a poco più di un lumicino. Si teneva in stretto contatto con Andrea Fabbri, ovvero il primo promotore dello Slamball in Italia, ed una notte di Agosto intorno alle 3, ebbe una delle notizie più belle della sua vita.

“Ho guardato il telefono è ho visto il nome di Stan Flechter, mi aveva scritto per dirmi che era riuscito a farmi accettare al Draft dalla commissione e che mi avrebbe tenuto aggiornato nel corso della loro mattinata, anche se per me era piena notte. Inutile dire che non ho dormito, aspettando ulteriori notizie. Quando il sole stava ormai albeggiando arrivò l’ufficialità. ‘La prossima stagione giocherai con me nei Maulers’, furono le parole che lessi sullo schermo, ed il mittente era proprio Stan.
Era come se LeBron James ti dicesse che aveva fatto di tutto per averti in squadra con lui! Davvero una grandissima emozione…”

Dopodiché, Marco inizia a raccontarmi dell’avventura in Cina e dei primi mesi nella lega.

“Il workout è davvero un bel momento: ci si prepara alla stagione con un misto di pratiche di allenamento che provengono da tutti e tre gli sport nazionali americani: NFL, NHL ed NBA. E’ davvero durissimo, si viene messi alla prova sul piano fisico ma è sempre divertente. Nei primi giorni le squadre seguono la stessa tabella e quindi si va a formare un solo gruppo, colazione, pranzo e cena tutti insieme e quello che si crea è davvero un bel clima: sono pochi i giocatori che ‘se la tirano’, molti di più quelli che invece sono sempre disponibili a scherzare e scambiarsi due parole in amicizia.

Anche durante la tournèe in Cina si condivide molto tempo, ma una volta che si scende in campo non ci sono amici. Ricordo il mio esordio. Dopo 20 secondi che ero in campo ho visto un armadio venirmi contro a 200 km/h e, poco dopo l’impatto, ho sentito lo stesso armadio che ripeteva nelle mie orecchie: ‘Welcome to the league!’. Benvenuto un c***o! Però è un aspetto del gioco anche questo e di sicuro non mi tiro indietro se c’è del contatto fisico. Il lato divertente è che quello con cui ti sei menato per tutta partita potresti trovartelo vicino di posto a cena.”

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Marco Bianchi e la sua squadra, i Maulers.

 

Ci eravamo lasciati con la realizzazione del sogno Acquafan, ovvero quello di portare nel parco acquatico più grande d’Europa un campo da Slamball…

“E’ stato veramente fantastico, costato tanti soldi e ancor più fatica ma non posso dire che non ne sia valsa la pena. Avere un campo da Slamball ad Acquafan è stato veramente un sogno ad occhi aperti sopratutto per un riccionese come me, e anche se con dei limiti imposti dai tempi e dalla burocrazia penso di aver messo in piedi un gran bello Show. Il feedback è stato impressionante, e da qui nascono un po’ i miei rimpianti. Innanzi tutto per aver potuto fare solo 5 settimane, infatti abbiamo montato il campo i primi giorni di Agosto e lo abbiamo smontato con la chiusura del parco acquatici. E poi non abbiamo potuto accettare tutti.

I problemi burocratici e i vincoli assicurativi imposti dall’Acquafan erano difficili da applicare per qualcuno che volesse provare per un solo giorno e che al parco fosse solo di passaggio. Alla fine ho lavorato con un gruppo ristretto di ragazzi che si sono alternati nelle diverse settimane. Questo è un peccato perché in un solo giorno, per rendere l’idea di quanto tutti volessero provare, ho dovuto dire di no a circa 150 persone. Si sono presentate addirittura due squadre intere di basket, una dalla Puglia e una dalla Toscana, venute di proposito e convinte che avrebbero potuto cimentarsi in questa nuova disciplina, ma purtroppo così non è stato.
Ma tutti andavano pazzi, si fermavano sempre a guardarci, ci chiedevano di mostrargli schiacciate e non avete idea dei bambini, totalmente impazziti per questo gioco”.

E i ragazzi che hanno partecipato sono rimasti contenti? Credi di essere riuscito a scoccare la freccia verso l’innamoramento del gioco?

“Instancabili, non volevano mai smettere, vorrei sopratutto sottolineare e ringraziare personalmente Daniel Komolov, per avermi fatto emozionare -ammette di avere la pelle d’oca mentre ne parla- Daniel è come me a 14 anni, stessa mentalità, stessa arroganza, stesso amore per il basket. Lui però ha più talento e sono pronto a scommettere che esordirà in serie A da minorenne. Daniel è un ragazzo che frequenta il mio campetto – a Cattolica ndr – e che appena ha saputo di questa iniziativa mi ha chiesto di potervi partecipare. L’iscrizione non costava pochissimo, ma lui non si è fatto nessun problema, è andato ad aiutare la madre a fare il fruttivendolo, ha raccolto tutti i soldi che poteva solo per poter provare lo Slamball. E’ una cosa emozionante, mi ha fatto davvero riflettere, sopratutto perché se la mattina si allenava a Pesaro (è un giocatore della Scavolini), dopo aver albeggiato per lavorare, il pomeriggio veniva all’Acquafan mettendoci tutta l’energia e la voglia che poteva. Ora gli ho detto di lasciare da parte lo Slamball e di pensarci quando avrà finito la carriera, che sicuramente avrà, tra i professionisti”.

Ed ora quali sono le prospettive e gli obiettivi di Marco Bianchi e dello Slamball europeo?

Dopo l’Acquafan ho avuto moltissime richieste, tra le quali quattro società in quattro città importanti come Milano, Roma, Bologna e Padova. Vorrebbero avere il campo che, sottolineo, è l’unico campo di Slamball in Europa.
L’idea sarebbe quella di trovare una sistemazione e fissare il campo per due mesi e mezzo, a partire da metà Novembre, prima che io debba partire per gli Stati Uniti per svolgere il training camp con i miei Maulers, perché non dimentico di essere un giocatore, anzi non vedo l’ora di tornare in campo.

Forse quello che è mancato proprio all’Acquafan è stata la possibilità di far provare a tutti questo gioco e, ribadisco, non era un problema mio ma un limite impostomi dal parco. Vorrei coinvolgere scuole, società sportive e ogni ente utile a spargere il ‘verbo dello Slamball’. In poche parole voglio essere ciò che Sten Flechter è stato, ed è tuttora, in Cina: un’icona, un rappresentante, un ambasciatore di questo sport.
So che non è semplice e l’ho già sperimentato in quest’estate ma, ho la determinazione giusta per riuscirci”.

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So anche che segui la NBA, hai un giocatore preferito?

“Sono un fan sfegatato di LeBron, è la strapotenza fisica coniugata ad una tecnica sopraffina, è il: ‘puoi essere alto e grosso quanto vuoi ma io ti salto sopra e ti schiaccio in faccia perché sono più forte’, è stato sempre un po’ il mio modo di approcciarmi alla pallacanestro, non mi interessa chi ho davanti, se voglio arrivare al ferro io ci arrivo.”

E cosa mi dici della prossima stagione? La scelta di Durant come ti ha lasciato?

“Inizio con il dire che Durant non è mai stato il mio giocatore preferito, sulla decisione non sono nessuno per giudicarla ma posso dire che io non sarei andato a Golden State. Se vuoi dimostrare di essere il più forte non vai da quelli sulla carta più forti per vincere, ma provi a vincere da solo o almeno con quello che hai nella tua squadra. Tutti danno già per vincentie Golden State, io non ho le idee chiarissime ma so per certo che non ci riusciranno, te lo metto per iscritto. Potrebbe confermarsi Cleveland, che ha LeBron e anche la fiducia e la maggior tranquillità recata dall’anello al dito, e sono curioso di vedere New York.
E’ difficilissimo ma sono un banda di campioni che hanno avuto grandi problemi fisici e a cui manca l’anello, se dovessero azzeccare la stagione giusta sarà divertente.”

 

Ringraziamo Marco per la disponibilità con la promessa di risentirci successivamente per conoscere se Slamball Italia avrà un futuro.

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