TOP 10 “The Shot”

The Shot.
Il nostro indirizzo di partenza recita “2923 Streetsboro Road, Richfield, Ohio”.
È esattamente la via e il civico dell’ingresso principale del Richfield Coliseum, esattamente in mezzo alla città di Cleveland e alla Akron che tutti noi conosciamo. Non siamo a Beliveland, o meglio non siamo negli anni di Beliveland. Se tornaste ora a quel preciso indirizzo non trovereste nulla, perché non rimane neppure un briciolo di quella che un tempo era la casa dei Cleveland Cavaliers. Nel 1990 viene comunicato il trasferimento ufficiale dei Cavs dal Coliseum at Richfield a quella che diventerà prima la Gund Arena e successivamente la Quicken Loans Arena. Circa 9 anni dopo, siamo nel ’99, l’arena sparisce del tutto. Il nostro viaggio, però, inizia esattamente 10 anni prima. Siamo nel 1989 e i Cavaliers di coach Lenny Wilkens chiudono la regular season con un positivissimo 57-25. Le bocche di fuoco di quella squadra sono di primissimo ordine: c’è Mark Price (uno dei più temibili tiratori da 3 ogni epoca), c’è Brad Daugherty (padrone dell’area della sua Division senza se e senza ma), c’è Ron Harper e c’è Larry Nance (il padre dell’ala attualmente in forza ai Lakers). C’è poi tale Joel Craig Elho, l’uomo che probabilmente più di tutti entra nella storia della pallacanestro dalla porta sbagliata. Bianco, folta chioma bionda e gran stopper difensivo. Viene utilizzato spesso nelle situazioni in cui bisogna fare il massimo per non far segnare gli avversari. La sera del 7 maggio va in scena la decisiva Gara 5 tra quei Cavaliers e i Bulls di un giovane fenomeno, un astro nascente che agli occhi di tutti non risulta essere per niente umano.

Pippen in un momento cruciale mette una bomba che riavvicina i suoi ma la risposta è proprio di Elho, con la seconda tripla nel quarto periodo di una pesantezza in quantificabile. Mancano esattamente 3 secondi sul cronometro, i Bulls sono sotto 99-100 e Jordan ha già dato la sua dose di punti classica (è a 42 prima della rimessa). Il raddoppio sistematico comandato come sempre da coach Wilkens arriva e causa a Mike qualche problema di ricezione: prima finta, seconda finta e la palla non arriva. Al terzo movimento arriva il solito scatto da giaguaro e la palla finisce nelle mani di Jordan. Come un francobollo c’è sempre Elho e a qualche metro dalla coppia si stacca Larry Nance per non consentire lo scarico comodo. Jordan mette palla a terra, ferma il palleggio, si alza, arriva la mano di Elho che lo disturba, cambia tempo di rilascio e la palla finisce in fondo alla rete nel silenzio surreale del Coliseum at Richfield.

20273 anime che dal caos infernale passano ad un mutismo incredulo. Michael Jordan è il giustiziere dei Cavs e firma quello che tutto il mondo di lì a poco chiamerà The Shot. Tutto questo per cercare di dare una definizione di The Shot quanto più concreta possibile. Con il termine, infatti, intendiamo quei tiri decisivi che lasciano senza parole, quelle poesie che fanno impazzire certi tifosi e distruggono il cuore di altri, che strozzano in gola urla di gioia e che causano lacrime amare. Insomma, i Tiri con la T maiuscola. Abbiamo scavato nei libri di storia, abbiamo cercato in ogni modo di selezionare quelli i migliori per stilare quella che riteniamo la Top 10 all-time.

10. Stephen Curry, Golden State Warriors @ Oklahoma City Thunder. Regular Season. 27 febbraio 2016

Le urla di Mamoli e Tranquillo fanno eco a quelle di Mike Breen e al suo “BANG!” diventato ormai virale. Il non-sense di questo tiro catapulta Curry e la sua irriverenza cestistica in una posizione particolare, perché non si ricordano conclusioni così egoisticamente straordinarie. Per gli amanti dei numeri: quella mandata a bersaglio, lasciando solo 0.6 secondi a disposizione dei malcapitati Thunder, è la tripla numero 12 della partita (su 16 tentativi), pareggiando così il record appartenente a Kobe Bryant e Donyell Marshall. Il 32-foot dagger shot inaugura la nostra Top10

9. Kyrie Irving, Cleveland Cavaliers @ Golden State Warriors. NBA Finals, Game 7. 19 giugno 2016

https://www.youtube.com/watch?v=oxEdwPaF1ko

The Ultimate Shot, il più giovane di tutti. Il titolo NBA dei Cavs verrà sempre ricordato per la promessa di LeBron, per il ritorno al successo della città di Cleveland ma soprattutto per il coraggio di un 24enne che ha deciso di vincere la partita. Kyrie Irving, alla sua prima gara 7 di Finals della carriera, ha fatto sembrare tutto troppo semplice, nonostante ci fossero quasi 40.000 occhi a fissarlo. Spezzare il totale equilibrio di una delle serie più in bilico di sempre a soli 53.3 secondi dalla fine è arte di pochi. Il suo secondo tempo èinimmaginabile ma la stordente bellezza di questo tiro fa dimenticare tutte le gare precedenti e fa solo esclamare “WOW!”.

8. Magic Johnson, Los Angeles Lakers @ Boston Celtics. NBA Finals, Game 4. 9 giugno 1987

Lo yin e lo yang, il bianco e il nero, il giorno e la notte, il sole e la luna, i Lakers e i Celtics. Nel baby skyhook di Magic Johnson ci sono anni di rivalità, anni di odio sportivo, anni di battaglie, anni di dominio per le due squadre che più hanno incantato gli anni ’80. Non è un tiro da 3 come gli altri, non è un tiro normale, perché se il tuo playmaker riesce a vincere una partita in questo modo, sai che stai vivendo un momento neanche lontanamente definibile come gli altri. Il 9 giugno è segnato da 29 anni in rosso sul calendario di ogni vero e autentico tifoso giallo-viola.

7. Gilbert Arenas, Utah Jazz @ Washington Wizards. Regular Season. 27 marzo 2007

Nel caso di Curry abbiamo parlato di irriverenza, nel caso di Gilbert Arenas parliamo di arroganza cestistica. Non è stato il primo e sicuramente non sarà l’ultimo (lo stesso Steph si gira prima che la palla vada dentro), ma chi ha intrapreso e probabilmente interpretato meglio il concetto di “NBA is fantasy, sports are fantasy” è proprio Agent Zero. La fantasia che Hibachi (soprannome la cui storia spiega di chi stiamo parlando) applicata al gioco della pallacanestro è forse uno dei connubi più bello visto su un parquet. Quelle braccia aperte fanno capire più di ogni altra cosa quanta fiducia riponga in sé stesso il ragazzo di Tampa.

6. Robert Horry, Sacramento Kings @ Los Angeles Lakers. WC Finals, Game 4. 26 maggio 2002

“Clutch per me significa saper finire il lavoro. Sono contento che la gente mi consideri un clutch player perché capisco che sono riuscito a fare sempre il mio lavoro” dice Big Shot Rob. “Lo fa sempre, è davvero spietato. Non è che lo faccia una volta ogni tanto: è costante. Lo ha fatto l’anno scorso, nelle finali, durante la regular season e continuerà a farlo. Rob è fatto così” aggiunge Kobe. “Ve la dico io la verità su Robert: lui se ne sta in disparte per quasi tutta la stagione, non fa niente, non ha voglia di giocare. Si fa vivo quando ne ha voglia. Poi lo metti in un quarto quarto di una partita importante e lui ti fa ‘Ora è il momento di giocare!’ e all’improvviso si accende. Non ha voglia di giocare finché la partita non conta davvero” puntualizza Duncan. Serve altro?

5. Derek Fisher, Los Angeles Lakers @ San Antonio Spurs. WC Semifinals, Game 5. 13 maggio 2004

Tim Duncan inventa qualcosa di irripetibile, lasciando ai Lakers “solo” 0.4 secondi sul cronometro. Siamo al SBC Center, San Antonio, Texas, e i quasi 20.000 sugli spalti già sono in visibilio per aver tinto gara 5 di nero-argento. Punteggio basso, Kobe è a quota 22 con il 40% dal campo, si andrà da lui per l’ultima preghiera. Un giovane Pop prepara una difesa sulla rimessa al limite della perfezione ma lascia una finestra a Fisher, non partito in quintetto. Quando conta, coach Jackson sa di chi fidarsi. Payton rimette, Fish riceve e poi buio, tutto buio all’ombra dell’Alamo. La corsa negli spogliatoi e la faccia di Bowen non meritano ulteriori commenti.

4. Jeff Malone, Detroit Pistons @ Washington Bullets. Regular season. 4 gennaio 1984

The baseline shot, forse il più incredibile di tutti. I Bullets pescano alti al draft del 1983 e alla 10 chiamano Jeff Malone da Mississippi State, mentre al terzo giro arriva tale Darren Daye. I due si intendono in campo, anche forse oltre il dovuto. La palese dimostrazione che gli dei del basket, nella notte del 4 gennaio 1984, abbiano tifato per Washington lo si capisce dallo scatto felino di Malone, dall’arresto a pochi centimetri dalla linea di fondo e dal rumore del nylon che si muove.

3. Sean Elliott, Portland Trail Blazers @ San Antonio Spurs. WC Finals, Game 2. 31 Maggio 1999

Siamo all’Alamodome, la casa degli Spurs dal 1993 al 2002, e se non credete nel destino, se non credete in entità superiori che governano la nostra vita, non avete mai visto il Memorial Day Miracle Shot di Sean Elliott. La definizione di “miracolo” segue un mix di combinazioni clamorose: in primis, Elliott non doveva essere neanche al campo quella sera, per via di un grave problema ad un rene e un trapianto delicatissimo dalì a pochi giorni; metteteci anche che ad inizio terzo quarto gli Spurs erano sotto di 18 (52-34); per finire, c’è Augmon che va ad un passo dal colpaccio e dalla rubata che consentirebbe ai Trail Blazers di congelare la partita. Ah, in tutto questo c’è quel tallone che non tocca la linea laterale per una manciata di millimetri. “Do you believe in miracles?” Spurs version.

2. Ray Allen, San Antonio Spurs @ Miami Heat. NBA Finals, Game 6. 18 giugno 2013

L’orologio della storia si ferma. La situazione è catastrofica se non arrivasse uno che di super poteri non ne ha ma che ha un istinto cestistico degno di essere da medaglia d’argento. Miami è ad un passo dall’eliminazione ma Leonard sbaglia entrambi i liberi, regalando l’ultima chance ai padroni di casa. LeBron forza, Bosh prende il rimbalzo della vita (perché Duncan fuori, Pop?) e Ray Allen indietreggia senza guardare a terra e riesce a trovare la coordinazione e la posizione giusta per lasciar andar via il solito swarovski da quelle mani fatate. Mesi dopo dichiarerà: “Se ho pensato di scaricare la palla a LBJ quando l’ho ricevuta in angolo? Onestamente? Neanche per un momento!”. Ti crediamo Ray, ti crediamo. Probabilmente il Despair Shot più famoso della storia del Gioco. Gara 7 si è giocata ma la serie degli Spurs termina quando Allen brucia la retina.

1. Michael Jordan, Chicago Bulls @ Utah Jazz. NBA Finals, Game 6. 14 giugno 1998

Saranno anche gusti, saranno preferenze, sarà quel che sarà ma nessuno contravverrà all’assunto che il tiro di MJ contro i Jazz in gara 6 è una delle cose più belle che lo sport abbia mai offerto. La storia la conoscete, il risultato pure, così come il valore di quel tiro. Tante, forse troppe storie nella storia di un singolo gesto tecnico (perfetto): dalla preparazione al roaming difensivo concessogli per la prima volta da Dean Smith, dal giro a “U” al rilascio che conosce solo una destinazione. Si potrebbe dire tanto ancora su questo tiro ma alle volte il modo per poter dire tutto è stare zitti e ammirare, con solenne attenzione, la bellezza di quello che per tutti è il miglior gesto tecnico della storia del Gioco. “Knock it in, Michael…”

Bonus track: Michael Jordan, Chicago Bulls @ Cleveland Cavaliers. EC First Round, Game 5. 7 maggio 1989

Deve esserci, deve obbligatoriamente esserci il vero, l’unico, l’inimitabile “The Shot”, l’attimo in cui tutto partì, l’attimo in cui per le strade della Windy City si ebbe la percezione che il vento, per una volta, girasse e soffiasse nella direzione giusta, quella per far spiegare le vele del futuro dei Bulls. Abbiamo avuto già modo di raccontarvelo, seguendo quei dettagli che fanno di MJ una leggenda inarrivabile dello sport più bello del mondo.

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