Harrison Barnes, mediocrità al potere

Nell’estate del 2009 Harrison Barnes è il liceale più desiderato degli Stati Uniti1 e tutti i maggiori college di Division One vogliono assicurarsi le prestazioni di un diciassettenne talentuoso in campo -terrà 27 punti di media nell’anno da Senior- sui banchi di scuola -3.6 come GPA2– e il cui unico vizio con cui riempie il tempo libero consiste nell’esercitarsi suonando Bach e Chopin con il sax.

 

Premiamo sul tasto fast-forward dello strumento denominato memoria: siamo nel 2016 ed Harrison ha da poco firmato un contratto al massimo salariale ($95 milioni in quattro anni) con i Dallas Mavericks eppure il suo credito all’interno del mondo cestistico è ai minimi storici.
Le immagini targate PG13 delle conclusioni che hanno attentato alla vita dei ferri di Oakland e Cleveland sono ancora vivide negli occhi degli appassionati e la recente medaglia di oro a Rio non ha fatto che accentuare i contorni del alter ego che si è ormai formato di fianco all’Harrison Barnes giocatore; un personaggio che guadagna tutto senza fare nulla, grazie solamente ad un incredibile capacità nel “farsi trovare al posto giusto nel momento giusto”

 

Riavvolgiamo il nastro sino al 2009 dove Barnes, al tempo diciassettenne, sta conducendo il proprio processo di recruiting 3 in maniera estremamente professionale visitando ufficialmente ogni singolo campus di livello, solo ufficiosamente la “casalinga” Iowa State, senza precludersi nessuna opportunità con un modus operandi sinistramente simile a quello che terrà LeBron James nella successiva estate nel corso della celeberrima decision.

 

Il 13 novembre dello stesso anno Harrison annuncia ufficialmente di aver scelto di vestire la casacca celeste di UNC rinunciando in pratica a raggiungere Kyrie Irving alla corte di coach K e seguendo quindi il percorso tracciato alla sua nascita dalla madre quando la stessa (Shirley) decise di “allungarne” il nome con il cognome di quello che all’epoca era il suo sportivo preferito “Jordan”.

Duke-UNC non è un "Derby" come tutti gli altri.
Duke-UNC non è un “Derby” come tutti gli altri.

Le due stagioni in NCAA non possono essere definite negative in assoluto ma sono sicuramente deludenti rispetto alle aspettative che si erano create attorno ad un “predestinato” che avrebbe dovuto cogliere la torcia di MJ in North Carolina.
Nell’anno da freshman le sue quotazioni scivolano dietro a quelle di Jared Sullinger ed Irving mentre al termine della successiva annata -quando si candida per l’NBA draft- il suo profilo sembra essere ormai ben definito sui taccuini degli scout: buono scorer, appena sufficiente come creatore di tiri e ceiling4 da collocare nella abbiente borghesia della NBA, un prospetto futuribile ma sicuramente non un giocatore for the ages come è -invece- il ragazzetto proveniente da Chicago che si accaserà a New Orleans.

 

Nei vari mock draft è ormai scivolato alla quinta scelta mentre nel draft reale la sua caduta verrà fermata solamente alla settima chiamata dai Golden State Warriors reduci da una seconda parte di stagione giocata in maniera 76ersiana sognando proprio il prodotto di UNC.

 

Nella sua prima stagione nella lega Barnes si conferma un mediocre rookie sino ai play-off dove i suoi exploit di punti contro i San Antonio Spurs -in ordine 19, 13, 12, 26, 25, 9- sembrano riaprire uno spiraglio sulla storyline del ragazzo prodigio proveniente dall’Iowa, i suoi tagli sono sempre pericolosi e la sua fisicità prevale sulle guardie che cercano di difenderlo in post. A questo punto della sua carriera sembra aver scavalcato il suo muro personale ed essere destinato a riprendere la sua scalata verso i piani alti del basket NBA.

 

La semplicità e velocità con la quale attacca il ferro a [0:39] contro un Boris Diaw che appare tutto fuorché a suo agio è il perfetto complemento della pulizia di movimenti che utilizza a [2:33] per attaccare in isolamento un Tony Parker che “nemmeno ci prova”.
A [2:48] segna con un movimento che sembra Jordanesco. Sembra.

 

Eppure, alle soglie della stagione 2013-14, Barnes perde il proprio posto in quintetto ai danni di Andre Iguodala e se in estate sembra un serio candidato al premio di sesto uomo dell’anno con l’avanzare dei mesi si dimostra un giocatore incapace di crearsi buone soluzioni autonomamente concludendo regular season e post-season con meno di 10 PPG e sfiorando il 40% dal campo, cifre causate principalmente dai jumpshot dei quali Barnes tendeva ad abusare nonostante le cifre evidenziassero una scarsa efficienza.

 

In seguito a problematiche interne l’allora coach Mark Jackson viene esiliato dalla baia e il nuovo coach -Steve Kerr- decide di attuare la sua rivoluzione tattica mantenendo i concetti difensivi instaurati da Jackson -con l’aiuto di Malone- ma introducendo un innovativo sistema offensivo molto meno statico, votato alla ricerca di soluzione provenienti dalla continuità dell’azione rispetto a X&O’s prestabiliti in allenamento.
Il secondo cambiamento rispetto alla precedente annata è il ritorno in quintetto di Barnes il cui apporto rimane invariato nei minuti-28.3- ma non nell’impatto in campo. In un quintetto con Steph Curry e Klay Thompson non è più il primo terminale offensivo e può “limitarsi” ad aspettare scarichi in angolo -58.5% in stagione da destra- contribuendo in maniera più che competente alla parte difensiva dell’azione dove a fine anno gli Warriors si dimostreranno la miglior squadra della NBA con un DefRtg di 98.2.

 

Il ruolo di Barnes acquisisce ancor più valore nella postseason dove si consolida il quintetto denominato dalla stampa americana come Death Lineup: Curry-Thompson-Iguodala-Barnes-Green, cinque esterni capaci di non andare sotto a rimbalzo, cambiare su tutto in difesa e correre in transizione in maniera estremamente efficiente. L’importanza del prodotto di UNC è presto spiegata: Barnes è, infatti, l’unico giocatore del roster insieme a Green -il quale però è ovviamente fondamentale nella posizione di Centro all’interno della lineup- capace di difendere le powerforward avversarie, non subire sotto le plance e creare una enorme quantità di linee di penetrazione per i compagni semplicemente sostando in angolo. La Death Lineup come quintetto iniziale è stata la chiave della rimonta di GS nelle Finals del 2015 ed al termine di esse Barnes sembrava pronto ad iniziare il graduale passaggio di consegne fra Iguodala e se stesso come quarta fonte di gioco all’interno del roster dei californiani.

 

In gara 5 di WCF contro gli Houston Rockets segna 24 punti. 13 nell’arco di sei minuti dopo l’uscita dal campo forzata di Klay Thompson. #PlayOffBarnes sembra ormai essere una cosa vera.

Nell’ultima stagione HB ha vissuto un primo mese esaltante sino all’infortunio del 27 novembre alla caviglia, secondo molti il prodotto di UNC avrebbe addirittura prolungato il periodo di recupero temendo un calo delle prestazioni in campo che ne avrebbe abbassato l’appeal in free-agency, tanto che dal ritorno in campo Barnes non è mai più sembrato il giocatore brillante che aveva iniziato la stagione 2015/16 giocando il miglior basket della sua carriera.
Le percentuali al tiro sono calate -specialmente nelle zone laterali del campo- sino a diventare tragicomiche nel corso della serie finale contro Cleveland in cui ha tirato 5/32 nelle ultime tre -decisive- sconfitte di GS.

 

Successivamente -quando la sua possibilità di tornare ad Oakland era stata immolata dalla stessa franchigia sull’altare “KevinDurant”- Barnes ha firmato con Dallas il contratto che i Mavericks non si erano sentiti di proporre a Chandler Parsons in una scommessa da parte della franchigia texana che ha preferito le quote dell’integrità fisica di Barnes rispetto a quelle del puro apporto cestistico di Parsons.

 

Guardando il bicchiere mezzo -se non più- vuoto i texani hanno garantito 95 milioni di dollari ad un giocatore che ha sbagliato ventisette dei suoi ultimi trentadue tiri in NBA, non ha mai avuto un PER5 superiore alla media della lega e il cui unico merito sembra essere stato quello di essere stato scelto da una franchigia competente che nel corso dei suoi quattro anni di militanza è riuscita a produrre 4 All-Star.

 

Dal canto suo Harrison ha ancora solamente 24 anni e probabilmente raggiungerà la sua maturità cestistica fra due/tre anni, un arco di tempo in cui molti sperano possa avvenire un evoluzione che ricordi quella del primo Harden lontano da Oklahoma dove l’aumento delle responsabilità offensive non ha certo comportato la riduzione dell’efficienza del giocatore.
Il tutto sembra improbabile in un contesto collettivo come quello di Dallas e specialmente in virtù delle caratteristiche di Barnes il quale sembra ormai destinato a non diventare il prospetto che prometteva di poter essere a causa di una serie di difetti strutturali del gioco dell’ala piccola dell’Iowa: non va in lunetta abbastanza, non può guidare la transizione ed è praticamente incapace di crearsi un tiro in maniera individuale se non contro giocatori più bassi, limiti che sono rimasti immutati dal primo giorno di training camp e che non sembrano poter essere risolvibili nell’arco di una notte.

 

Il gioco di Carlisle tende comunque a coinvolgere tutti e cinque i giocatori in campo ed Harrison sarà tenuto a bloccare e muoversi molto più di quanto non facesse a Golden State dov’era in pratica l’unico membro del quintetto che non doveva agire con il pallone ed il cui compito era spesso quello di limitarsi a percorrere la corsia passante sotto canestro che portava da un angolo all’altro del campo attendendo gli scarichi dei compagni o quello di portare il secondo blocco nelle azioni di screen-the-screener. La sua versatilità all’interno del sistema dei Mavericks potrà rivelarsi estremamente utile dato che -al netto di tutte le parole negative spese sulle sue ultime prestazioni- Barnes rimane un buon tiratore catch&shoot, un discreto giocatore in post e l’involuzione nelle giocate in isolamento sembra poter essere compensata dal miglioramento fatto nella situazione di ball-handler all’interno del Pick-and-roll.

 

Ad oggi, difensivamente, Barnes garantisce una più che solida sufficienza ma è da una sua evoluzione in difensore di élite -molto improbabile ma non impossibile- che passa la sua possibilità di attribuire un differente significato alle cifre scritte sul contratto. Il suo atletismo lo rende un difensore versatile ma manca di alcuni istinti che lo elevino al livello dei lockdown defender quali Kawhi Leonard o lo stesso KD.

 

In fin dei conti Harrison Barnes è un giocatore il cui contributo va al di là delle sterili cifre con cui riesce a condire il boxscore ma la cui storia sportiva ha acquisito un significato negativo a causa di una FA troppo ricca di soldi e troppo povera di talenti futuribili a cui garantire $.
Il suo apporto migliorerà per via della naturale crescita del giocatore e del nuovo sistema in cui si troverà a giocare ma non sarà mai quello di un max-player inteso come giocatore-che-rivoluziona-la-franchigia, piuttosto va ricercato nell’importanza che un tassello solido à la Middleton (o anche lo stesso Parsons) può avere all’interno di un roster NBA ed a Dallas ne sono pienamente consapevoli e felici, nella speranza di poter godere degli ultimi anni della carriera di Dirk e di creare un terreno fertile su cui creare una seconda generazione di basket vincente in Texas.


  1. ESPN Top 100-2010 
  2. I voti del sistema scolastico statunitense vengono riassunti in un punteggio generale che varia da 0 (il più basso) a 4 (il più alto) 
  3. Ricevute le varie borse di studio per meriti sportivi un giocatore deve decidere a quale college affidare il proprio futuro. 
  4. Potenzialità massima cui un giocatore può aspirare. 
  5. Player Efficiency Rating 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *