Le due facce della medaglia (olimpica)

«Per gli atleti, le Olimpiadi sono la prova definitiva del loro valore»
La premiata non lo dice in maniera convinta, come se ci credesse solo perché ha al collo non una medaglia olimpica ma ben cinque. Quasi a convincere prima se stessa e poi gli altri. Siamo nel 1984, a Los Angeles, e si sono appena conclusi i XXIII Giochi Olimpici quando Mary Lou Retton pronuncia quella frase.

Anni dopo, però, realizzerà che quella non fu una bizzarrìa dovuta all’emozione e all’incredulità del momento, ma frutto di qualcosa di più, di qualcosa che volente o nolente ha rispecchiato, rispecchia e rispecchierà sempre la realtà di qualsiasi contesto sportivo.

Quelle medaglie sono state speciali per lei e per il suo Paese: è stata la prima ginnasta statunitense a vincere una medaglia d’oro olimpica. In lacrime, ai piedi del podio, fieri del lavoro fatto, ci sono Béla e Marta Károlyi, due tra i migliori allenatori dell’epoca. Le istantanee di quel momento si sprecano e da lì in poi la strada di Mary Lou fu tutta in discesa: fama, successo e tutto quello che solo una nazione fortemente patriottica come gli Stati Uniti sa regalare.

La Retton, le cui origini sono italiane (il cognome originario è “Rotunda”), lasciò la California con un oro nell’individuale, due argenti in volteggio ed esibizione a squadre, due bronzi alle parallele e alla trave per tornare nella sua West Virginia, dove tutt’ora, nonostante il suo record sia stato battuto ed eguagliato nelle ultime 4 edizioni olimpiche (nell’ ordine: Patterson, Liukin, Douglas e, nel più classico dei last but not the least, la strepitosa Simone Biles) continuano a riecheggiare quelle parole, così solenni, così vere, così da sempre e per sempre valide. Per lei e per tutti quelli che hanno anche solo sognato di gareggiare a grandi livelli.

Le ultime Olimpiadi di Rio hanno sancito il valore di molti atleti. Qualche sorpresa, tante conferme. La più scontata delle quali è arrivata dalla Carioca Arena: nel basket quando gli Stati Uniti portano i professionisti, semplicemente non ce n’è per nessuno. Tanto più che il 2004 e la Generacion Dorada passano una volta sola nella vita.

Per una volta, però, volgiamo lo sguardo a due situazioni più vicine a noi. Sul podio, oltre a Team USA, ci sono Serbia e Spagna, due squadre che hanno meritatamente guadagnato il diritto di essere lì. Anche più dell’Australia, finita prigioniera del suo “basket champagne” ad ogni costo e contro ogni ragionevole logica. E non è un caso che il torneo olimpico, così come succede per il Mondiale, metta in risalto le due massime esposizioni di correnti di pensiero cestistico, i poli di due magneti che solo nell’ultimo decennio provano ad avvicinarsi senza respingersi con troppa violenza. Sia chiaro, lo scontro non troverà mai fine (e, spesso, il vincitore sarà sempre lo stesso), e difficilmente potrà essere trovata una soluzione esplicativa che renda maggiore giustizia ad un sistema piuttosto che ad un altro, così come difficilmente sarà possibile stabilire il grado di convenienza dei due. La sua rappresentazione, tanto dal punto di vista empirico che da quello reale, però, ci porta a guardare la due facce delle stessa medaglia, gli stessi aspetti di un contesto visti e interpretati da attori molto diversi.

Il primo risponde al nome di Ricard Rubio Vives, ai più noto come Ricky, di professione playmaker. O, se preferite, eterna promessa di una squadra che sarebbe eternamente sul punto di esplodere salvo non farlo mai del tutto. Perché l’hype che circonda i Minnesota Timberwolves è pari solo al numero di rimpianti che emergono ad aprile di ogni anno con stanca regolarità.

Ma stiamo divagando. Ricky Rubio, dicevamo. È nato a venti chilometri da Barcellona, praticamente sulla spiaggia di El Masnou, una di quelle dove il mare è con la M maiuscola e dove la pallacanestro non è poi così di casa. Da subito viene indicato come un baby prodigio, iniziando a rappresentare cestisticamente la Spagna appena è in grado di reggersi in piedi con cognizione di causa.

Esordisce sui grandi palcoscenici nel 2005, quando con la selezione spagnola gioca il campionato europeo U16: bronzo, 8 gare giocate con 11.3 punti e 2.9 assist di media in 30 minuti di utilizzo a sera. Nel 2006 partecipa nuovamente all’europeo e stavolta è oro con prestazioni al limite del clamoroso: Rubio è il miglior giocatore del torneo nelle 3 principali categorie con 23.3 punti, 12.8 rimbalzi e 7.3 assist di media. In semifinale scalda i motori con una quadrupla doppia epica (19 punti, 11 palle rubate, 13 assist e 10 rimbalzi) per poi sfoderare il meglio in finale, dove la Russia cede dopo un OT: saranno 51 i punti, con 12 assist, 7 palle rubate, 24 rimbalzi e un 16/25 dal campo in 49 minuti. Per una volta, MVP sembra qualcosa di tremendamente riduttivo.

La Joventut di Badalona, squadra in cui ha esordito a soli 15 in ACB, prova a trattenerlo il più possibile ma nel 2009 è costretto a farlo partire, direzione Barcellona. Nel frattempo, ancora con la Roja, gioca nel 2007 gli europei U18 (solo quinto posto e un “normalissimo” 19+5+5 di media) e, nel 2008, esordisce con la prima squadra alle Olimpiadi di Pechino andando a pochi minuti a e un gioco da 4 di Kobe Bryant dalla medaglia d’oro. Che, però, arriva nell’estate del 2009, quando va a prendersi il secondo alloro europeo in Polonia, al netto di numeri non eccelsi (7.2 punti, 3.4 assist di media) e di un rapporto con i senatori non sempre idilliaco.

Nel frattempo, però, con il Barcellona riesce ad esprimersi in maniera diversa, vuoi la presenza di un alto numero di americani in squadra, vuoi una minor pressione perché circondato da star di primo livello. Sembra quasi di aver a che fare con due giocatori diversi: ciclonico con la camiseta blaugrana, irritante nelle improvvise amnesie con quella roja. E c’entrano relativamente la tremenda fatica ad entrare nelle dinamiche di squadra e l’adattabilità a un gioco ovviamente diverso rispetto a quello richiesto da Xavier Pascual. È lampante che uno così, in grado di giocare il pick&roll in un certo modo (non necessariamente quello convenzionale al di qua dell’Atlantico) sia destinato al mondo cui (sembra) appartenere per diritto di nascita, quella NBA che, dopo averlo chiamato ufficialmente nel 2009, lo vede sbarcare due anni dopo. Sì, perché nel frattempo i Timberwolves hanno fatto di tutto per assicurarsi le sue prestazioni e nel 2011 sbarca a Minneapolis.

Lo scetticismo iniziale viene abbattuto a suon di no-look, vero marchio di fabbrica: quando c’è lui ci si diverte. Magari non si vince, ma qualche “ohhhh” di meraviglia non manca mai al Target Center. Le cifre del suo primo anno sono migliori rispetto a quelle dell’ultima Eurolega e dell’ultima ACB giocata: in 41 gare (causa lockout), Rubio fa registrare 10.6 di media, 8.2 assist, 2.2 recuperi in 34.2 minuti di media giocati (14.2 in più rispetto a quelli che giocava in Eurolega).

Senza volerci soffermare troppo su numeri, dati, statistiche (rimarranno più o meno costanti nei suoi primi 5 anni americani, come e più delle croniche difficoltà al tiro) appare evidente anche ai meno addentro alla questione che Ricky si esprima al meglio in un contesto NBA piuttosto che in quello FIBA, dove le difese sono molto attrezzate tatticamente, dove la parte difensiva viene ossessivamente allenata e dove si preferisce la concretezza allo spettacolo, la solidità di squadra al talento individuale. Ma non credete a noi. Credete a lui:

La rampa di lancio che la NBA gli offre non si trasforma in oro quando si torna nella terra natìa, quando ci si deve vestire di rosso. Sia con José Vicente Hernández, detto Pepu, Fernández che con Sergio Scariolo non c’è grande intesa. Il suo utilizzo viene spesso limitato e nei finali di gara, volente o nolente, viene tenuto fuori. Mettendoci anche del suo, come nei Mondiali in Turchia del 2010. Nella finalissima per l’oro la Spagna esce ancora sconfitta dall’ennesima sfida contro Team USA (e vabbè) ma neanche l’argento salva Rubio dalle critiche: mai in ritmo con i compagni, mai in sintonia con il piano partita, mai in grado di dare (e di darsi) quel quid che tanto lo rende speciale di là.

Quasi come fosse una maledizione, Rubio scompare dai radar di Scariolo, che lo convoca sempre e comunque ma lo utilizza solo come ricambio dei vari Llull e Rodriguez, preferendogli spesso un Juan Carlos Navarro già da un pò sul viale del tramonto. Già in Slovenia, ad Eurobasket 2013, il suo minutaggio flirta con la ventina scarsa di minuti, mentre l’anno successivo, alla disastrosa World Cup casalinga, Scariolo gli regala 21 minuti di media in campo raccogliendo decisamente poco. Ed ecco che, a 10 anni da quella clamorosa prestazione contro la Russia da iniziato del Gioco, alle Olimpiadi di Rio troviamo un sostanziale emarginato, finito al capolinea delle rotazioni come uno qualunque. Non è un caso, del resto, che il minimo minutaggio (12’) arrivi con la Croazia, una delle squadre più intelligenti dal punto di IQ difensivo, mentre il massimo (22’) arrivi contro la Nigeria. Vince un altro bronzo (citofonare Pau Gasol) ma la sua stella non brilla: 5 punti e 2.9 assist di media nelle otto partite del torneo.

Il paradosso si manifesta in tutta la sua evidenza: uno che il più delle volte è in grado di accendere la luce, seppur in una squadra di medio livello, nel contesto cestistico più competitivo e difficile del mondo, fa una fatica del diavolo a giocare più di 20 minuti, quando rimette piede nel vecchio continente e approccia ad un basket che non sente (ammesso e non concesso che lo abbia mai sentito) suo.

Tenete aperta l’icona che tornerà utile in seguito. Perché, come detto, la medaglia ha sempre un suo rovescio, un’altra faccia sulla quale guardare. L’altra faccia, in questo caso, si chiama Милош Теодосић, che così non vi dirà nulla (a meno che non mastichiate le lingue slave) ma che dalle nostre parti fa Miloš di nome e Teodosić di cognome. Per comprendere il percorso del serbo basterebbe prendere quello di Rubio e capovolgerlo completamente, rovesciando e invertendo la direzione di tutte scelte e relative conseguenze dello spagnolo, ma per un genio così vale la pena starci su.

Nasce nel 1987 a Valjevo, un posto che oggi è Serbia ma che allora era una delle tante no mans land della Jugoslavia cestistica e non. Geograficamente, tra l’altro, sarebbe più vicina a Sebrenica (il nome Petrovic dovrebbe dirvi qualcosa) che a Belgrado, ma sono dettagli che, nel 2016, contano ormai il giusto. Diversamente dal fatto che Miloš esordisce, 17enne, nelle “Pantere di Belgrado”, in quel KK FMP di cui si sono completamente perse le tracce. Il primo anno è tostissimo (appena 5 partite nel 2004-05 tra Adriatic League e Eurocup) ed è prodromico a un dimenticabile prestito al Borac Kakac che funge da trampolino di lancio per i giusti palcoscenici. Anzi per IL palcoscenico: l’Eurolega. Cui arriva nel 2007 in maglia Olympiakos, dopo aver scherzato (“dominare” sarebbe stata una forma verbale fin troppo riduttiva) gli avversari, suoi e della sua Nazionale, ai vari Europei giovanili dell’ultimo quadriennio.

Da sogno a incubo ad occhi aperti, però, il passo è molto più breve di quel che si pensi. In Grecia c’è il Pana a fare razzìa di titoli e, oltreconfine, la coppa tanto agognata diventa ben presto la cartina di tornasole di chi vuole affibbiare a Teodosić l’etichetta di perdente di successo. Trovando terreno fertile in ben tre occasioni così diverse eppure così uguali nel loro essere l’entrata principale nella storia dalla parte sbagliata.

La prima nel 2009 quando, dopo un decennio di dolorosa attesa, i figli del Pireo tornano alle Final Four e si vedono sconfitti in semifinale (82-84) ancora dai cugini in verde poi campioni. Un dramma sportivo che fa passare in secondo piano anche la piallata nella finalina contro il Barça.

La seconda nella stagione successiva, quando il nostro, da MVP in carica della manifestazione e da primus inter pares nell’All First Team della manifestazione, si prende, insieme a tutti i suoi compagni, una nuova memorabile ripassata dai blaugrana (a proposito: di là c’è Ricky Rubio. “Coincidenze? Io non credo” cit.) nell’ennesima notte a tinte fosche del Palais Omnisport di Parigi.

La terza, due anni dopo. Sempre in Eurolega, sempre all’atto finale, sempre quando fa più male. Miloš è già passato al CSKA e, per un atroce scherzo del destino, nel redde rationem della Erdem Arena di Istanbul, si ritrova di fronte quell’Olympiacos che, causa crisi greca galoppante, non poteva più far fronte al suo conquibus, preferendo “ripiegare” su Vasilīs Spanoulīs (che, poi, bisognerebbe mettersi d’accordo sul concetto di ripiegare). Il primo tempo è una lezione di basket dell’armata rossa, 34-20 all’intervallo lungo, non c’è praticamente storia. Ma poi subentrano quelle che Keanu Reeves, a.k.a. Shane Falco in The Replacements, chiama “le sabbie mobili”: una cosa va storta, poi un’altra, poi un’altra ancora fino a quando Printezis non si inventa il tiro (o qualunque cosa sia quella roba lì) della vita e della Coppa.

E sul banco degli imputati chi ci va? Ma naturalmente lui, Teodosić. E poco importa che tra i reprobi di Istanbul ci sia anche gente come Kirilenko e Krstic. La responsabilità è sua, sedicente top continentale nel ruolo di SG e incapace di fare l’unica cosa che gli veniva richiesta: vincere, magari dominando, magari facendo seguire i fatti alle tante (troppe) parole. Anche le sue. Perché, diciamolo, non è che Teodosić faccia tantissimo per rendersi simpatico al pubblico che non sia il suo, tra atteggiamenti indici di una strafottenza non richiesta e dichiarazioni non propriamente politically correct. Tanto più che l’Eupalla a spicchi lo punisce poi, sul parquet, con stanca regolarità e senza rispetto di un viaggio verso la catarsi cestistica che fa seguito a quella finale.

Nel mezzo, intanto, una sfilza di riconoscimenti individuali (tra cui il Fiba European Player of The Year 2010, davanti a due come Gasol e il Nowitzki che di lì a qualche mese avrebbe vinto il titolo Nba) e il già citato rovescio della medaglia. Diversamente da Rubio, per Teodosić la maglia della Nazionale è l’abito buono per tutte le stagioni, meglio ancora se di pioggia (di critiche). Miglior assist-man di Eurobasket 2011 (5.7 di media) nonostante l’eliminazione ai quarti per mano della Russia, tra i migliori in assoluto ai Mondiali di Spagna quando porta di peso, letteralmente, la Serbia alla conquista del miglior risultato possibile. Perché quando giocano gli Stati Uniti, anche i secondi si meritano il proprio posto tra i libri di storia. Da Madrid a Rio, in un 2016 che chiude un cerchio (l’Eurolega, finalmente) e ne apre un altro. Sul tavolo arrivano i (tanti) soldi dei Memphis Grizzlies e di quella NBA che presto o tardi andrà esplorata. Anche dopo aver raggiunto la propria dimensione definitiva. Anzi, forse soprattutto per quello.

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Qui il percorso comincia ad essere più complesso, articolato, quasi come fosse disegnato dal miglior Dalì. La propensione ad un gioco “più europeo” è indiscutibile, la sua importanza una volta allacciate le scarpe farebbe smuovere qualsiasi tipo di equilibrio cestistico. Eppure, solo ora che il sogno Eurolega può dirsi realizzato, vengono resi noti episodi che classificano il nostro Miloš come un vero e proprio american dream. La prima mini apertura ad un mondo che senza mezzi termini attira e basta arriva il 22 giugno del 2016, quando il playmaker più forte d’Europa (stavolta coadiuvato da fatti e trofei) dichiara di essere affascinato dal viaggio oltreoceano a patto di avere lo stesso ruolo che ha in Europa: PG con la stessa licenza di James Bond, interpretato da un brillante Sean Connery nel primo film della saga del 1962, ovvero sia quella di uccidere, e con la garanzia di un importante numero di minuti a partita. Centralità sia nel progetto di una franchigia sia all’interno del miglior quintetto possibile. Il nostro si dice affascinato da Spurs (ci mancherebbe altro!) e Jazz, dove allena tale Snyder, altro cultore del metodo CSKA ai tempi del nostro Ettore Messina. «Naturalmente avrei desiderio di giocare in NBA ma non ovunque» spiega Teodosić alla versione serba di VICE. «Se dovessi lasciare l’Europa per la NBA sarebbe solo per una situazione dovrei saprei di avere minuti a disposizione». Ecco, state con quel concetto di “strafottenza e arroganza” cestistica che non accresce la vostra popolarità a tutte le latitudini del mondo. Passano un paio di mesi e ESPN, che ha orecchie ovunque, sgancia la bomba: nel 2013, lo stesso anno in cui Miloš dichiarò di aver interrotto il contratto con i greci per mancanza di accordo finanziario, prima della chiamata del CSKA di Mosca squilla il telefono di Nick Lotsos, agente del giocatore. Dall’altra parte c’è la voce di Chris Wallace, GM dei Memphis Grizzlies. Immaginiamo la scena: “Allora, signor Lotsos, sappiamo che rappresenta quel tipo di giocatore che stiamo cercando sul mercato. Sul piatto ci sono 5 milioni di bigliettoni, che potrebbero diventare di più, se e solo se il suo ragazzo venisse a stare in Tennessee per i prossimi due anni. Lo potrebbe comunicare al lui e ci fa sapere?”. Ecco, non conosciamo proprio tutti i dettagli della proposta ma una cosa è certa: la risposta. Fu un “No, grazie” secco, quasi a voler mostrare l’interessamento pari a zero di ciò che succede a molte miglia di distanza dalla sua nuova casa, la capitale russa. I Grizzlies storicamente hanno una vocazione particolarmente magnetica verso i migliori talenti europei: se abbiamo la fortuna di vedere i fratelli Gasol sul miglior palcoscenico del mondo, lo dobbiamo a loro. Non solo spagnoli come Pau e Marc, come Navarro, ma anche greci come Koufos, Fotsis e Calathes. Alla magica colonia di europei finiti in Tennessee non si unirà (almeno per il momento) il nostro Miloš.

Dopo aver firmato il contratto con il CSKA Mosca (per la cronaca, con gli stessi zeri e la stessa cifra annua che mettevano sul piatto i Grizzlies) dichiarerà: «La NBA? No, non fa per me. È stata un mio obiettivo, sì, ma tanti anni fa…». C’è qualcosa che non torna nella storia di Miloš Teodosić ma tutto probabilmente rientra nella sua evoluzione, perché il ragazzo delle Pantere di Belgrado ora è sul tetto del vecchio continente e appena un gradino sotto il tetto del mondo, dove a tutti gli effetti può vantare ciò di cui prima non andava fiero di essere, perché senza il nécessaire per definirsi tale: un vincente. Garantirà per lui, dopo la finale persa a Rio, coach Krzyzewski, il quale si esporrà come poche volte ha fatto nel corso della sua carriera: “È un giocatore che mi piace tantissimo ed è uno dei più forti in Europa”. La garanzia, fidatevi, è quella giusta. Potremmo interrogarci per ore sulle motivazioni di quel rifiuto e di questa mini apertura al cambio d’abito, ma non troveremo mai una giustificazione che combaci con quello che passa nella mente geniale di questo ragazzo. Siamo certi, però, che dal suo lato della medaglia le scelte che ha preso portano nella direzione giusta, nella direzione di un giocatore che sa quello che vuole dal Gioco e sa quello che può dare al Gioco.

Trovare la propria dimensione sportiva (e non) richiede spesso una vita intera e non è detto che tutti riescano a trovarla o a decidere quella giusta. Miloš Teodosić interpreta la sua vita esattamente come interpreta una partita di pallacanestro, che sia di Superliga A, che sia di Ethniki, che sia di Eurolega o che sia la finale di un torneo olimpico: tutto si basa sulla spensieratezza di un genio che anche quando si mette nei guai sa estrarre il coniglio dal cilindro, sa uscirne come se avesse previsto tutto. Un secondo prima lo maledici perché sembra abbia buttato il pallone più importante della gara, un secondo dopo ringrazi Dio per avergli donato degli occhi insospettabili per vedere cose che noi umani non saremmo in grado di vedere. Un secondo prima gli urli contro, un secondo dopo lo osanni. L’odio e l’amore spesso combaciano quando si parla di geni di uno sport, di una disciplina e lo stesso accade con un serbo che sotto la guida dei migliori maestri d’Europa (ultimo ma non ultimo in ordine di tempo tale Aleksandar, detto Saša, Đorđević) è riuscito a raggiungere ciò che ha sempre sognato.

Abbiamo deciso di non paragonare due giocatori simili ma di metterli sulla stessa medaglia, perché Ricky e  Miloš non sono nient’altro che la pallacanestro vista in due modi diversi, sono la stessa cosa declinata in dimensioni, modalità e concezioni diverse. Non siamo scesi nel dettaglio delle loro statistiche, dei loro numeri, delle loro vittorie e dello loro sconfitte perché non è un semplice paragone per stabilire chi dei due è più forte. È uno specchio che riflette due immagini diverse, così apparentemente simili ma così realisticamente divergenti come uomini prima e come giocatori poi. Il lato A della medaglia ci mostra come si possa essere straordinari in termini di immaginazione e di visione ma allo stesso tempo come la mancanza di leadership e di personalità di un “eterno ragazzino” possa far crollare il mondo in poco più di un secondo. Il lato B della medaglia ci mostra, invece, come un ragazzo determinato, cosciente dei propri mezzi, consapevole della propria pazzia cestistica possa scegliere il proprio destino e realizzare i propri sogni anche senza accettare quella spettacolarizzazione che avrebbe se non avesse seguito scelte legate a cuore e mente. Queste Olimpiadi hanno fatto proprio questo, mettendo in luce l’una e l’altra faccia, la complessità di un ragazzo ancora indeciso sul “cosa voler fare da grande” che si nasconde (o viene nascosto) nei momenti decisivi delle gare che contano davvero e la sagacia cestistica di un altro ragazzo in grado di esaltarsi, con la sua intuitiva semplicità, quando c’è da decidere una gara di qualsiasi tipo.

Alla fine di questo nostro piccolo viaggio c’è l’eco delle parole di Mary Lou Retton, le stesse che oggi ci fanno capire il valore, il vero valore di Miloš Teodosić e di Ricard “Ricky” Rubio Vives. Non ci sono vincitori in questo confronto, non c’è il primo ed il secondo posto, non c’è l’oro e l’argento come capita ormai da quando barone Pierre de Coubertin inaugurò le prime Olimpiadi dell’età moderna nel lontano 1896. Ci sono due giocatori che mostrano le migliori  e le peggiori dicotomie di uno sport, nella loro crudeltà realistica e nella loro più inconsapevole bellezza.

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